Abbiamo lasciato decantare quasi una decina di giorni, l’edizione 2026 del Kappa FuturFestival, prima di arrivare a scriverne. Non a caso. Il sapore lasciato da questa ultima edizione è stato ottimo, davvero ottimo. Così buono da farsi venire il dubbio: ma non è che è abbiamo visto tutto troppo con lenti rosa? Non è che essersi trovati benissimo lì per lì – e, diciamolo, chi ci va come giornalista di benefit ne ha, ha accesso a più aree, ha vita più comoda – rischia di sporcare un giudizio più oggettivo?
È anche vero che avere accesso al backstage ed alle aree riservate, se sei sveglio ed osservi molto invece di pensare solo a fare il VIP, può mettere in luce degli aspetti fondamentali e non scontati per capire quanto un festival stia funzionando per davvero, così come quanto sia strutturato in maniera solida e, soprattutto, in che direzione stia andando. Devi incrociare le informazioni, le visioni, il modo di vivere il festival. Devi avere, insomma, una visione d’assieme, se vuoi fare un report sensato. Stando sul campo: sia davanti al palco, che dietro il palco.
Ecco allora, a proposito dell’incrociare le informazioni ed ancora di più dell’importanza di raccoglierle sul campo, abbiamo notato che esiste ancora una residua quota di individui che si porta dietro vecchi pregiudizi, e li squaderna appena possibile (pensando di far così bella figura, figura da “esperti”): quelli cioè del Kappa FuturFestival come adunata “pericolosa” ed affollata, sabba di aggressivi techno-unni pacchiani e maranza di Torino e provincia che vengono solo a far casino e creare problemi, corroborati dalla cassa in quattro e da una musica evidentemente priva di patimenti, straziamenti, irregolarità, sperimentazioni da “salotto buono” ma concentrata invece solo a fare il bottino pieno del crowdpleasing massificato becerotto e facilino.
Bene. Di questi individui, potete stare certi di una cosa: non mettono piede al FuturFestival da anni.
(Dance first, think later, ma anche provare prima di giudicare non sarebbe male; continua sotto)

Forse ci sono stati le primissime edizioni, o hanno amici – raffinati&esperti tanto quanto loro – che hanno provato ad andarci, sempre nelle prime edizioni, raccontando cose pese; e da lì hanno deciso come era il festival e, soprattutto, hanno deciso come sarebbe stato per sempre. Una opinione custodita nel robusto involucro dei loro pregiudizi e squadernata come risorsa identitaria.
(…quand’è che capiremo che si è esperti per davvero se ci si spoglia dei pregiudizi, e non se invece li si irrobustisce sistematicamente?)
Noi ci sbracciamo a scriverlo, e peggio per chi ancora non vuole capire: rispetto alle primissime edizioni, il Kappa FuturFestival è cambiato tantissimo. Ripetiamo: tantissimo. È proprio un’altra cosa. La composizione del suo pubblico, la percezione che lo circonda, il comportamento che poi si ha davvero durante i giorni di musica al Parco Dora: tutto questo ha subito una evoluzione/rivoluzione copernicana.
Il primo dato ovvio è quello della presenza degli stranieri, che è passato da quasi zero ad oltre il 50% dei paganti ( e questo su una base ormai regolarmente superiore alle 100.000 presenze complessive: ecco, fate voi i conti). Si parte da lì. Al di là del luogo comune – ma ahinoi, spesso tristemente vero – sul fatto che gli stranieri sanno gestire meglio la materia “festival dance” di quanto soprattutto in passato la sapessimo gestire noi (sanno cioè bere meglio, relazionarsi meglio, doparsi meglio, sorridere di più indurirsi meno), il fatto proprio asciuttamente “tecnico” è che ora ci sono tantissime persone che al Kappa arrivano non per caso, non perché vogliono sballarsi un weekend, non perché non hanno di meglio da fare, ma ci arrivano al contrario per una scelta consapevole, meditata, voluta. Lo fanno prenotando aerei con mesi di anticipo, prenotando hotel con settimane se non mesi di anticipo, soppesando bene le loro scelte perché di festival di elettronica nel mondo ce ne sono millemila oggi, quindi non è che vai al KFF perché o vai lì o non vai da nessuna parte, non è che vai al KFF perché non ci sono altri posti dove poter fare maratone di cassa dritta e/o goderti scenografie particolari…
Una forma di consapevolezza e di pacifica ed esplicita intenzione che diventa virale, nei weekend futurfestivaliani al Parco Dora. Contagia. Un contagio profondo.
A chi vede ancora il Kappa FuturFestival come il gonfiodromo d’Italia (i torinesi capiranno bene l’espressione), va detto che è come immaginare che in televisione si possano ancora vedere giusto solo Rai Uno e Rai Due, e i più introdotti, solo loro!, sanno che sta per arrivare il colore e perfino un canale che si chiama Rai Tre… Berlusconi? Uno spigliato ma semisconosciuto palazzinaro brianzolo.
Anche su questo stiamo battendo da anni: un po’ per l’arrivo degli stranieri e del loro immaginario sui festival dance un po’ per un processo spontaneo e forse addirittura imprevedibile, una delle caratteristiche principali e speciali del Kappa FuturFestival da anni a questa parte è che si è costruito un pubblico suo, molto motivato, molto coinvolto, che porta avanti una sua specifica attitudine, un suo spiccato senso d’appartenenza, una sua estetica peculiare, un suo modo pacifico e libero di apparire, e lo fa travalicando steccati sia di gusto musicale che di estrazione sociale. Questo come quasi nessun altro festival in Italia, forse nessuno; e come pochissimi festival al mondo.
Vai insomma al Kappa FuturFestival non più / non solo per sfogarti ma ci vai piuttosto per entrare a far parte di una narrazione, per costuir(ti) un racconto e sentire così di far parte – per almeno un weekend – di una comunità dai confini globali: non estesi fino a Brandizzo e nemmeno fino al Brennero o Lampedusa, ma molto più vasti e “felici”. Chi ha i soldi e una vita agiata, sa quanto sia bello viaggiare e (anche) consumare divertimento nel farlo; chi non li ha o non ne ha troppi da poter scialare indiscriminatamente nel jet set del clubbing à la Ibiza che va da UNVRS al Circoloco, scopre nei giorni del Kappa quanto comunque sia bello aprirsi al mondo, ed alla semplice gioia di vivere, sotto l’edonismo sonoro e vibrazionale della musica elettronica.
Un approccio molto pragmatico. Molto diretto. Molto anglosassone.
(Uno scorcio del Parco Dora durante il KFF in una foto di Andres Barragan; continua sotto)

E qui arriviamo al punto. Il vero miracolo del Kappa FuturFestival, ma è un miracolo che arriva dopo anni di duro lavoro, di investimenti, di perdite iniziali da ripianare, di pernacchie e scarsa voglia di aiutare da parte dei teorici saputi del clubbing di casa nostra e un po’ anche di certe istituzioni, è aver raggiunto un DNA pienamente internazionale, globale ed inclusivo, e tutto questo senza mai tradire la sua provenienza, la sua origine, il suo luogo d’elezione (un Parco Dora perfettamente conficcato nel tessuto urbano torinese), le sue traiettorie musicali.
Si è passati dal vedere il KFF come un’accozzaglia di grandi i nomi in cartellone per “fare i soldi” a cui unire qualche monumento techno o house detroitiano “per lavarsi la coscienza”, tutto questo nell’asfittico ed a lungo anzi inesistente panorama di festival di elettronica open air italiani, ad un KFF che è oggi invece molto di più, è un festival globale dove per carità ci sono sempre i grandi nomi – anzi, sono sempre di più – e non mancano mai gli artisti “da intenditori” (alcuni anzi ormai ignorati dai festival fighettini ed intellettualini perché non più à la page, ma non per questo meno validi), però il vero protagonista è sempre più la voglia-di-esserci-e-di-esserci-in-un-certo-modo del pubblico, un modo molto meno dozzinale ed indistinto di un tempo. C’è insomma una identità collettiva ben precisa, dove i dj sul palco sono la ciliegina sulla torta (… e non la strapagata torta tout court, e se la torta è insapore chi se ne frega, tanto il pubblico magna lo stesso, bue com’è).
Ve la diciamo più semplice? Il Kappa FuturFestival non è più una banale collezione di figurine, la più ricca d’Italia nel suo campo. Si è fatto invece un racconto evoluto: dove le suddette figurine arricchiscono il contenuto ed attraggono i lettori, chiaro, ci mancherebbe altro non lo facessero, ma non sono per forza l’unica cosa che conta. Quello che conta è cioè sempre meno vedere e riprendere l’artista famoso ed iconico, quello e solo quello, ma è piuttosto l’essere parte di una piccola utopia lunga 72 ore: un’utopia fatta anche di luci, di architetture, di incontri di persone da tutte le parti del mondo, di corpi liberi e non giudicati (e, tolta una fisiologica quota di minus habentes, nemmeno insidiati e slumati in modo allupato).
Queste cose le capisci stando in mezzo alla gente. Quest’anno come non mai.
(L’inevitabile ma sempre emozionante foto iconica prospettiva Main Stage, qui di Antonio Corallo; continua sotto)

Ma lo capisci in modo convincente anche aggirandoti per i backstage con le antenne dritte. La controprova arriva lì.
Ogni anno sempre di più, infatti, vedi e noti che gli artisti in line up e i loro manager non arrivano al Kappa FuturFestival giusto per fatturare e passare poi agilmente a cose e date più piacevoli col sole in fronte, come forse in passato è stata abitudine; no, arrivano e stanno, stanno a Torino, stanno al Parco Dora, perché hanno sempre più piacere genuino di esserci, di stare. Apprezzano sempre di più il suonare al KFF e farne parte, perché sono sempre più coinvolti nel racconto e senso di comunità che il festival sta costruendo su scala internazionale. Lo sta costruendo anche grazie alla loro presenza, la presenza di loro artisti famosi&potenti, per carità; ma non unicamente in relazione alla loro presenza. Non più. E anzi, ormai sono gli artisti famosi&potenti che si nutrono – nutrono il loro profilo, il loro prestigio, anche il loro valore sul mercato globale del clubbing – del valore aggiunto che il Kappa FuturFestival emana e gli regala.
Un cambio di paradigma e di rapporti di forza notevole.
Tutto questo vale come e più dei numeri record (si parla di 125.000 persone, quest’anno); vale anche più della semplice somma della fama di chi è chiamato a suonarci, al FuturFestival. E se si stanno moltiplicando i back to back (anche tripli, vedi il Troxler/Jones/Capriati del primo giorno) non è solo per una trovata commerciale, ma perché davvero gli artisti hanno preso a considerare il KFF un bel posto dove stare bene e dove esprimersi e dove giocare, vedi anche la presenza, per tutt’e tre i giorni, al di là dei compiti on stage, degli amichetti Four Tet, Floating Points e Daphni, o di Enrico Sangiuliano (uno che dal KFF ha ricevuto tantissimo e dato anche tantissimo in una dinamica sincera, reale, dove non c’entrano i giochini di potere delle agenzie).
E sapete che c’è? Gli artisti sono animali furbi. Istintivamente furbi.
Non darebbero tutta questa confidenza, amicizia, benevolenza e disponibilità se non avessero la percezione – anche subliminale, anche solo istintiva – che il Kappa FuturFestival è un festival che funziona. Che ormai è una macchina davvero ben assestata, virtuosa, solida.
La logistica è ormai tarata in modo sublime, sia dentro il Parco Dora (mai visto particolari colli di bottiglia o momenti tesi o code ingestibili, nonostante i 35 gradi costanti e le più di 30/35.000 persone al giorno) che fuori (problemi di traffico ridotti al minimo rispetto a quello che potrebbe essere, impatto acustico sul quartiere ormai bassissimo se non inesistente). La squadra tecnica riesce a rendere semplice e fluido un festival che è invece enorme nelle dimensioni, e complesso quindi da amplificare, illuminare, organizzare, montare, smontare. La squadra dell’hospitality e della security è ormai rodata, professionale e sempre sorridente, lontani sono i tempi in cui sembrava volenterosa e numerosa sì ma ecco, un po’ naïf.
A questo aggiungiamo il fatto che il Kappa FuturFestival, pur essendo diventato al 100% un evento globale, gioca infatti in quella serie lì come immaginario, non si è dimenticato della “sua” Torino: sono ancora presenti i dj locali che aprono i palchi, sono sempre di più gli after nei club cittadini (partecipatissimi, tra l’altro), si fanno regali molto particolari più o meno a sorpresa nel centro cittadino durante il giorno, e non con nomi di scarto, ma ormai con veri e proprio headliner (vedi l’accoppiata Armin Van Buuren ed Enrico Sangiuliano nella Galleria Umberto I, giusto dietro il mercato di Porta Palazzo: un momento bellissimo, emozionante, onesto e non fatto a favore di social: chi c’era lo sa, chi non c’era e parla a vanvera e peggio per lui o per lei).
Insomma: se quest’anno il KFF ha fatto un po’ più paganti (li ha fatti), gli artisti hanno suonato meglio delle edizioni passate (lo hanno fatto), la gente s’è divertita come è più del solito nonostante il caldo assassino (è stato così), non è solo perché è stata una edizione fortunata, un’edizione più fortunata ed azzeccata del solito, ma è successo perché c’è dietro un lungo cammino iniziato sognandosi un festival grandioso ed “internazionale” (come in giro per il mondo iniziavano ad esserci) ma dovendo gestire un pubblico e un percepito locale che inizialmente aveva a che fare, diciamolo serenamente, con troppi unni a torso nudo consumatori acefali di microsuonini ed unz unz e strappatori di collanine, fino a far pensare che il target naturale fosse quello, per amor di incasso al botteghino. Con un lavoro duro, metodico, testardo, fatto di miglioramenti passo dopo passo, anno dopo anno, oggi il Kappa FuturFestival è un evento che gioca un campionato globale. Non locale, non regionale: globale. Ha fatto davvero un salto di qualità enorme. Decisivo. Difficilissimo.
E lo ha fatto senza tradire se stesso: né le sue ambizioni, né le sue origini geografiche, né le sue motivazioni originarie.
Il team del KFF ha regalato all’Italia ed a Torino in particolare un’eccellenza di rilevanza e portata ormai oggettivamente mondiale.
Possiamo dirgli grazie, e godercelo se ci va; possiamo invece rosicare e tentare di picconare verbalmente. Voi da che parte state?
(Foto di Luca Segato del Solar Stage, ovvero il nuovo quartier generale della hard techno fumettosa da ventenni; continua sotto)

Ah, un’ultima postilla: a chi sfotte e disprezza il Solar Stage e la hard techno da ragazzini che lì regna sovrana da qualche edizione, beh, la verità è che quel palco era pieno ed entusiasta già dalle tre del pomeriggio, sotto il sole cocente, e tutto questo di un entusiasmo sincero. Non indotto, non telecomandato, non insufflato dalla FOMO. A noi questo pare un valore a prescindere. E a chi dice che al Kappa ci sono solo grandi nomi “facili” che fanno il compitino e le poche presenze “di qualità” sono unicamente isolate foglioline di fico che restano completamente unnoticed dal pubblico reale, quest’anno al Lab c’è stato un salto di qualità di presenze, di interesse e di entusiasmo notevole, e il set di Mala è una assoluto highlight di questa edizione, così come l’interesse attorno al grande lavoro di concetto&collaborazione che sta portando avanti Speedy J.
Crescendo, il FuturFestival cresce anche in qualità. Al momento è davvero immerso in questa dinamica virtuosa.
Quando smetterà di essere così – e potrebbe succedere – non ci faremo problemi a scriverlo. Ma in linea di massima, tolte eccezioni singole di chi ha avuto questo o quell’intoppo, questo o quel problema, siamo abbastanza che dell’edizione 2026 del KFF e in generale della dinamica che il festival ha preso può parlare male solo chi quest’anno non c’era, e chi magari da qualche anno non ci va.
E tutto questo nasce dalla città. Dalla passione di alcune persone. Da una visione. E, tra l’altro, riesce a sopravvivere e crescere senza l’arrivo di un fondo multinazionale d’investimento.