Purpose Makers

Dixon: the time controller

Non c’è bisogno di consultare alcuna classifica per capire che esistono pochi dj al mondo con la stoffa di Steffen Berkhahn. Oggi vi raccontiamo la sua storia.

Tendono un po’ a imbrogliare, i dj, quando sono chiamati a una prova che esuli dal mettere i dischi davanti a un dancefloor, cercando in tutti i modi di sembrare più “profondi e acculturati” possibile. Così ci ritroviamo ad ascoltare podcast, leggere chart e ad assistere a Boiler Room in cui la gara a chi ci regala la selezione più eclettica e imprevedibile finisce talvolta per sfociare nel bizzarro. Le compilation mixate, prestigiose o meno che siano, non fanno certo eccezione e, anzi, rappresentano il terreno ideale in cui piantare l’idea che sì, oltre al quattro-quarti c’è davvero molto di più.

Tra le compilation più belle che abbia mai acquistato – e vi assicuro che il numero è decisamente consistente – ce ne sono alcune che custodisco gelosamente, in quanto prova fatta compact-disc di un gusto e di uno stile comprovato a più riprese dal vivo: la numero quattro della collana Body Language di Get Physical e la numero otto della serie curata dai ragazzi di Live At Robert Johnson. Dixon, l’acclamatissimo boss di Innervisions insieme al duo Âme, è l’autore di entrambi i lavori. “The Eraser”, “The Sun Can’t Compare”, “Love Can Damage Your Health” e “Where We At Part 2”, dalla prima compilation; e “For One Hour”, “Dishes & Wishes”, il suo edit di “Envision” e “Snooze For Love”, dall’altra, sono brani che chi lo segue da tempo gli ha sentito suonare anche dal vivo, trasformando le sue esibizioni in veri e propri riti, ben prima che Resident Advisor lo celebrasse come dj più amato e del pianeta per ben tre anni di seguito. Curiose, proprio in relazione a questa triplice incoronazione, sono le reazioni di quelli che pensano non si meriti la cima, dimostrazioni palesi di una mancanza di memoria o di un background profondo non a sufficienza.

Steffen Berkhahn era già, infatti, un dj piuttosto affermato all’interno della scena berlinese ben prima di unirsi anima e cuore a Frank Wiedemann e Kristian Beyer a partire dal 2005 per la creazione della loro label, ma questo sembra essere un dato di fatto di cui i suoi followers più devoti, al pari dei detrattori dell’ultim’ora, non sono pienamente consapevoli. Berkhahn a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo, nelle vesti del più talentuoso e ricercato dj “deep” di Berlino, era resident della sala Globus del Tresor, un incarico che gli ha spianato la strada di fronte a nuove e significative opportunità. Tra queste c’è la chiamata insistente e ricorrente del Watergate che, a partire dalla data di apertura, nel 2002, gli affida la sua consolle più e più volte fino al party celebrativo dei dieci anni del club, dove Dixon si esibisce per altrettante ore libero di spaziare (specie ai due estremi del set) per quanto di più emozionale all’interno della sua borsa di dischi. Per chi, come me, ha letteralmente consumato il suo Live At Robert Johnson (uscito proprio un anno prima) è un tuffo al cuore, una di quelle lezioni di musica a cui Berkhahn ci ha più volte abituati nei suoi vent’anni di carriera.

Tra queste c’è sicuramente quella che considero a tutti gli effetti una delle notti più belle trascorse calcando un dancefloor, quella del 10 marzo 2012 al Rashomon Club di Roma. Avete presente quelle serate in cui vi ritrovate in un locale solo perché trascinati dal susseguirsi di circostanze fuori dal vostro controllo e che, proprio per la loro natura ingestibile, finiscono alle prime luci dell’alba dopo un crescendo unico di dischi ed emozioni? Bene, Dixon quella notte mi piantò davanti a sé per cinque ore filate, rispondendo traccia su traccia alle mie ginocchia che non facevano altro che ripetere “sentiamo il prossimo solo se è bello, altrimenti dritti a casa”. Fu memorabile, con “Take It Back” di Mano Le Tough e il “Tension Mix” di Kenny Larkin di “Future” a fare da ciliegine sulla torta di una selezione impeccabile.

Ma ci sono state anche delle performance “un po’ così”, Deo gratias!, alcune proprio in occasione di serate speciali come uno degli ultimi Innervisions Überall, la klubnacht tra le più attese dell’anno al Berghain / Panorama Bar. Ma fa parte del gioco, non potrebbe essere altrimenti se si è al timone di una macchina che solo la tua indole e la tua concretezza prussiana riescono a tenere ancorata (o quasi) sui suoi binari originali, e se le attese sono talmente alte da condizionare qualsiasi giudizio. Ma resta comunque fondamentale – e onesto – conoscere a fondo la natura di un artista, avendone osservato le diverse tappe e capite le scelte, per riuscire a formulare critiche sufficientemente circostanziate.

Eh ma Innervisions era meglio prima”. “E poi? Poi che è successo a Innervisions?”.

Questo è, fondamentalmente, l’appunto ricorrente mosso a Dixon – come se fosse solo lui a rispondere delle sorti della label, tra l’altro – a margine di ogni successo raccolto. Ma quanti di quelli che, tra Robert Johnson, DC10 e i vari Lost In A Moment, possono dire di conoscere veramente la sua indole indole e il percorso intrapreso dall’etichetta che dirige insieme a Beyer e Wiedemann? La faccenda ha inizio, come hanno avuto modo di raccontare a più riprese gli stessi protagonisti, ben prima della pubblicazione di “Psyche Dance EP” dei Tokyo Black Star, la release d’esordio. A volerla prenderla larga, scegliendo la via romanzata, la storia di Innervisions ha inizio al termine di una serata al Robert Johnson, quando Dixon andò a cercare quel tipo a cui tutti i ragazzi si rivolgevano dopo aver sbirciato i centrini dei suoi vinili. Si trattava proprio di Kristian Beyer, che all’epoca era alle prese col suo negozio di dischi a Karlsruhe e che era solito andare per club riempiendo la macchina di 12” con la speranza, magari, che qualcuno di quei curiosi decidesse alla fine di fare acquisti. Dopo essersi conosciuti, qualche tempo dopo, i due si incontrarono nuovamente in occasione di un party a Karlsruhe: Kristian, questa volta nelle vesti di rider, fece ascoltare uno dei primissimi lavori insieme a Frank durante il viaggio in automobile. Si trattava di “Tonite”, lavoro che spinse Dixon a far firmare gli Âme con Sonar Kollektiv, sister-label proprio di Innervisions per cui Berkhahn andava a caccia di nuovi artisti.

Messa in moto la macchina, la storia che ha per protagonisti i tre segue un percorso quanto mai naturale: Innervisions parte col botto e in pochissimo tempo il piglio decisionale e il gusto di Berkhahn e Beyer, uniti all’estro di Wiedemann, fanno breccia in un mercato in cerca di una valida e forte alternativa al carrozzone minimal guidato da Richie Hawtin. Il catalogo è letteralmente impressionante: nei primi tre anni escono veri e propri capolavori quali “Rej EP”, “Where We At EP”, “I Exist Because Of You”, “D.P.O.M.B. EP”, “Back To My Roots EP” di Laurent Garnier e le uscite dal sapore africano a firma Emmanuel Jal e Culoe De Song.

Innervisions è il campo di gioco dove Dixon sembra sentirsi pienamente a suo agio e dove riesce ad esprimersi come meglio non potrebbe; secondo solo a quelle consolle che ormai da tempo lo vogliono all’opera con insistenza. Il berlinese, però, è un produttore sui generis, un artista che entra in scena prevalentemente per metter mano a lavori altrui. Facile, direte voi, ma non è esattamente un gioco da ragazzi: lo scopo di Steffen Berkhahn è quello di prendere ciò che più gli piace e plasmarlo per renderlo perfettamente coerente con la storia che intende raccontare nei suoi dj set. Così compaiono clap e snare qui e lì, per rendere un disco più incalzante; oppure vengono stretchati o contratti gli intro, per far sì che il climax musicale messo in piedi dalla sua selezione non venga minimamente intaccato. Dei tantissimi dischi passati per la sua clinica di chirurgia estetica – oltre al già citato (e idolatrato) “Envision” – “Equinox” di Code 718 (Danny Tenaglia), “Headphone Silence” della norvegese Ane Brun, “The Wanderer” di Romanthony e l’iconografica “Lost In A Moment” di Matthew Dekay e Lee Burridge sono quelli che ottengono il trattamento più riuscito, diventando dei veri propri inni della notte.

Proprio quest’ultima, l’uscita numero trentotto del catalogo di Innervisions, diventa il manifesto sonoro ideale di una delle avventure più eccitanti che vendono coinvolta la crew berlinese: i party Lost In A Moment. La serie di eventi itinerante, che negli anni ha fatto tappa in alcune delle città cardine della scena continentale, come Berlino, Barcellona e Napoli, è mossa e motivata dal desiderio di andare a ricercare location inusuali (tra queste spicca senza ombra di dubbio El Monasterio), lontane dal clubbing duro di cui Dixon e Âme sono abitualmente protagonisti, e renderle le cornici di feste uniche, in cui gli artisti hanno la possibilità di esibirsi senza vincoli all’interno di un consesso più intimo con il pubblico.

È proprio la consapevolezza che, per la natura assunta dalla musica elettronica nell’ultimo decennio, sia il contatto diretto con il pubblico la discriminante in grado di distinguere gli artisti Innervisions dagli altri big della scena a spingere Berkhahn, Beyer e Wiedemann, nel 2011, verso un’altra scelta importantissima: diventare i distributori di se stessi, inaugurando Muting The Noise e rinunciando così a qualsiasi forma di intermediario. La neonata piattaforma diventa il mezzo con cui il trio si interfaccia direttamente coi negozi di dischi e con tutti quei dj che avevano i desiderio, per esempio, di suonare “Gotham” di Ten Walls o “Creep” di Michael Gracioppo. Il nome scelto è emblematico: qualsiasi rumore di disturbo viene silenziato a favore di un legame privo di filtri. La mossa, nonostante le inevitabili critiche iniziali rivolte soprattutto alla presunta sovrastima del “prodotto Innervisions” , è vincente: il mercato del vinile di lì a poco vedrà infatti invertito il proprio trend, con Dixon e gli Âme in totale controllo del loro gioiello, proprio nel momento in cui i 12” tornano ad essere gli oggetti più desiderati dai dj e dagli appassionati.

Il tempismo, sia che si tratti dell’individuazione del momento giusto in cui affrontare nuove sfide, non importa se musicali o prettamente manageriali, che della scelta dell’istante perfetto per portare il suo set a un livello superiore, è una delle prerogative che fanno di Dixon un dj pressoché unico.

Non sono né la sua storia (già) incredibile e la sua cultura musicale da far spavento; non sono nemmeno i suoi riconoscimenti, i suoi successi o l’aria seria ed elegante che poco hanno a che vedere con la sua professione. È il controllo che dimostra di avere del tempo, quello del suo pubblico che lo rincorre per ascoltarlo, a fare di lui un artista come pochi altri all’interno del circuito. Il suo meraviglioso podcast per Resident Advisor, il prestigiossimo numero 500 della serie, così come l’Essential Mix confezionato qualche anno fa per Pete Tong e BBC Radio 1, sono solo una piccola dimostrazione di come anche solo un’ora in sua compagnia possa trasformarsi in un’esperienza profonda e avvincente.

Appassionato di musica a 360°, Matteo Giovani si divide tra giradischi, studio di registrazione e scrivania, affidando a dischi, pennarelli e UniPosca il compito di raccontare le sue impressioni e le sue emozioni.

  • mikiblu

    Ottimo articolo, apprezzo moltissimo Dixon da molti anni (direi 10) e non ho mai sentito dal vivo un set noioso. Il suo stile è inconfondibile e nonostante altri dj seguano questo genere, la differenza con lui, la trovo abbastanza netta