Ho da sempre avuto un rapporto particolare con I Cani.
Sono arrivati nel perfetto peggior momento della mia vita: quando mi ero imposta di distaccarmi ed essere superiore a tutta quella nuova scena che si stava creando e che stava via via distruggendo tutto ciò con cui ero cresciuta, perché l’epoca d’oro e dorata dell’indie italiano è morta con Le Luci della Centrale elettrica, e I Cani ne hanno celebrato il funerale. Sono stati lo spartiacque tra tutto ciò che è stata l’originalità, la mescolanza di generi, il guardare l’estero per farlo proprio, l’inglese storpio e la musica lo-fi, l’attitudine punk e le dolcezze malinconiche, la ricchezza del panorama musicale, e tutto ciò che è diventato una grande uniforme ripetizione, con l’arrivo di Calcutta e del fantomatico termine it-pop.

Sarà che ai tempi mi annoiava la narrazione della band con il sacchetto in testa, sarà che rifiutavo categoricamente di ascoltare qualsiasi cosa scritta in quell’italiano intellettuale post Baustelle o Offlaga Disco Pax, ma non sono mai stata una fan sfegatata della band romana. Inoltre, non mi facevo di cocaina, non abitavo ai Parioli, non ero mai stata borghese, non avevo nessun sogno di vita a New York, non mi sentivo rappresentata. Anzi, mi sentivo derubata dei miei piccoli tesori: le Lomo, Wallace, Johnston, Wes Anderson. Come si permette, questo sconosciuto che fa notizia solo perché non si mostra in faccia, di saccheggiare la mia collezione di autenticità e darla in pasto al mainstream?
Avevo, insomma, anche io delle inesperte velleità a cui ero fieramente attaccata.
Ci ho messo qualche anno prima di fare pace con le canzoni dei Cani e capire che in realtà mi credevo superiore facendo il suo stesso gioco: astrarsi per parlare di noi.
Noi eravamo quegli snob che guardavamo i concerti con occhio critico, che giudicavamo se gli altri non sapevano tutti i testi di tutte le canzoni di ogni b-side del gruppo più sconosciuto di Cavriago. Eravamo gli hipster con un dress code di jeans attillati e una strana ossessione per i baffi, amavamo gli orologi cipollotti e i vestiti di American Apparel, ci sentivamo arrivati in un mondo che non ci stava portando da nessuna parte, ma dove se fossi stato quello che sta con la band, allora avresti potuto dirti qualcuno. Ci davamo un tono di distaccata superiorità per differenziarci da chi, dall’altra parte, conduceva una vita “normale”.

Poi arriva Niccolò Contessa che decide di raccontare quanto siamo snob. Senza parole auliche, senza troppe figure retoriche, senza citazioni socialiste o manzoniane, semplicemente mettendosi nei panni dell’osservatore di ciò che gli stava intorno, raccontava chi eravamo noi, in un’analisi spietata dei nostri personaggi ben costruiti e del nostro essere, in fondo, tutti uguali.
E non c’è niente di più snob al mondo, nel farlo. Ma soprattutto: nulla di ironico. Era spaventoso che qualcuno parlasse di noi, smascherando tutta la performatività (che bel termine che ai tempi ancora non esisteva) che ci permeava. E questa cosa è andata di traverso un po’ a tutti. Tra chi se ne dissociava e chi, invece, ne faceva mezzo di autocoscienza. Eravamo tutti lì con un piede dentro la vita e uno fuori, distaccati ma consapevoli, a ripeterci che ci sarà tempo, per diventare adulti.
Che sarebbero finiti, i tempi in cui valeva di più chi ti vantavi di conoscere o chi ti limonavi nel locale trendy.
E invece quelle persone sono ancora tutte lì. Siamo ancora tutti qui: addetti ai lavori che abbordano con “Sai, io ti posso portare nel backstage”, salvo poi rimanere delusi se lei se ne tornerà a casa con la rockstar nostrana di turno, scrittori che stanno per pubblicare la loro non fiction, giornalisti che “Io vado solo in accredito, non mi interessa”, stagisti che ti diranno “Siamo molto amici” riferendosi a quel nome sconosciuto ma promettente, che, vedrai, “spaccherà”. Promesse di futuri gloriosi che ci vengono fatte o che facciamo, un po’ a caso, un po’ per tirarcela, un po’ con la speranza che qualcosa succeda.
Le vecchie canzoni sembrano profezie di una generazione che non è mai stata adulta, pur vestendosi come tale, che vorrebbe insegnare qualcosa ai più giovani, ma cosa può raccontare se non sentimentali, spicciole filosofie e personali disfatte, abbellite e infiocchettate da aneddoti di vita che negli anni non ci hanno resi affatto più affascinanti. Solo, più vuoti
Ancora oggi. Ancora per scopare. O per quel disperato desiderio di essere un nome in un mondo dove non abbiamo i soldi nemmeno per piangere, e quindi è necessario attaccarsi a qualche altro appiglio. O dove dobbiamo nascondere il fatto che, se possiamo permetterci di fare i falliti, è perché a 40 anni suonati abbiamo ancora i genitori che ci mantengono gli psicologi e ci comprano le case in centro, dove continuiamo a raccontarci favole di finto proletariato anticapitalista.
Le nuove canzoni sono la presa di coscienza dei nostri privilegi, dei nostri difetti, delle nostre mancanze. Ché la colpa di tutto è nostra, la responsabilità, sempre nostra. I fallimenti, tutti nostri. Non è più sfortuna, anche se ci piace pensarla così mentre compriamo le magliette “Dream/Merda”
Anche Niccolò Contessa è ancora lì, sul palco del Parco della Musica di Milano, e dopo tutti questi anni pare volerci confermare quanto ci aveva visto lungo, già ai tempi. Siamo anagraficamente più grandi e sentimentalmente ancora ventenni, insieme a noi c’è quella platea di persone più giovani che sicuramente stanno inseguendo le loro nuove velleità, stavolta non in formato blog ma in monetizzazioni su IG, che non guardano Wes Anderson ma Paul Thomas Anderson, che invece di Daniel Johnston ascoltano Mac De Marco, che leggono Rooney invece di Wallace. Che sembrano aver colto qualcosa in più rispetto a noi: li vedo quasi più adulti, nel loro disciplinato pogo. Trasmettono quella sfrontata arroganza di chi i sogni ancora li ha tutti interi, che non deve andare a raccoglierli sparsi in canzoni di un gruppo che ai tempi si diceva “che passerà di moda”. Ma probabilmente, tornati a casa, si domandano anche loro se quella statistica sul primo a staccarsi dal bacio sia vera.

Le vecchie canzoni sembrano profezie di una generazione che non è mai stata adulta, pur vestendosi come tale, che vorrebbe insegnare qualcosa ai più giovani, ma cosa può raccontare se non sentimentali, spicciole filosofie e personali disfatte, abbellite e infiocchettate da aneddoti di vita che negli anni non ci hanno resi affatto più affascinanti. Solo, più vuoti.
Le nuove canzoni sono la presa di coscienza dei nostri privilegi, dei nostri difetti, delle nostre mancanze. Ché la colpa di tutto è nostra, la responsabilità, sempre nostra. I fallimenti, tutti nostri. Non è più sfortuna, anche se ci piace pensarla così mentre compriamo le magliette “Dream/Merda”.
Rincorriamo le nostre fantasie di successo, perché guardare in faccia il fallimento sarebbe peggio che sparire
Quante velleità ho lasciato alla cassa della vita adulta insieme al basilico, quante ancora tengo strette, perché in fin dei conti ci va bene così: tutto è cambiato e niente è cambiato.
Rincorriamo le nostre fantasie di successo, perché guardare in faccia il fallimento sarebbe peggio che sparire.
E I Cani sono lo specchio da cui la nostra generazione si è guardata dopo aver tirato una riga in un salotto di amici di amici. E quello che ha visto gli è piaciuto così poco che ha dovuto inventarsi un’immagine patinata da presentare agli altri, per sopravvivere.
Contessa sul palco di Novegro ci introduce una nuova canzone: si chiama Squalo balena. Parla di un mostro che vive insieme a noi e che sappiamo ci distruggerà tutto: è quel mostro dell’età adulta che ci ostiniamo a rifiutare, ma che, forse, prima o poi arriverà a prenderci.
E quindi tanto vale tenere conto delle cose importanti: i dischi, i bagni al mare, l’umanità, il concerto dei Cani quella volta nel 2026, dieci anni dopo. È una bella storia da raccontare ai quei famosi figli che non avremo.
Questo ci può rendere gli ultimi dei romantici?