Il cordoglio per la scomparsa di Juan Atkins è un’onda che si è diffusa sul web. Qualcuno ha scritto che in italia non si è compresa e celebrata abbastanza la sua figura da parte dei mezzi d’informazione mainstream, al contrario dell’estero, ma in realtà a distanza di una notte anche canali molto importanti nella nostra Italia, anzi, i più importanti, hanno dato spazio alla notizia, ed al ricordo/contestualizzazione. Dal Corriere della Sera a Radio Rai, eccovi qua un esempio:
Quindi no, il problema non è che non venga riconosciuta la figura storica di Juan Atkins. Fortunatamente, questo riconoscimento c’è.
…ma questa ondata di celebrazioni crea anche un po’ di sottile dispiacere, o almeno, fa emergere una riflessione. Perché se da un lato c’è la corsa a ricordare l’importanza e la profondità della visone di Atkins, e meno male, dall’altro viene da chiedersi: se Atkins è davvero così importante, geniale, visionario, iconico e fondamentale, come mai da anni, anzi, decenni la sua carriera doveva sempre accontentarsi di mezzi successi, date mezze belle, celebrazioni mezze riuscite, nulla insomma che davvero celebrasse la sua grandezza e il suo essere “padre” per certi versi di alcune delle visioni artistiche più belle di tutti i tempi per l’ecosistema della cultura e delle energie creative attorno al clubbing?
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Una risposta potrebbe essere: perché suonava male o non abbastanza bene, perché le sue idee pionieristiche non hanno avuto un seguito e una traduzione altrettanto efficaci. Per alcune figure pivotali, questa è una risposta corretta. Mentre per quanto ci riguarda, ogni volta che abbiamo sentito suonare Atkins ha fatto dei set indiscutibilmente belli, indiscutibilmente eleganti, indiscutibilmente efficaci. Al netto dei suoi problemi di salute, questo sì: problemi che purtroppo sono di lunga data. Io per primo ho avuto modo di accompagnarlo in un paio di date come tour manager e il diabete lo faceva ammattire, creandogli ogni tanto delle difficoltà reali, rendendolo anche meno “performativo” non solo e non tanto al momento di essere in console, ma nell’interazione con tutto quello che gira attorno ad una serata (relazionarsi al pubblico, agli altri artisti ospiti in serata, al promoter).
Lo ha ricordato anche Derrick May: Atkins si portava dietro delle magagne fisiche vere, è che cercava sempre di non farle pesare su nessuno né di “marketizzarle”. E sì che avrebbe potuto. Sarebbe stato più che comprensibile. Pensavo solo a suonare bene.
…e allora la riflessione che lanciamo è questa: non è che forse è diventato preoccupante lo shift su quanto poco conti suonare bene, oggi, e quanto invece sia importante tutto il resto? Ovvero: che agente hai, che date fai, in che contesti suoni, quanto sei amico di chi tira i fili, quanto sei in grado di farti percepire come “vincente” e come “importante”.
Perché va benissimo celebrare Juan Atkins oggi. Ma sarebbe stato bello, ieri e in tutti questi anni e decenni passati, averlo celebrato più e meglio mentre era in vita: non tanto e non solo per le sue intuizioni originarie, ma per quello era ancora in grado di dare sul campo, ed era molto. Per come la vediamo noi, non è stato fatto. O non è stato fatto abbastanza. Chi da vent’anni a questa parte ha organizzato sue serate, ha pagato il biglietto per venirlo a sentire, lo ha supportato nelle sue imprese non ha nulla da rimproverarsi; e tutte queste persone ci piace pensare che quasi sempre, a parte appunto le date in difficoltà fisica, siano rimaste soddisfatte di ciò a cui hanno assistito, di ciò per cui hanno investito.
Per favore: non ritroviamoci a celebrare le cose e le persone importanti solo quando non ci sono più. Sarebbe un’ingiustizia. Sarebbe uno spreco. Sarebbe, ed è, un viatico per avere un mondo della club culture sempre peggiore.
E l’asimmetria per cui si celebrano a parole i valori più nobili, poi però si lavora sui fatti e con risorse concrete solo su quelli più cinici e materiali, rischia di diventare un mostro invincibile ed impossibile da combattere.