Il ventre del mercato di Porta Palazzo, con il cielo azzurro sparato che spunta dalle tende degli ambulanti. Il lungo Po, invaso dal riflesso grigio-verde dell’acqua. La romantica decadenza della “dentera”, la tranvia storica che si inerpica lenta verso Superga. Pochi fotogrammi e, attorcigliata sulla poltroncina del Cinema Massimo, riconosco subito la mia città adottiva. Dopo 94 minuti in sala, alla prima cittadina, confermo a me stessa che “Willie Peyote – Elegia Sabauda” è fondamentalmente un film su Torino. Anche se, tra le battute del Q&A e i gin tonic dell’after party, continuano a balenare nella mia testa i segnali di molti altri filoni narrativi, forse troppo complessi da dipanare dopo una sola prima visione. Voglio parlarne con il regista, Enrico Bisi, che per me fino a quel momento è essenzialmente il padre di “Numero Zero – Alle origini del rap italiano”, il documentario a oggi più efficace, accurato e vivace dedicato al fenomeno. Una pellicola che nel 2025, all’uscita di “Elegia Sabauda”, ha compiuto 10 anni: un anniversario troppo emblematico per essere casuale, mi dico. Ma Enrico Bisi è pronto a smentirmi, con l’atteggiamento di sottile irriverenza celata dal garbo inespugnabile, tipico del torinese doc.
Iniziamo con una provocazione. Se non sono di Torino o non sono fan di Willie Peyote, cosa può dirmi “Elegia Sabauda”?
Da questo punto di vista, la prima proiezione alla Festa del Cinema di Roma è stata in un certo senso un “test”. Non solo perché era appunto la prima, ma perché non è assolutamente scontato che il pubblico che generalmente segue i documentari conosca Willie: pur avendo un pubblico abbastanza ampio, non è un artista mainstream. Per questo, il feedback che finora ho ricevuto è stato di una bella scoperta, che ha permesso a molti di avvicinarsi a un personaggio con mille sfaccettature e complessità, difficili a volte da trovare in chi fa questo “mestiere”.
No, Bisi non fa le virgolette con le mani, ma dal tono della voce trapela quanto la figura di Willie Peyote sia refrattaria alle definizioni.
Torino. Beh, c’è un ritratto di Torino ma in realtà, fondamentalmente, senza esserci. Non c’è una descrizione dei Murazzi o di Superga, perché io volevo piuttosto raccontare la città attraverso le parole di Willie. Anche perché – e questo è uno dei motivi che mi spinge ad amarlo e ad aver fatto il documentario – per me è uno di quelli che scrive meglio in assoluto, nella musica italiana. Una delle sue caratteristiche più forti è proprio la scrittura, saper usare bene l’italiano ed essere così abile a incastrare le parole. Fargli esporre le sue idee e i suoi pensieri è stato per me un modo di veicolare dei contenuti senza rendere troppo espliciti o didascalici alcuni temi che per me erano fondamentali e che – spero – possano essere universali e parlare a tutti. In questo senso, ho seguito la stessa idea che è alla base di “Numero Zero”: parlare di una cosa relativamente piccola, cercando di raccontarla a tutti. Allora sarebbe stato troppo facile fare un documentario che parlasse solo alla scena, oggi sarebbe stato ugualmente facile parlare solo alla fanbase di Willie. So che può sembrare molto ambizioso, ma alla fine penso anche che, se ti piace la musica e se ti piace il cinema documentario, questo film in qualche modo ti prende.
Quando dici che hai cercato di rendere universale una storia personale, mi risuona perfettamente rispetto alla complessità del film, alla stratificazione di livelli narrativi: c’è la vicenda artistica, raccontata sia dal punto di vista della carriera che sotto il piano del percorso personale, andando a fondo nei momenti di crisi e nelle fragilità; c’è il rapporto con i genitori, con la band e in generale con i collaboratori; c’è Torino ovviamente. Questa molteplicità di livelli era messa a fuoco e pensata fin dall’inizio o si è articolata entrando nel materiale, nella storia, per dare voce ai vari microcosmi che ruotano intorno a Willie?
Per me era chiara la volontà di raccontare sia il percorso artistico sia la persona da vicino; sapevo che questi due aspetti dovevano coesistere, ma non sapevo bene come. E quando abbiamo iniziato ero consapevole che non volevo sbrigarmela con sei mesi di riprese, dieci interviste e un po’ di archivio. D’altra parte, abbiamo avuto la fortuna dalla nostra perché, nei due anni di lavorazione del film, sono successe effettivamente tante cose intorno a lui, partendo da un periodo un po’ buio. Ed è forse anche per questo che all’inizio Willie ha accettato di fare il documentario: perché gliel’ho chiesto in un momento in cui non era in hype e non ha avuto la percezione che volessi cavalcare l’onda, che non volessi sfruttare il momento ma raccontare veramente quella storia. Quindi sapevamo già in partenza che le riprese sarebbero state lunghe per tanti motivi, in primis per far abituare lui alle telecamere e al fatto di esserci per entrare in intimità.
Immagino che anche con la band sia stato abbastanza delicato entrare negli equilibri di backstage, durante le prove, in momenti molto intimi in cui le telecamere vanno inserite in un certo modo.
Da una parte, siamo stati bravi a essere molto piemontesi, cioè sempre un po’ in punta di piedi, senza far troppo rumore; però credo davvero che in quei momenti, quando è in atto un processo creativo, sia meglio cercare di non intervenire quasi mai. Me ne stavo zitto per ore se non per chiamare “motore” o “azione”, non cercavo mai di entrare in quello che stavano facendo, neanche per un parere. Progressivamente ci siamo sentiti sempre più liberi di “rompere il cazzo”, ma perché eravamo diventati come una sorta di elemento aggiunto alla band, viaggiando spesso con loro in auto o in furgone. Eravamo un po’ il loro “accollo” ma si sono anche divertiti ad averci. Per tornare alla domanda di partenza, di una cosa ero sicuro: volevo fare un film che durasse come un film. Ne ero convinto per due motivi: primo, perché se riesci a usare la musica in maniera intelligente, a farla entrare nei momenti giusti, ovviamente ti dà una spinta notevole; in più perché sono convinto che Willie abbia un senso dello humor e dei tempi comici che potevano essere sfruttati. Questa sua ironia è diventata un po’ la cifra del film: dissacrante e un po’ fuori dalle regole, parlando comunque di cose serie. A me piacciono i documentari che parlano di musica; ne ho visti tanti e ne ho visti anche tantissimi italiani – anche su artisti che mi fanno cagare – per vedere come erano fatti ed effettivamente molti hanno lo stesso taglio, se ne salvano veramente pochi, ma perché?! Secondo me perché non partono mai dalla volontà di un regista o di un autore, partono sempre dalla volontà di un manager, o dell’etichetta, o dell’artista stesso o da un mix dei tre e quindi spesso vengono dettati da esigenze che non sono quelle di un occhio esterno che osserva e – magari – ci mette anche del proprio. Io ho avuto due grosse fortune. La prima è che Willie non mi ha chiesto nulla, a partire dalla musica: ho scelto io tutti i brani e per questo mancano alcuni pezzi famosi mentre ce ne sono alcuni un po’ più sotto traccia; poi, ha visto il film praticamente finito, non ha visto i pre-montati né le riprese: questa è una grande fortuna per un regista, non credo che in molti siano così aperti di vedute. L’altra fortuna è probabilmente il fatto di di averlo prodotto come società capofila e quindi senza obblighi particolari; poi in corsa è entrata Wanted in coproduzione ma, proprio perché ci conosciamo da anni, abbiamo avuto massima libertà. Anastasia (Piazzotta, ndi) ha provato a chiedermi di cambiare il sottotitolo “Elegia Sabauda” ma io ho detto “Non ci penso neanche”.
È forse anche per questo che all’inizio Willie ha accettato di fare il documentario: perché gliel’ho chiesto in un momento in cui non era in hype e non ha avuto la percezione che volessi cavalcare l’onda, che non volessi sfruttare il momento ma raccontare veramente quella storia
A proposito appunto dell’occhio autoriale, da torinese acquisita, con due o tre fotogrammi mi sono ritrovata nell’atmosfera della città. Quanto c’è del tuo rapporto con la città in questo schizzo di Torino, che non è mai didascalico?
L’intervista a Willie è stata girata agli Amici del Fiume, dove c’è anche il Cap 10100, che è uno dei posti dove Willie ha suonato e ha fatto i concerti più importanti. Gli Amici del Fiume è il mio circolo, dove gioco a tennis tre volte alla settimana. Dall’altra parte ci sono i Murazzi che hanno cresciuto sicuramente più me di Willie, perché io ho dieci anni esatti in più di lui e quindi i veri anni d’oro dei Murazzi li vissuti. La collina di Superga e il Toro li vivo come lui; sono un tifoso sfegatato, ho avuto l’abbonamento per anni.
Ecco, questa sarebbe stata la mia ultima domanda, ma lo sapevo che non saremmo arrivati alla fine senza parlare del Toro…
Io sono del ’75, l’ultimo scudetto è stato vinto nel ’76 e mio padre mi ha spinto sulla carrozzina da Torino fino a Superga per andare a festeggiare. Il Toro ce l’ho nel DNA e questo è sicuramente uno dei motivi per cui volevo fare un documentario su Willie, perché sentivo delle cose in comune, delle affinità, ma anche lo stesso approccio alla creatività e lo stesso sforzo di essere più liberi possibile. Lui non è nel roster di una major e io ho sempre cercato di evitare il più possibile i progetti su commissione. Questo approccio ha sempre più valore, perché il mondo va esattamente dalla parte opposta, quindi diventa sempre più difficile e anche in qualche modo controproducente, ma è comunque qualcosa da difendere.
(Come poteva non esserci il Toro nelle riprese? Continua sotto)

Citando i Murazzi, mi ha colpito il fatto che nel film non se ne parli. Sarebbe stato forse gioco facile fare riferimento a questo passato recente, balzato anche agli onori della cronaca con un riconoscimento quasi nazionalpopolare, che ancora si rimpiange. La scena musicale torinese entra nel documentario solo in modo per così dire fisiologico, attraverso le collaborazioni. È una scelta?
I Murazzi si sposano con la Torino dei Subsonica, che avevano il loro studio – Casasonica – proprio lì sopra, in Piazza Vittorio. Gianca ai Murazzi era un po’ il loro quartier generale, ma in realtà non è che siano nate tante altre realtà musicali lì, secondo me. E neanche Willie è nato lì, anche perché è arrivato dopo, li ha frequentati in un periodo in cui poi hanno iniziato a decadere diciamo, cioè negli anni 2000. Poi, il rap non si è mai radicato ai Murazzi. Ovviamente, un documentario sui Subsonica non potrebbe prescindere dai Murazzi, ma è difficile trovare qualche altro fenomeno musicale altrettanto importante collegato; ci sono state tante storie parallele, sotterranee, che sono poi cresciute in mille direzioni. Per questo non ne parliamo in modo così esplicito.
Il contraltare della storia personale, legata alla città, è stato il secondo Sanremo di Willie, che è arrivato quando avevate già iniziato a lavorare al documentario. Ve l’aspettavate? E come hai scelto di trattare questa materia complessa, per un artista che stava attraversando un momento delicato della sua carriera e che ha sempre mantenuto un certo understatement?
Willie aveva già provato a partecipare a Sanremo con “Grazie ma no grazie” nel 2024 e non era stato scelto. Ovviamente noi speravamo che lo prendessero, perché avrebbe chiuso l’arco narrativo del film in maniera naturale, come è poi successo. Se non ce l’avesse fatta, avremmo comunque concluso la parabola con la narrazione del “beautiful loser”, che rimane in qualche modo un underdog. Noi speravamo di chiudere con il gesto dell’ombrello…
…ecco, questo è uno spoiler…
…ma fa parte del gioco prendersi questi rischi in un documentario d’osservazione: ti prendi del tempo e vedi cosa succede. Il film ripercorre un arco di due anni, con lui che inizialmente è in difficoltà esplicita, e si chiude con Sanremo che naturalmente non è un punto di arrivo ma un nuovo punto di partenza, con una consapevolezza e una tranquillità nuove. E comunque ero molto curioso di vedere Willie in questo contesto, perché è tutto fuorché un divo. Si comporta sempre come uno in mezzo alla folla, però poi alla fine davanti a 15 milioni di persone ci va lui.
Parlando di questa parabola abbastanza articolata e della lavorazione altrettanto complessa, se io fossi una persona che non ha visto il film, come descriveresti il grosso lavoro sul materiale – compreso quello d’archivio – tra selezione e montaggio, per far quadrare tutti i tasselli?
Diciamo che puoi goderti il film anche se Willie fosse un personaggio di fantasia, se i suoi genitori fossero due bravi attori e la band fosse composta da caratteristi, perché è pensato e costruito proprio per essere un film. Abbiamo cercato di non essere mai noiosi, di non far cadere l’attenzione, di fare in modo che ci siano momenti drammaturgicamente diversi tra loro. C’è Willie che parla dei suoi periodi più bui, ci sono scene di puro cazzeggio, ci sono parentesi in cui scopriamo delle cose del suo passato. Io spero che tu te lo possa godere semplicemente perché è un bel film. Poi è chiaro che, probabilmente, non avrebbe potuto essere un bel film senza un bel protagonista.
(Riprese in preparazione; continua sotto)

Ecco, sul personaggio, sul protagonista. A dieci anni da “Numero Zero”. Lì c’era il racconto corale, di una coralità diacronica che si sviluppava nel tempo; qui c’è un protagonista immerso in una coralità invece sincronica, di collaboratori, di amici, famiglia, persone che lo circondano. E torni di nuovo in qualche modo nel mondo dell’hip hop, anche se poi Willie è una figura estremamente ibrida con tanti altri talenti. Questa differenza di prospettiva è solo perché lì parliamo di scena, mentre qua parliamo di un artista singolo, o è anche perché in qualche modo secondo te è cambiata la scena in questi dieci anni?
L’intento iniziale è uguale: fare un bel film a prescindere dall’argomento. L’impianto però è diverso: in “Numero Zero” volevo rendere il più cinematografico possibile qualcosa che di per sé non lo era, ovvero 16 “talking heads” più o meno ferme, con un’impostazione puramente televisiva, a cui però ho cercato di dare una sorta di ritmo affinché funzionasse al cinema. Con “Elegia Sabauda” è stato in un certo senso più facile perché è fondamentalmente un road movie, in cui siamo insieme a Willie nell’evolversi di questi due anni e siamo con lui anche seguendo l’evoluzione dei dieci anni della sua storia. Poi sicuramente è anche cambiato l’hip hop, cioè è cambiato il rap. L’hip hop secondo me rimane sempre più o meno uguale – anche se ormai siamo nel post hip hop – però è cambiato proprio il rap, sicuramente, anche solo banalmente per il fatto che lo si associa a qualsiasi tipo di strumentale. Prima negli anni ’90 non era così, soprattutto in Italia, non lo pensavi su una cassa dritta o su qualcosa di suonato. D’altra parte, hanno vinto certe tematiche che non sono quelle che affronta Willie; il suo rap, più “autoriale”, in cui si prendono posizioni, non è di moda. È di moda far vedere la mazzetta di soldi.
(Il trailer di “Numero Zero”; continua sotto)
“Numero Zero” parte da esperienze estremamente underground e marginali e finisce con Neffa che in qualche modo passa il testimone a Fibra. E quindi con una sorta di salto più mainstream, dopo l’exploit di Articolo 31 e Sottotono. “Elegia Sabauda” si apre con una fase critica della carriera di Willie e finisce con il riscatto di Sanremo. C’è un parallelismo tra i due film, in questo finale aperto?
Secondo me no, perché c’è un passaggio diverso. Quella di “Numero Zero” è una parabola che parte dal basso e finisce di nuovo nella merda, fondamentalmente. Come dice anche Paola Zukar nel film, nel rap è tutto un rollercoaster. E forse più andiamo avanti è più è così, proprio per la velocità di consumo. In un attimo sei molto in alto, poi sbagli qualcosa – che oggi può voler dire anche sbagliare una mossa di marketing – e vai d nuovo giù. A me piacerebbe fare il sequel di “Numero Zero”…
Ed ecco che mi hai bruciato un’altra domanda…
Ci sto lavorando da un po’, ma a quanto pare hanno tutti paura che il rap non interessi abbastanza. Non esiste un documentario sul writing italiano, non esiste un documentario sul DJing, non c’è un documentario sul breaking.
Nel tempo, io mi sono fatta l’idea che l’hip hop italiano venga tendenzialmente identificato con il rap, tra le quattro discipline, forse perché alla fine siamo pur sempre una terra di poeti…ma anche cantautori e ho sempre avvertito una certa familiarità nell’uso della parola tra il cantautorato e il rap in italiano…
Sembra che non riescano a capire che c’è una comunità enorme, che non è la cosiddetta “scena” – la “scena” sono quattro gatti e saranno sempre quattro gatti – e c’è anche da dire che io personalmente forse pago lo scotto di voler fare sempre troppo di testa mia. “Numero Uno”, che andrebbe dal 2000 al 2012, è nell’aria da parecchio, le ricerche storiche sono partite e sono andate avanti a corrente alternata, coinvolgendo anche Marta Blumi Tripodi, ma c’è lo scoglio dei diritti musicali e dei media, perché se non attingi agli archivi RAI e Mediaset dell’epoca non puoi restituire le proporzioni del fenomeno. Uno dei miei grandi cavalli di battaglia è che non si possono fare documentari musicali se non fai ascoltare la musica. Per definizione, il documentario si basa sul materiale d’archivio ed è quello che fa la differenza, altrimenti diventa una raccolta di testimonianze, un montaggio di interviste. Ecco, un elemento che in partenza distingue “Numero Zero” da “Elegia Sabauda” è il fatto che abbiamo a disposizione ore di interviste a Willie, anche sul web, per cui abbiamo dovuto costruire il film con un altro linguaggio. In “Numero Zero”, invece, avevamo messo insieme tante teste diverse e raccolto testimonianze preziose – basti pensare a Neffa che non parlava di rap praticamente da 15 anni – anche se difficili da gestire; era un terreno abbastanza insondato, gli anni ’90 sono stati raccontati ancora pochissimo; non c’è un documentario sulla scena indie; non c’è un documentario fatto bene sull’hardcore o il post hardcore, sono tutti molto amatoriali; non c’è un documentario sui Casino Royale – cosa che mi piacerebbe fare. Sicuramente è responsabilità della mia generazione. Sono convinto che, negli anni, in tanti abbiano riscoperto molte cose anche grazie a “Numero Zero”; per esempio, io ero certo di voler dare centralità, nel documentario, a quello che ruotava intorno ai Sangue Misto, però erano veramente conosciuti da una nicchia. Erano un punto di riferimento, ma per poche migliaia di persone. In passato, dopo “Numero Zero”, ci sono stati diversi tentativi che però erano fondamentalmente dei promo travestiti da documentari; anche se volevano avere un sapore e un taglio un po’ più storico, poi però si scontravano con la questione dei diritti. Quindi non avendo una costruzione autoriale – cioè qualcuno che dice ”Io devo farlo assolutamente così e perderò la testa finché non riuscirò” – semplicemente non si facevano ascoltare le canzoni. Anche in “Elegia Sabauda” c’è tanta musica. Raccontare una storia è sempre una responsabilità e devi cercare di farlo al meglio, perché non è detta che poi qualcun altro la possa raccontare di nuovo; stai in qualche modo togliendo la possibilità ad altri di farlo e di farlo bene. E per essere raccontate bene, certe storie hanno bisogno di musica.