La Croazia ha sempre avuto un mare splendido, dei posti meravigliosi; ma, soprattutto ai tempi della Jugoslavia ancora unita, era percepita come una meta bella ma “povera”, quindi molto conveniente. L’impressione era confermata dal fatto che fino agli anni ’90 c’era una sostanziale differenza avvertibile appena si valicava il confine: le strade peggioravano, le strutture ricettive erano molto meno raffinate e più “alla buona”, i ristoranti offrivano più o meno tutti lo stesso menù (a fare da padroni i ćevapčići tra la carne, e il “piatto di pesce di prima categoria” per il pescato – a molti stiamo sbloccando dei ricordi), l’accoglienza era in genere più ruspante. Ma molto più conveniente che in Italia.
Anche col clubbing, non c’era molto, anzi, non c’era quasi nulla, se si andava ai Balcani. Sì, la Slovenia: Umek prima di tutto quando era carismatico, techno e feroce, l’epopea dell’Ambasada Gavioli, e poi comunque nomi di qualità in Serbia, ma di sicuro i Balcani erano “terzo mondo” o comunque terra esotica per il clubbing. Una terra che gli inglesi per primi, esattamente come avevano fatto con ibiza tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, hanno provato a conquistare con l’avvento del nuovo millennio. Nascono così i festival a trazione britannica: Outlook ad esempio, portato avanti da una intraprendente crew di Leeds che ha fatto della Croazia la terra promessa nel 2008, individuando negli spazio del Forte di Punta Christo, vicino a Pola, il setting perfetto per creare un festival di rilievo assoluto. Oppure anche quei manici di Defected, che per un decennio hanno conquistato Tišno. E potremmo fare anche altri esempi ancora, molti di successo, vedi Dimensions, qualcuno no (Unknown, nella meravigliosa Rovigno, durato però solo due anni, una gran occasione persa). Dopo gli inglesi arrivano sempre anche gli italiani, inevitabile, stesso pattern di ibiza: Barrakud, a Novalja, l’avrete sentito nominare un po’ tutti – e magari ci sarete anche stati. O ci andrete, visto che è ancora uno spot popolarissimo per ventenni di casa nostra in vacanza all’estero con la voglia di ballare e far casino in felicità e cassa in quattro.
Insomma, in molti nelle faccende di club culture hanno visto le meravigliose coste croate, hanno individuato strutture accettabili o addirittura buone per fare eventi (molte più che in Grecia, ad esempio) e sì, hanno scelto di farci del business, coinvolgendo le maestranze locali il minimo indispensabile, talora manco quello: un po’ col piglio dei colonizzatori, insomma. E come dargli torto: lo ripetiamo, rispetto a UK o anche Italia o Olanda la Croazia era il terzo mondo in quanto a clubbing. Per conoscenze, per contatti, per capitali, per esperienza, per ambizione.
Bene: sappiate che le cose stanno cambiando. Fine della festa, fine della colonizzazione senza competitors, dettando legge e restando gli unici attori sul mercato. Lo stanno facendo in primis grazie ad una strutturatissima ed economicamente solida organizzazione nata a Zagabria, BSH Events, capitanata da Drago Vukelić (tutt’ora anche dj, col nome Pablo Panda). Generatasi un po’ per gioco grazie ad una “sfida” tra amici di creare un party allo Sljeme (il monte che sovrasta la capitala croata Zagabria, accanto all’iconica torre delle telecomunicazioni) e da lì guidata da un successo crescente, è andata a costruire prima nuovi eventi in città in venue inusuali e/o di pregio (il forte di Medvedgrad, arrivando perfino ad hangar aeroportuali) e poi ha puntato deciso verso l’Istria. Non Zara (l’area di Barrakud), non Spalato (dove già regna&spadroneggia la versione europea dell’Ultra), non Dubrovnik (costosissimo feudo di turismo impigrito americano): l’Istria. Una terra bellissima, concepita per un turismo sempre più raffinato e sofisticato. Una terra che da Outlook e Dimensions è stata abbandonata, sì, per virare sulla più accogliente e meno impegnativa Tišno (le autorità istriane li hanno, ehm, “accompagnati alla porta”, senza stracciarsi le vesti). Non è un caso. Ma a BSH l’ambizione non manca. E la capacità di tessere rapporti con le autorità locali nemmeno – facilitato in questo dall’essere un’organizzazione 100% croata, non una ghenga di intraprendenti colonizzatori esteri armati, volenti o nolenti, di superiority complex.
(Le cose stanno cambiando, Carl Cox in azione alle Cave Romane vicino a Pola, foto di Marko Obradović; continua sotto)

Ecco che quindi in questo 2026 c’è stato un uno-due abbastanza impressionante nell’arco di sette giorni: prima Black Coffee all’Arena di Pola (insieme a quella di Verona e di Nimes, una delle arene romane meglio conservate in Europa – luogo quindi di infinita suggestione), poi Carl Cox alle Cave Romane, delle cave di pietra alle porta di Pola che (economia circolare, per certi versi!) erano state utilizzate secoli addietro proprio per recuperare il materiale edile necessario per costruire l’Arena.
(Black Coffee in Arena a Pola è andato benino; continua sotto)
Alcune osservazioni. La prima: sono luoghi bellissimi, ma bellissimi davvero, e la prima cosa che abbiamo pensato è stata “In Italia non darebbero mai il permesso di usare dei luoghi così belli e/o storici per eventi di musica elettronica di stampo internazionale: e non per problemi logistici, ma per pregiudizio”. Quello che accompagna ancora gli eventi dance di carattere internazionale, a casa nostra, perché si sa, il clubbing è droga&deboscia appaltati a giovinastri irresponsabili e spostati. Pensano così i politici (ma qualcosa sta cambiando), pensano così troppo spesso i comuni cittadini. Ora: la classe politica e pure l’opinione pubblica media in Croazia non è che siano così meglio che in Italia, ma comunque il fatto che sia una nazione più giovane e in qualche modo – soprattutto quando c’è di mezzo l’”oro” nazionale ovvero il turismo – più pragmatica si sente.
La seconda: una delle poche cose giuste che dice quella sagoma di Victor Yari Milani, aka Signor Hellwatt, è che il booking dei nomi veramente grandi negli eventi non si fa solo coi soldi, ma anche e soprattutto con la reputazione, il “peso politico” cioè presso le agenzie che rappresentano gli artisti più importanti. BSH Events in tal senso ha lavorato veramente bene ed alacremente in questi anni, qualificandosi come partner non solo solvibile ma anche affidabile, credibile. Non fosse così, i Black Coffee e i Carl Cox non te li danno a meno che non li strapaghi sciamannatamente a livelli arabi, e nemmeno nomi minori – ci si affiderebbe comunque ad intermediari-facce-note dall’Inghilterra, dall’Olanda, o in ultima analisi dall’Italia. Ecco, Vukelić e il suo team hanno spezzato questa dinamica.
La terza: non crediate che sia una operazione “pauperista”. Non crediate che siano eventi a basso costo. Già la Croazia di suo non è più una meta turistica a basso costo (e molti italiani ancora se ne sorprendono: è vero, ora la Croazia costa più dell’Italia, ma spesso e volentieri ha posti e strutture migliori che in Italia, oggi), e questa serie di eventi organizzata da BSH Events no, non aveva prezzi popolari, va detto chiaramente. A dirla tutta: la data di Carl Cox l’avevo già adocchiata, personalmente, visto che sarei stato in zona in quei giorni, ma il prezzo del biglietto semplice oltre i 100 euro a persona mi aveva fatto vacillare, pur capendo l’unicità della venue (…poi, la gran fortuna di sbattersi informazione musicale da anni ti ricompensa, sotto forma di ufficio stampa che ti contatta e ti chiede se ti interessa venire all’evento).
(Venue discrete per Carl quest’estate in Croazia, foto di Marko Obradović; continua sotto)

La quarta, che attenzione si lega alla terza: BSH fa sul serio, e ha avuto l’intelligenza di capire che era il caso di crescere per gradi. Non è partita subito sparando in altissimo, ha costruito il suo profilo e la sua solidità passo dopo passo, ma al tempo stesso è oggi ambiziosa abbastanza da, per dire, pagare adesso uno dei migliori uffici stampa nel clubbing e mettersi così sulla mappa anche dal punto di vista internazionale (ad esempio di Carl Cox alle Cave potete leggere anche in un bell’articolo su Billboard Italia, lettura che vi consigliamo volentieri). Questa ambizione combinata al pragmatismo fa sì che nel momento in cui spara dei prezzi d’ingresso piuttosto alti, anzi, molto alti, non fa flop, ma registra invece dei solidi, solidissimi sold out. Sold out l’Arena con Black Coffee, sold out le Cave Romane con Carl Cox, e parliamo ogni volta di cifre che stanno attorno alle 10.000 persone, poco più o poco meno a seconda della venue. Segno che il target è stato circostanziato bene, la promozione sul campo è stata fatta bene, si è parlato non solo ai super-appassionati ventenni vogliosi di fomento e cassa in quattro (non così tanti, in Croazia: una Croazia che ricordiamolo fa poco più degli abitanti di Roma e prima periferia, nel suo insieme) ma a un mix di turisti, di trentenni, di quarantenni, di veterani del clubbing di ogni provenienza anche più che cinquantenni, di semplici “mediomen” e “mediowomen” armati comunque di presa-a-bene e sorriso.
(Qualche souvenir fotografico finito su Instragram; continua sotto)
Tutte questi variegati “segmenti di mercato” sono tornati a casa soddisfatti. I più a digiuno di musica e di techno hanno comunque ammirato una venue dalle maestosissime pareti verticali e con un impianto luci non debordante o incredibile ma comunque adeguato ed usato con gusto; i trentenni e quarantenni hanno potuto fare i leoni per una sera, visto che si è andati avanti fino all’alba senza che nessuno mollasse di un centimetro; loro e i ventenni più accaniti sono stati premiati da un Carl Cox in grandissima forma ed armato di grandissima lucidità, visto che ha saputo “prendere per mano” le migliaia di persone presenti con un set all’inizio per nulla paraculo, molto ben studiato, anche scuro, per settare il mood necessario, prima di iniziare poi a pestare duro&felice quando era certo di avere tutti dalla sua – e con la disposizione d’animo e le orecchie “giuste”. Un set insomma tutt’altro che paraculo, tutt’altro che “di mestiere” e frettoloso, ma costruito invece con grande saggezza e voglia di portare i presenti in un vero e proprio viaggio che fosse zero preconfezionato e zero prevedibile (tra i dj locali a fare da corona, dobbiamo dire che ci è piaciuto molto il set di Yakka in apertura).
(Si è fatta l’alba, con Carl, foto di Marko Obradović; continua sotto)

Un tempo Carl Cox in Croazia sarebbe stato pensabile solo se a portarcelo era qualche grossa organizzazione internazionale. Non solo grazie al lavoro e al “peso” di BSH stavolta non è andata per niente così, ma è stato pure tutto un gran successo sotto vari punti di vista. Ottimo l’impianto (raramente abbiamo sentito musica così bene, negli ultimi anni), stringati ma adeguati i punti ristoro, accettabile l’organizzazione dei parcheggi (difficile fare meglio, le cave sono in un reticolo di strade secondarie a sud di Pola). Una curiosità, ma secondo noi è un aspetto che dice molto: fra i partner commerciali ufficiali dell’evento c’era Coca Cola, un brand che in Italia – e in generale nel mondo – sostiene solo gli eventi 100% nazionalpopolari. La Croazia è per certi versi una terra ancora “vergine” e “giovane” dove il nazionalpopolare può essere ancora plasmabile, e può anche parlare la lingua del clubbing (cosa che accade solo ad Ibiza, in parte in Olanda, in parte in UK). È un mercato di suo piccolo – ripetiamo, meno di quattro milioni di abitanti in tutta la nazione – ma è come se fosse una “gigantesca Puglia”, nel senso che d’estate si riempie di turisti vogliosi di divertimento e di consumo culturale. È insomma un playground imprenditoriale ed anche sociale molto interessante.
…ma senza fare discorsi troppo sofisticati a livello politico e sociologico: il punto è che la Croazia non è più “terzo mondo del clubbing” a facile conquista di imprenditori stranieri scafati, ma si sta invece strutturando localmente in modo inimmaginabile fino a pochi anni fa. C’è da aggiornare le mappe, se si è addetti al settore. Se si è semplici appassionati, preparatevi ad aggiungere la Croazia e l’Istria fra le vostre destinazioni possibili, e non solo perché ve lo sta dicendo la vostra organizzazione inglese o olandese (vero, Dekmantel?) preferita. Uno shift mica male. Anzi, occhio: BSH c’ha preso talmente tanto la mano che si sta espandendo all’estero (Budapest, per dire), mai rinunciando al format della venue “iconica”, e in più occasioni Vukelić ha dichiarato che sta lavorando per arrivare anche in Italia.