The Clover “Processes”

I tre The Clover (ma in generale un po’ tutta la Bosconi) sono una di quelle cose che ti fanno sentire un po’ meno peggio con te stesso per essere italiano, probabilmente perché la loro musica di italiano sembra avere ben poco, almeno a un primo ascolto un po’ superficiale.

La prima volta che ascolti “Processes”, infatti, se lo lasci scorrere e te lo lasci entrare dentro, un po’ distrattamente, potrebbe sembrarti di essere stato catapultato nel mondo di quella techno “jazzata” che è sempre stata appannaggio della Germania e della Perlon, o tutt’al più della Francia di Cabanne, Ark e compagnia cantante; già così sarebbe una goduria enorme, perché percussioni sincopate come quelle di “The Gash” sono tra le tante cose che adoro nel sound che sono abituato a sentire da Zip, ma non è tutto.

La seconda volta che lo ascolti cominci a realizzare che sì, forse il suono è riconducibile a quel mondo lì, a quel contesto lì, anche perché vedi che c’è una traccia a cui ha partecipato San Proper che appartiene proprio al giro di quella techno jazzeggiante e sculettona, ma tra te e te comincia a farsi strada la certezza che c’è qualcosa di più, che quello che stai sentendo non è “solo” un disco che potrebbe essere uno dei migliori Perlon (come se fosse poco). E’ solo quando ascolti con attenzione autentici missili terra-aria come “Celestial Fog” che capisci che i The Clover hanno una spinta in più rispetto agli altri artisti a cui finora li avevi assimilati, e questa spinta è dovuta, forse, anche alla loro italianità: nel loro disco c’è una quantità di sole e una propensione alla festa che spesso e volentieri manca in artisti che arrivano da paesi più freddi.

Quando poi, ormai definitivamente rapito, ascolti con molta attenzione, prestando orecchio a ogni singolo suono, realizzi che c’è ancora di più, che molto di quello che senti è suonato su strumenti analogici come la chitarra di “Orange Dreams”, un po’ come fa un’altra eccellenza italiana, gli Esperanza, e allora sì, sei fiero di essere connazionale di Andrea, Antonio e Stefano e l’album, di cui eri innamorato perdutamente già da un po’, sembra ancora migliore.

Certo, poi potrebbe anche non fregartene niente dell’italianità dei The Clover, ci sta: vorrà dire che ti toccherà accontentarti di un disco che farebbe ballare pure i cadaveri, con percussioni funkissime che ti assalgono da ogni lato e non ti lasciano scampo. Hai detto niente.