Se ne parla troppo poco in Italia: perché ai protagonisti di questa storia – e in particolar modo al primo protagonista, qui intervistato – ormai dell’Italia importa il giusto (e spiega per bene il perché), ma anche perché a giornalisti e resto dell’opinione pubblica tutta questa piccola saga pare secondaria, non sexy, sicuramente non baciata da abbracci e dinamiche mainstream. Però sta di fatto che l’Italia, ancora 15 anni fa, ha perso quello che già allora era uno dei più grandi festival d’Europa, migrando armi e bagagli in Spagna, a Benicassim. Sì: oggi che si parla tanto di festival, già quindici anni fa avevamo uno dei festival più grandi del Continente. Ma l’abbiamo lasciato andare via. Anzi: abbiamo fatto in modo che andasse via.
Un festival che ancora oggi nell’arco di una settimana supera il muro delle 200.000 presenze: quindi sì, sarebbe il più grande festival outdoor italiano (e uno dei più grandi d’Europa, appunto), fosse ancora italiano. Ma finché era in Italia, questo festival, gli è capitato in sorte nonostante il dirompente successo di attraversare difficoltà e traversie pazzesche: la minore delle quali il fatto di svolgersi in una delle zone più piovose della galassia (il Friuli Venezia Giulia, più verso le Alpi che verso il mare), la maggiore delle quali una continua e costante lotta contro le istituzioni. Anzi, delle istituzioni contro di esso. Per motivi in qualche caso intuibili (il consumo diffuso di droghe leggere, ad esempio), in qualche caso invece più problematici e sinceramente, tristemente ottusi – e in questa intervista se ne parla diffusamente. Leggetevi insomma la storia del Rototom Sunsplash, se non la conoscete; perché volta che l’avete fatto, questa intervista col suo storico leader Filippo Giunta ve la godrete il doppio.
Resta la domanda: ma veramente siamo stati così idioti e così autolesionisti da spingere una realtà come il Rototom Sunsplash ad andare via? Veramente abbiamo mandato via un festival che oggi, senza aiuti di fondi d’investimento, multinazionali e patronati politici, con un agire a suo modo sorprendentemente etico e “umano”, non corporate, raduna 200.000 e passa persone ad edizione, risultando oggettivamente una virtuosa eccellenza globale? La risposta, purtroppo, sta nei fatti. E nelle parole di Filippo Giunta (qui sotto una sua intensa foto) – piene peraltro di osservazioni interessanti anche su altri campi.

Non lo puoi ovviamente ricordare, ma noialtri due ci eravamo già incontrati di sfuggita ad un Rototom di Sunsplash ancora ad Osoppo, quando guidai un incontro con David Rodigan. Vabbé, che poi “guidare” è l’espressione sbagliata: andai al traino io, altroché, visto che lui è una forza della natura…
Ormai sono quindici anni che siamo fuori dall’Italia: quindi sì, davvero tutto quello che succedeva ad Osoppo è questione di molto, molto, molto tempo fa…
Che impressione, eh.
Tra l’altro la cosa curiosa è che pare andare avanti tutto per decenni nel nostro percorso, più o meno.
Ovvero?
La nostra storia nasce nel 1991, col club prima e successivamente la nascita del festival; poi nel 2000 il trasferimento ad Osoppo; dieci anni dopo, il trasferimento a Benicassim.
1990, 2000, 2010. E nel 2020, nulla?
Eh, c’era la pandemia.
Giusto.
Infatti noi celebriamo solo quest’anno le 30 edizioni, perché 2 ne abbiamo perse. Sono 32 anni che esistiamo come festival, ma nel 2020 e nel 2021 non abbiamo potuto fare nulla. E sì che ci avevamo provato in tutti i modi. Tutti. Lo sai ad esempio che avevamo già commissionato ad un’azienda 200.000 tamponi? Di modo che uno si faceva il tampone prima di entrare nell’area del festival e, se risultava negativo, poteva entrare… E invece ci hanno detto: “No, non si può. Non si può e basta”.
In quei due anni di stop, hai avuto paura che il Rototom potesse perdere il suo pubblico, o almeno una parte di esso?
Sì, chiaramente. Ma è una paura che è passata in fretta, quando abbiamo visto che in pochissimi in realtà ci stavano chiedendo i soldi dei biglietti già acquistati per le edizioni poi saltate: non volevano rimborsi, si fidavano di noi. Hanno preferito lasciare lì quei biglietti con la consapevolezza che sarebbero stati validi appena si sarebbe ripartiti – e così ovviamente è stato. Poi certo, certezze uno non ne ha mai. Quando abbiamo annunciato la ripartenza, ad esempio, non c’era nessun tipo di sicurezza che non ci sarebbero state limitazioni ai voli, agli spostamenti, agli assembramenti di persone; e anche se tutte queste limitazioni non ci fossero state, che sicurezza avevamo che la gente avesse voglia di tornare in un posto ad alta densità umana, dove si sta tutti così attaccati? Quanto sarebbe rimasto addosso alle persone della paura dei due anni precedenti? Invece alla fine è andata bene. Ma guarda, ogni tot succede sempre che ci venga la paura di sparire, di aver finito la nostra corsa… È nel nostro DNA…
Ah sì?
Beh: quando ci siamo trasferiti in Spagna, che sicurezza avevamo che la nostra gente dall’Italia ci avrebbe seguito? La Spagna poi di suo era proprio una grande incognita: Benicassim non è una grande città, eravamo il primo grande festival reggae sul territorio, non c’era insomma nessuno storico sul fatto che un evento come il nostro potesse essere interessante per la penisola iberica. Eppure, è andato tutto bene. Detto questo: se non ci ha fermato la pandemia, onestamente mi chiedo cosa ci possa fermare ora… (sorride, ndi)
(L’edizione di quest’anno, in programma a metà agosto: giusto due o tre nomi in line up… Continua sotto)
Ho una domanda un po’ da profano: l’argomento-del-giorno in Italia è da tempo quello della bolla dei concerti, delle richieste troppo alte da parte degli artisti e dei loro management. Ma anche l’ecosistema reggae soffre delle stesse dinamiche? Perché ho sempre l’impressione che sia un po’ un mondo a parte, con dinamiche tutte sue…
Diciamo che certe dinamiche ultimamente stanno arrivando anche nella nostra scena, soprattutto da parte degli artisti della nuova generazione, magari quelli che hanno un grosso seguito in Inghilterra o negli Stati Uniti e pensano di poter replicare anche in altre parti del mondo le pretese che hanno rispetto a quei due mercati lì; se li accontenti bene, se non li accontenti ti salutano. Ricordo ad esempio il primo tour di Buju Banton dopo essere stato scarcerato, costava un’ira di dio, ma tu non devi farti trascinare, devi sempre fare i calcoli in base a quanti paganti e quanto incasso lordo puoi fare. L’artista può assegnarsi il valore che vuole, lo faccia pure, ma dopo i calcoli li devi fare tu. Se io più di tanta gente non riesco a far entrare e se il biglietto non posso o non voglio metterlo ad un prezzo troppo alto, è inutile che poi mi vada a schiantare. Ma anche il management dell’artista dovrebbe essere consapevole di certe dinamiche: se sai che più di 50.000 euro non li posso incassare, tanto per farti una cifra a caso, come puoi allora chiedermi 150.000 euro?
Però c’è chi lo fa.
E va bene. Lo facciano. Noi di sicuro cerchiamo sempre di stare attenti, di non fare il passo più lungo della gamba. Anche perché non abbiamo mai avuto e voluto grandi sponsor alle nostre spalle, abbiamo sempre contato sulle nostre risorse. Però fammi dire che tutti gli artisti che sono riusciti a farsi strapagare per i loro concerti, pensando di aver fatto così il grande colpo, gli anni successivi di sicuro non sono stati richiamati da quei promoter a cui avevano fatto perdere un sacco di soldi. Insomma, ci sono degli artisti – e ti prego, non farmi fare nomi, non voglio entrare in polemiche – che hanno delle richieste oggettivamente esagerate, proprio numeri alla mano. Non so quanto valga la pena. Magari chiedono dei soldi che vanno bene per altri mercati, ma per il nostro no – è solo che non si preoccupano di adattare tutto ai vari contesti. Un tempo era tutto più facile: noi arrivavamo più o meno negli stessi periodi di un grande festival reggae in Germania, aspettavamo che fissassero la data lì e poi arrivavamo noi a fare le offerte agli stessi artisti. Giusto un po’ più basse.
Più basse?
Ma non perché volessimo fare i furbi, attenzione: ma perché era chiaro a tutti che l’Italia era una scena più piccola, in quanto a reggae, e che soprattutto da noi il costo della vita e il reddito a disposizione delle persone era più basso. Tutto qui. Quindi ci stava che da noi gli artisti venissero venduti a un prezzo leggermente inferiore. Ti ho fatto l’esempio della Germania, potrei farti quello dell’Inghilterra: lì era normale pagare all’epoca quello che oggi sarebbero 50 euro per un biglietto d’ingresso a un festival. Da noi, no. Da noi era troppo. E poi, c’è ancora un’altra cosa da dire.
Vai.
La lingua.
Cioè?
In Italia o in Spagna l’uso dell’inglese è ancora limitato. Quindi quando arriva un artista che canta in inglese, la gente fa più fatica a capire e seguire le parole. E infatti, quando eravamo in Italia al Rototom funzionavano molto di più gli Africa Unite che Buju Banton, anche se ovviamente a livello di popolarità globale non c’è confronto. E il paradosso era che gli Africa Unite costavano di meno. Che ha anche un senso, naturalmente, ma fino ad un certo punto. Gli artisti internazionali in giro da tanto col tempo hanno capito perfettamente queste dinamiche, e sanno adeguare la richiesta rispetto al mercato da cui arriva; quelli della nuova generazione, non sembrano granché intenzionati a farlo. E sai perché questo è un problema, non solo economico ma proprio anche artistico?
Perché?
Perché in questo modo si fa più fatica a creare un ricambio. È inevitabile che tu organizzatore abbia sempre un occhio di riguardo per i nomi già da tempo sulla scena, già consolidati: tu conosci loro e loro conoscono te, e sapete venirvi incontro, per la felicità di entrambi. Quelli nuovi spesso semplicemente preferiscono non andare in tournée, se l’offerta che gli arriva non la considerano all’altezza.
Eh.
Alla lunga però il rischio è che la gente si stufi di vedere sempre gli stessi nomi, soprattutto i più giovani: e allora succede che magari ci si butta sul reggaeton. Dove magari ci sono artisti che sono più propensi a contrattare, sui cachet. Anche se non tutti. Anzi. Qualcuno pensa che se fa gli stadi in America, allora può e deve farli in tutto il mondo… Però intanto i gusti vanno in una determinata direzione.
(30 anni di storia, in un teaser; continua sotto)
Una soluzione possibile, e secondo me in parte l’avete anche percorsa, era quella di buttarvi un po’ anche su altri generi? Ti dirò: la mia impressione è che ad un certo punto il Rototom abbia seguito con convinzione questa possibilità, per poi invece tornare un po’ più nella tradizione con le ultime edizioni.
Ma guarda, in realtà lo abbiamo sempre fatto, fin dalle prime edizioni: abbiamo sempre messo nella nostra line up quelli che noi chiamiamo “artisti di contaminazione”, che fanno generi cioè in qualche modo tangenziali al reggae. Credo anzi sia proprio uno dei segreti del successo del festival, a dirla tutta: perché magari arrivano delle persone che vogliono solo sentire quell’artista lì, quell’headliner, e poi scoprono invece che il reggae è molto più divertente, vario e coinvolgente di quello che avevano sempre pensato. Un anno invitammo Gilberto Gil, con la scusa che aveva appena fatto un disco dove reinterpretava le canzoni di Bob Marley. Bene, al festival arrivò tantissima gente che non si era mai presa la briga di seguirlo, il reggae, lo bollava come noioso, solo che una volta lì da noi hanno visto com’era la situazione e quanto era piacevole – musicalmente e non solo, perché il nostro è un festival pieno di cose – e si sono presi bene. Diventando così nostro nuovo pubblico negli anni a venire. Anche col trasferimento in Spagna non abbiamo abbandonato questa politica. L’anno scorso ad esempio abbiamo chiamato gli SFDK, un gruppo rap di Siviglia che in Spagna è gigantesco, nella loro città sono arrivati a fare 60.000 paganti, e di sicuro hanno portato poi da noi un bel po’ di pubblico che non era mai venuta prima al Rototom e ad un evento reggae, ma che quest’anno invece ci vuole assolutamente tornare. Abbiamo fatto contaminazioni addirittura col flamenco, figurati. O con altro. Ovvio, in questo modo facciamo incazzare i puristi…
Bravo, mi hai anticipato.
Che palle, eh: alla fine di nomi “strani”, “contaminati”, ne mettiamo uno all’anno: potrai ben sopportarlo, no? “E ma cosa c’entra Manu Chao col reggae”: se non ti va, l’area del festival è grande, mentre lui suona puoi fare altro, no? Poi chiaro, bisogna scegliere bene. E anche quando scegli bene, non sempre le cose funzionano. Calle 13 sono andati alla grande, hanno portato molto pubblico nuovo al festival; ma per dire, Khaled da noi non ha funzionato per niente, Ben Harper ha iniziato a suonare di fronte a 30.000 persone e ha finito di fronte a meno della metà, non ha “preso” il pubblico, molti se ne sono andati via. Insomma, certe volte va, certe volte no. Ma quando va, è una soddisfazione.
Sì?
Ma sì. Perché poi gli stessi che rifiutano a priori questi esperimenti, e che quindi non vorrebbero nulla che creasse un ricambio o un rinnovamento del nostro pubblico, sono poi quelli che dopo un po’ si annoiano di sentire gli stessi nomi e non vengono più, non vanno più agli eventi. Poi ci si sorprende che in Italia le cose vadano male… Noi, quando siamo arrivati in Spagna, lo abbiamo fatto in un momento in cui non c’era quasi nessuno che organizzava eventi reggae. Davvero – quasi nessuno. Ora, ci sono festival grossi come Viña Rock che addirittura da qualche edizione hanno creato un palco unicamente reggae: perché il nostro arrivo ha creato anno dopo anno un mercato. Altro esempio: quest’anno abbiamo fatto un contest per gruppi reggae emergenti spagnoli e sai in quanti si sono iscritti al contest? In 90! E questo in un paese che fino a 15 anni fa aveva giusto sentito nominare Bob Marley, e poco altro…
E allora a questo punto voglio sapere perché la scena ha avuto in Italia un declino così marcato.
Non per sopravvalutarci, ma credo che anche la nostra partenza abbia influito molto. Perché anche solo per forza d’inerzia eravamo diventati un evento che catalizzava attenzione, interesse, che ampliava i confini della scena… I nostri numeri erano veramente grossi, e scomparsi noi non c’è stato poi nulla che abbia preso il nostro posto: e il reggae non è i Coldplay, non sono i Månaeskin, non è insomma qualcosa che ti capita di sentire alla radio o vedere in televisione, non è insomma una musica in cui ti ci imbatti per caso. Ma poi: sai quale era stata all’epoca una delle motivazioni maggiori per dare vita ad un festival, facendo quindi un salto di qualità rispetto alla programmazione di un semplice club? Il fatto che la scena in Italia fosse divisa! I gruppi nella maggior parte dei casi non si conoscevano a vicenda, e in qualche caso se anche si conoscevano in realtà c’erano invidie, divisione… Sai quante volte abbiamo dovuto stare attenti a non far suonare certe band nello stesso giorno, facendo la programmazione…
Ah.
Ma col tempo e col lavoro noi abbiamo fatto da collante, da pacificatori. Radunavamo tutti nello stesso posto, e alla fine in questo modo nascevano conoscenze, amicizie, collaborazioni, si chiarivano anche equivoci. Eravamo noi Rototom Sunsplash quell’appuntamento, una volta all’anno, in cui accadevano tutte queste cose. Venuti a mancare noi, non c’è stato nulla che abbia preso il nostro posto. Ed è comprensibile: in Italia è difficilissimo fare concerti, fare festival. Noi guarda un po’ dall’Italia ce ne siamo dovuti andare. E non è solo un problema per chi organizza, ma anche per il pubblico stesso: sottoposto a controlli, posti di blocco… Insomma: già il reggae non è una musica funzionale al mainstream, non è qualcosa insomma che senti passare in radio, se poi addirittura organizzarne concerti diventa un’attività doppiamente difficile, chi te lo fa fare di farlo?
Ma quando vi siete trasferiti in Spagna, in quanti vi hanno seguito dall’Italia?
Nella prima edizione a Benicassim, tanti. Direi che il 40% dei presenti arrivava dall’Italia. Poi, ogni anno, progressivamente sempre meno; e oggi l’Italiano è il terzo pubblico del festival, non più il primo. Adesso al primo posto ci sono gli spagnoli e poi vengono i francesi. Anzi, guarda, non escludo che a breve l’Italia scena al quarto posto, superata dagli inglesi. Gli italiani in fondo sono ancora abbastanza poco abituati a viaggiare per la musica. Oh, noi ci proviamo ogni anno, ogni anno ci sono nomi italiani forti in cartellone, che siano reggae o che siano anche di altri generi, vedi 99 Posse quest’anno, che hanno anche un certo seguito in Spagna… Ma l’amore per il reggae in Italia si sta un po’ perdendo, e questo lo stiamo avvertendo anche noi, qui a distanza. Sembra tornata ad essere una nicchia, una musica per feste piuttosto piccole, con un pubblico che non è disposto a pagare più di tanto, perché in fondo gli basta essere nella festa piccola.
(Capleton in azione al Rototom Sunsplash; continua sotto)

A proposito di piccolo e grande: prima hai fatto un accenno, e vorrei sviluppare il discorso, sul fatto che voi intenzionalmente non cercate i grandi sponsor. Cosa che accadeva già quando eravate in Italia.
Sì, e adesso ancora di più.
Siete dei matti.
Ma no. Io aprirei anche le porte agli sponsor grandi, non è che li rifiutiamo a prescindere. Ma dobbiamo essere coerenti con noi stessi e non possiamo accettare soldi da multinazionali che magari nel frattempo investono anche in armi: che figura ci faremmo, sennò? Quanto saremmo ipocriti a fare così? Sarebbe bello avere grandi sponsor, eh. Non solo e non tanto per i soldi che ti danno, ma perché spesso sono così ben organizzati che ti possono dare strutture, banchi bar, sedie, tavoli, bicchieri, eccetera, risolvendoti un sacco di problemi pratici… Ma gli unici che non solo hanno tutta questa organizzazione ma che proprio sono anche gli unici che davvero investono nella musica sono tutti sponsor che fanno cose o sono comunque coinvolti in contesti contro cui noi siamo fortemente polemici. Sponsor o società che siano. Prendi la Spagna: ad un certo punto Superstruct ha comprato praticamente tutto, noi siamo rimasti forse gli unici indipendenti e gli unici a non essere stati rilevati da loro, ma nel frattempo Superstruct è stata rilevata dal fondo KKR, che come sai investe in armi e supporta in vari modi politiche a cui siamo fieramente contrari.
Ah guarda, del caso Sónar su Soundwall abbiamo scritto parecchio.
Ecco: a noi nessuno può dire niente. Nessuno. Poi chiaro, quando parlo con alcuni colleghi che mi dicono “Ma sì, sai, se quest’anno va male, se perdo 1 o 2 milioni di euro non è un problema, perché tanto per il fondo che ci ha comprato queste sono briciole rispetto ai loro bilanci, anzi, magari gli fa pure comodo a livello fiscale mettere in bilancio qualche perdita…”, ecco, quando mi dicono così ammetto che per un attimo un po’ di invidia la provo: perché se io perdo 1 milione di euro basta, vado a casa, è finito tutto, mi ritrovo sotto un ponte. Va tuttavia detto che la nostra linea ha anche dei vantaggi, non solo svantaggi.
Ad esempio?
Quando ci fu il caso Matisyahu, ovviamente certe frange della lobby ebrea si scatenarono contro di noi: hanno iniziato a chiamare tutte le istituzioni possibili, pensando che noi dipendessimo da questo o quel contributo istituzionale, e invece hanno scoperto che noi non eravamo ricattabili, non ci potevano colpire economicamente in alcun modo. Quindi sì, da un lato non avere sponsor e non vivere di contributi pubblici o privati di un certo tipo ti fa vivere sul filo ogni anno, e non è bello; dall’altro però sei molto più libero. Non sei ricattabile. Sei libero.
Quante persone vi aspettate, quest’anno?
Mah, più o meno le solite cifre.
Ovvero?
Sulle 30.000 persone al giorno. Che per 8 giorni, fa un totale di 240.000 presenze.
Ecco. E con cifre così, è possibile che nessuno vi abbia mai chiesto dall’Italia di tornare?
Me lo chiedono tutti gli anni!
Ah, vedi.
Anche quelli che un tempo non ci volevano vedere e lanciavano crociate contro di noi, vedi giunte a trazione leghista, ad un certo punto si sono fatti avanti per chiederci di tornare… Ma non ci caschiamo.
No, eh?
A Osoppo non torniamo. Poi sì, sono arrivate richieste dalla Toscana, dall’Emilia, dalla Puglia…
…guarda caso tutte regioni che stanno investendo molto anche dal punto di vista dell’attenzione istituzionale verso la musica.
Però sai, anche se ora sto in Spagna seguo con attenzione quello che sta succedendo in Italia a livello di politica nazionale. E quindi: se abbiamo avuto problemi già 15 anni fa, figuriamoci ora cosa succederebbe, col clima politico che c’è! Sarebbe una guerra. Io l’ultimo anno ad Osoppo me lo ricordo come un incubo: non ho potuto fare il mio mestiere perché c’erano polizia e vigili che mi chiamavano di continuo per qualsiasi stupidaggine, ma cose tipo “Ma… Il bagno che avete montato nel parcheggio è collegato alle fognature?”, al che io rispondevo “Mando il tecnico, così vi fa vedere”, e loro “No no, deve esserci anche lei”. Al che li ho mandati a quel paese. Beh: ho rischiato la denuncia per oltraggio.
Oltraggio a pubblico ufficiale.
Esatto. Lì proprio mi sono detto “Basta, non si può andare avanti così”. Anche perché era solo l’ultimo episodio di una lunghissima serie, con momenti anche assurdi, tipo rischiare una condanna penale perché una tenda nel campeggio – un campeggio che ospitava 5000 tende – forse era stata montata ostacolando in parte un’uscita di sicurezza, e ovviamente ne dovevo rispondere io. Sono finito in tribunale, con tanto di avvocato, e una condanna ora non mi ricordo se a 3 o 6 mesi. Capisci? Tutto questo per una tenda fuori posto in un campeggio che ne ospita 5000, di tende. Se tornassimo adesso, in Italia? Sarebbe ancora peggio. Non voglio nemmeno immaginare, guarda.
In Spagna invece ti lasciano in pace.
In Spagna mi lasciano molto in pace. Sai perché? Perché qua ci considerano prima di tutto come degli imprenditori, e quella musicale è un’industria: mi e ci trattano quindi con rispetto, quindi. Questo non significa che i controlli non ci siano, anzi; solo che sono molto più organizzati, sensati e professionali. È molto più facile organizzarsi, in questo modo. Sai insomma quali sono le cose da fare: sai per cosa devi chiamare il sindaco, sai per cosa la polizia e la Guardia Civil… In Italia, no. In Italia ogni cosa è improvvisata. In Italia non sai quante volte mi è successo che la Polizia mi dicesse una cosa e i Vigili un’altra – o viceversa. Col risultato che mi poteva arrivare una denuncia dai secondi, perché avevo seguito le indicazioni della prima; o viceversa. Per farti capire che non mi sto inventando nulla te ne racconto una fra tante: arrivano i Vigili a dirmi che devo sistemare un estintore ogni 10 metri e soprattutto sincerarmi che fossero ben visibili e raggiungibili a tutti. Bene, lo faccio. Passa mezz’ora, passa la Polizia a dirmi invece che “No, ma lei è impazzito, questi sono oggetti contundenti, sono armi pericolose, tolga subito tutto per carità e li metta al sicuro, in un edificio a parte non accessibile a nessuno”. Follia.
In effetti.
In Spagna una cosa così è impossibile. In Spagna i protocolli sono accurati, assolutamente, ma sono chiari e logici. Oltre a questo, comunque c’è sempre un senso di rispetto – come ti dicevo prima – e quindi anche di collaborazione, di aiuto reciproco. Questo fa la differenza. Qua l’amministrazione locale è la prima a venirti incontro, ad aiutarti, perché sa che se le persone che vengono al tuo evento si trovano bene, è più facile che poi tornino anche gli anni successivi, generando perciò indotto. Io, quando ero in Italia, mi ero azzardato a chiedere di organizzare nei giorni del Rototom Sunsplash un trasporto dalla stazione ferroviaria di Gemona, la più vicina, al festival. “Se lo faccia lei”, la risposta. Qui in Spagna arrivano, mi chiedono “Bene, quali sono i giorni del festival? Quante persone prevedete?”; e il giorno dopo già mi dicono che saranno pronti 4 treni speciali e 200 autobus. E questo anche per un motivo molto pratico: perché sanno che per loro è comunque un guadagno, la gente questi treni e queste navette le paga, non sono mica gratis. Come i tassisti nei giorni del festival, altro esempio: in Italia mai visti, se ne stavano alla larga, qua in Spagna ogni sera c’è una fila lunga e ordinata di tassisti pronti a prendere clienti, e lavorano un sacco. Capisci la differenza? In Spagna se vuoi lavorare nel nostro settore sei il benvenuto, in Italia ti fanno sentire come uno che crea dei problemi.