Lo strano caso dei Bloody Beetroots a Sanremo

E così è successo: ieri sera finalmente si sono accesi i riflettori sull’ennesima edizione della kermesse che più kermesse non si può e noi non ci siamo fatti trovare impreparati. I motivi per seguire la prima puntata del Festival di Sanremo erano molteplici: l’indiscutibile fascino del baraccone, l’esigenza di stare sul pezzo e avere argomenti per contrastare tutti quelli che oggi parleranno di quel palco come dello zenit della musica italiana, e Sir Bob Cornelius Rifo. Soprattutto Sir Bob Cornelius Rifo.

Noi siamo tra quelli che il giorno dell’annuncio della strana accoppiata sanremese tra Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots non si sono messi a gridare allo scandalo, ma hanno reagito con estrema curiosità alla notizia. Raramente si sono viste mosse discografiche così astutamente prive di senso, eppure talmente perfette da fare il giro. Rifo non aveva alcun bisogno di andare a Sanremo, e per questo la sua presenza nella città dei fiori era diventata più che giustificata. Un vero e proprio atto situazionista, di quelli che raramente si vedono nello showbiz italiano. I Bloody Beetroots non hanno alcun bisogno di sfondare con l’ambitissimo pubblico di massaie che normalmente guarda Rai Uno, così come non hanno più voglia di rifare Warp 2 all’infinito. Dopo tanto blaterare di estetica punk, hanno finalmente fatto il gesto più punk della loro intera carriera. Una roba del tipo: “Largo all’avanguardia, pubblico di merda” (tanto per citare uno che, secondo la Littizzetto, “su quel palco si sarebbe tanto divertito”, ed è forse per questo motivo che gli è stato sempre impedito di partecipare). I Bloody Beetroots sono a Sanremo, ma di fatto sono fuori gara, non concedono interviste, non partecipano alla promozione, rimangono fuori dal gioco, poi salgono sul palco e forniscono alla già citata Lucianina una valanga di spunti per nuove battute. Thats it.

Il Festivàl (pronunciato alla Mike Bongiorno) non porterà loro nuovi fan; nessuno di quelli che ieri era davanti alla TV – ad esclusione di quelli già avvezzi a certi ambiti – uscirà di casa per andare a un dj set oppure a un live. Nessuno farà il gesto della legna e ballerà fino a sudare sette magliette. Per la gente davanti al televisore Bob Rifo resterà quel tizio strano con la maschera dell’Uomo Ragno (Venom è già a un livello successivo) che faceva air guitar sul palco mentre uno strano incrocio tra Paolo Conte e Pino Daniele cantava una cover di Alexia. Tra i due quello giovane è senz’altro Gualazzi, eppure visto con occhio distratto poteva sembrare il padre che accompagnava il figlio pestifero alla recita della scuola.

Nonostante tutto, in quel contesto riuscivano comunque a fare la figura della perla rara in mezzo alle bacche: i pezzi, purtroppo, non sono un granché. Quelli che si aspettavano un’iniezione di cassa dritta e synth scorreggioni sono rimasti a bocca asciutta davanti un lentone gospel con arpeggiatore, e un brano più tirato (perdonateci la definizione di daftpunkata) che dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, quanto “RAM” abbia influito su quella che ancora ci ostiniamo a definire musica da ballo. È nelle versioni in studio, più che dal vivo, all’Ariston, che la presenza di Rifo acquista un ruolo fondamentale e che in un certo senso finisce per giustificare tutta l’operazione; ma insomma, cercate di capirci, aspettavamo la novità e invece ci siamo ritrovati la solita solfa. Molto più audace e genuinamente camp, a questo punto, l’esibizione di Raffaella Carrà che in playback continuava a dimenarsi su un’improbabile pezzo EDM scritto da Gianna Nannini (“Ciao ciao ciao ciacciocciao”) diventando ancora una volta una perfetta fotografia del paese in cui viviamo: la Lady Gaga anziana di un’Italia anziana. Quasi all’ultimo respiro.