“La tensione che si crea tra infinito e finito è una delle cose che mi intessa di più”. O ancora: “Quando il tempo è dedicato, non è mai sprecato. È la presenza che tu metti in quel tempo a renderlo importante”. Queste sono “Alcune considerazioni” che pulsano nella creatività leale di Giovanni Truppi. Una vita dedicata alla musica in ogni sua sfumatura e senza limitazioni di genere; in più, anni dedicati alla costruzione di uno strumento musicale unico, un pianoforte acustico reso trasportabile e digitalizzato, con cui si esibisce durante i concerti. A metà giugno è uscito il suo album “Thruppi”, in collaborazione con alcuni componenti di Thru Collected: ennesima sperimentazione a sorpresa per un artista che apre sempre nuove strade al suo viaggio. Ulteriore indizio di una complessità stilistica asciutta ed evocativa, e molto più ricca di quello che può sembrare a prima vista.
L’idea di infinito porta al desiderio di esplorare se stessi. Come sei riuscito a mixare nel tuo album uscito due anni fa, “Infinite possibilità per essere finiti”, le limitazioni del vivere?
È un concetto in realtà molto pratico. L’idea nasce dal titolo che Marco Buccelli, uno dei produttori di questo album, aveva dato ad una conferenza che doveva tenere negli Stati Uniti sullo sviluppo delle tecnologie digitali. Tecnologie che conferiscono alla creatività l’accesso ad una infinita possibilità di tools, di strade, di colori che, se da una parte sono elettrizzanti, dall’altra possono essere paralizzanti. Questo concetto mi ha affascinato e mi sembra una buona metafora, sia della vita perché viviamo in occidente dove le possibilità sono più ampie che per altri, sia perché siamo esseri finiti che abitano in un momento storico immerso nella tecnologia. Quindi mi sembrava un buon titolo e una buona rappresentazione dell’esistenza. Muovermi tra questi due poli mi è sempre piaciuto. La tensione che si crea tra infinito e finito è una delle questioni che mi interessa di più.
L’allenamento all’attesa si costruisce nel tempo. So che hai sviluppato uno strumento musicale unico nel suo genere. Quando, per te, il “tempo dedicato” non diventa “tempo sprecato”?
Questo aspetto che hai citato ha molto senso. Per me, invece, corrisponde ad un modo di vedere le cose che appartiene alla logica del profitto che, però, non mi convince. Quando è “dedicato”, il tempo non è “sprecato”. È la presenza che tu metti in quel tempo a renderlo importante. Quando ci sono una presenza e un amore, non è mai sprecato. Non conta il risultato. È molto difficile, mi rendo conto. A volte anche io, se il risultato non arriva, penso che sia tempo sprecato. Ma cerco di ricordarmi che non è così. Per quanto riguarda il mio strumento, era un lavoro che volevo fare da anni. Ho iniziato il mio percorso nella musica studiando pianoforte da bambino. Poi ho suonato la chitarra da autodidatta, ho studiato canto e musica classica. Quando ho iniziato a suonare musica rock, non mi piaceva l’idea di stare dietro una tastiera e il pianoforte era intrasportabile. Crescendo, fantasticavo su come poter portare ai miei concerti un vero pianoforte acustico. Finché non ho pensato, a proposito di tempo sprecato e tempo dedicato, di acquistare un pianoforte usato. Ho iniziato a smontarlo senza sapere se questa cosa avrebbe portato ad un risultato. Mentre ci lavoravo, ho chiesto aiuto a tecnici del settore, fino a realizzare un specie di prototipo. Abbiamo cercato di tarare lo strumento, renderlo trasportabile e digitalizzarlo. È un viaggio in continua evoluzione perché, trattandosi di un esperimento, è sempre in costante cambiamento.
(“Infinite possibilità per essere finiti”; continua sotto)
Ognuno di noi trae emozioni e ispirazioni dalle canzoni. Quali testi e artisti hanno formato Giovanni Truppi?
Tantissimi! Da De Andrè a Jonh Lennon, da Sun Kil Moon a Sufjan Stevens. Recentemente ho ascoltato molto un disco senza testo, puramente strumentale, “Promises” di Floating Points, Pharoah Sanders e della London Symphony Orchestra. È molto ampio il mio ventaglio di ricerca, prendo da tante cose molto diverse tra loro.
Ulisse, cercando Itaca, trova se stesso. È da poco uscito il tuo nuovo album “Thruppi”, che viaggio hai fatto per trovare te stesso in questo progetto?
In generale cerco di non avere uno sguardo così esterno su me stesso. È passato ancora troppo poco tempo dalla sua uscita. Posso dirti che sicuramente, nel percorso di conoscenza di me stesso, questo disco mi ha insegnato tante cose. È un progetto che ho realizzato in modo diverso da quelli precedenti, a partire dal fatto che non è un disco solo mio. L’ho fatto con un approccio molto più istintivo alla scrittura e questo credo mi abbia insegnato delle cose di me e di come funziona la mia creatività.
Thruppi mantiene un taglio artigianale e si discosta dalla produzione industriale della musica odierna, soprattutto nel rap. La pensi anche tu così? Come siete riusciti a non cadere in questa trappola?
Credo banalmente di non essere in grado di fare diversamente. A volte mi dispiace pure (ride, ndr)! Non ho delle ricette. Rispetto alla produzione industriale di musica, sono consapevole che alcuni brani nascano con un atteggiamento più mirato al risultato commerciale. Credo che questo atteggiamento non sia per forza legato a generi specifici: può accadere anche in settori che ci sembrano più nobili, come il cantautorato. Non mi interessa molto questo approccio, perché ci sono opere che mi sono piaciute, mi hanno emozionato e che magari erano state realizzate in quel modo lì. Quello che mi interessa, è se la cosa mi piace o non mi piace. Come l’abbiano fatta magari mi incuriosisce in un secondo momento. Questo perché mi interessa l’arte e non il fatto che sia stata realizzata per denaro.
(“Thruppi”; continua sotto)
In una tragicomica metafora Renato Carosone con “Tu vuò fa’ l’Americano” racconta l’attrazione verso la cultura d’Oltreoceano. Ci siamo discostati o ci siamo sempre più dentro?
Siamo molto di più dentro a questa metafora. Mi sembra che oggi non abbia quasi senso discuterne perché ormai la cultura occidentale si è parecchio uniformata. Le specificità sono sempre più effimere.
Nella serata delle cover al Festival di Sanremo, hai scelto di affrontare la scommessa della libertà. Essere liberi, a volte, implica rifiutare la libertà concessa, come “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De Andrè. Ci vedi una strada per l’impegno civile?
Non lo so. A me quello che interessava di quella canzone era che fornisse tanti spunti. Offre spunti di riflessione che vanno da quello che hai appena citato a quello delle carceri, un tema che non avevo tanto in mente quando ho proposto quel brano. Quello che mi interessava “Nella mia ora di libertà” era ciò che De Andrè sosteneva: cioè che siamo tutti coinvolti. Non possiamo sentirci nel giusto fino a quando c’è qualcosa che non funziona nel mondo attorno a noi. Questo concetto mi piace molto. Anche dal punto di vista epistemologico, il fatto che siamo tutti parte della stessa cosa e coinvolti negli stessi processi, mi piace tanto.
Dalla grande macchina di Sanremo, come uscirne senza tradire se stessi?
Era una mia grande preoccupazione e ho cercato di prestare molta attenzione. La maggior parte del lavoro poi lo fa il brano. Secondo me portavo in gara un testo e una musica che, nel bene e nel male, non prestavano il fianco ad essere stereotipati. Era una canzone molto sfaccettata e difficile. Credo che questo aspetto, insieme al fatto che ho cercato di raccontarmi per quello che sono, abbia funzionato.
Il rap suscita sempre molto dibattito. Mentre in America vogliono uscire dal ghetto, in Italia vogliono entrarci. Trovi che anche questo genere musicale abbia un disegno poetico?
Sono molto affascinato dal rap e dall’hip hop. Lo ascolto tanto, ma non mi ritengo un profondo conoscitore per dare un giudizio. Anche perché non sono mai così entusiasta di un solo genere musicale. Mi sembra che nel rap ci sia la possibilità di fare poesia e arte come in qualsiasi altro mezzo di espressione. Non è solamente flexare anche perché Marracash, che ha numeri incredibili, non mi sembra faccia questo tipo di narrazione. Nayt, che è un altro artista che mi piace tanto, idem. Il resto fa parte del linguaggio, ma non mi crea particolari problemi. Quello che preferisco, e che io considero rap in purezza, sono i primi lavori di Dargen D’Amico e il disco “Neffa & I Messaggeri della Dopa”.
Trovo che un aspetto attraente della tua arte sia quello di prestare molta attenzione alla grammatica e alla trama dei tuoi brani. Come nasce questa scelta?
Mi piace molto la lingua italiana e mi piace anche forzarla. Non tutte le mie canzoni risultano perfette dal punto di vista grammaticale perché a volte c’è qualche forzatura. Sicuramente ci faccio attenzione perché mi interessa tutto questo. La lingua è uno dei due miei binari di espressione. È molto importante per me chiedermi cosa ci sia dentro alla mia scrittura e scavare il più possibile nel senso e nella trama della mia narrazione musicale. Detto questo, mi piace molto anche quando, sia nelle cose mie, che in quelle di altri, il senso non è chiaro e passa solo un’emozione.
(Giovanni Truppi, a sinistra, assieme ai Thru Collected; continua sotto)

Una trasmissione in radio ha aperto una puntata sullo scorrere del tempo con un tuo brano: “Alcune considerazioni”… quasi un flusso di coscienza. Che tipo di processo creativo c’è dietro questo brano?
Per definire quel brano, userei anch’io il termine “flusso di coscienza”. A volte mi capita di appuntarmi note sul cellulare e spesso le uso per scrivere canzoni. Nel caso di Alcune Considerazioni, ho fatto un collage di pensieri che mi sembrava avessero un senso. Nel fare questo, mi sono reso conto che questo pezzo parlava anche dello scorrere del tempo e ho inserito questo ritornello: “E hai voglia di cercare le parole giuste/ E hai voglia di cercare una melodia/ A volte basta un niente, anche solo un rumore/ Non sai mai quando, mai come una poesia” che conferisce una chiave di lettura a questo brano.
Cosa ti è successo oggi “Mentre cercavi la felicità”? Cos’è per te la felicità?
Bella domanda! Ma alla seconda non saprei rispondere (ride, ndr). Credo di aver provato a farlo nel modo in cui riesco meglio e spiego di non essere riuscito a darne la definizione. Rispetto ad altre cose che mi sono successe mentre cercavo la felicità… “Era iniziata l’estate, mentre cercavo la felicità”.