Sono molto affezionata al Primavera Sound. Nel 2027 il festival festeggerà i suoi 25 anni, quindici dei quali trascorsi insieme. A oggi posso dire che è stato il mio personale romanzo di formazione, almeno in ambito musicale.
Quindici anni passati tra il bellissimo palco-arena Cupra, tuttora nominato Ray-Ban per i veterani, le passeggiate a Mordor (ormai chiunque conosce questo affettuoso soprannome affibbiato all’area dei main stage) e i cocktail sulla -non troppo- rimpianta spiaggia, raggiungibile dopo un’altrettanto ritemprante camminata di quindici minuti.
Buffo pensare che la mia prima edizione in realtà sia stata quella di Porto, nel 2012, anno in cui il festival inaugurava la sua seconda sede dopo Barcellona. Solo l’anno successivo avrei cominciato a vivere le mie avventure al Parc del Fòrum.
Da allora, entrambe le città sono diventate custodi di alcuni dei momenti più belli della mia vita. Potrei raccontarvi della coppia di americani che, durante la reunion dei Postal Service, ci disse: “Questa è una cosa che non ci scorderemo mai”. O della madre che prese in braccio sua figlia e la fece ballare durante uno degli ultimi live dei Camera Obscura. O dello sconosciuto che, guardando il salvaschermo del mio telefono, esclamò: “Hey, nice cat!” durante il concerto dei Murder Capital.
Potrei raccontarvi della persona che, ai Jesus and Mary Chain, mi ringraziò per aver cantato insieme a lei. Un colpetto di birra, poi ognuno tornò a essere uno sconosciuto per l’altro, ma per un’ora e mezza, uno accanto all’altro, siamo stati amici. O del ragazzo che, dopo il concerto degli Yo La Tengo, nell’edizione della ripartenza post-covid, mi disse: “Grazie per aver condiviso questa musica con me”. Avrei dovuto abbracciarlo.
Vi potrei dire che ancora oggi la mia amica si ricorda di quando la corruppi con una crepe alla Nutella per sopportare il freddo delle 3 del mattino, mentre suonavano i My Bloody Valentine, che a lei nemmeno piacevano. O della felicità di uno spritz dopo un’intera giornata trascorsa a cercare birre, nel caos di un’edizione in cui sembrava impossibile riuscire a procurarsene una.
Con il Primavera Sound sono diventata adulta e, allo stesso tempo, ho imparato a non smettere di essere curiosa. A cercare qualcosa che ancora non conosco, ad appassionarmi alle novità, a perdermi tra un palco e l’altro e a ritrovarmi davanti ad artisti di cui, fino a poche ore prima, ignoravo persino l’esistenza
Vi racconterei di quando ci siamo dette “5 minuti di Wu Tang Clan e poi andiamo” e siamo finite a cantare a squarciagola sotto palco per l’intero concerto, o di quando mi trovai per caso da sola a sentire Bad Gyal e a, stranamente, comprendere perché sia un fenomeno così popolare.
Dei ragazzi che, notando le mie spille dei My Little Pony, mi dissero quanto fossero belle e con cui finii a scambiare consigli di nail art in attesa di Addison Rae. Del ragazzo che portava con sè una valigetta a forma di pinguino con dentro dei glitter che mi mise sulle guance.
Delle amiche che ho abbracciato, anche se noi non ci abbracciamo mai, e di quelle con cui ci scambiamo il programma della giornata, salvo incrociarci sempre per pura casualità. Delle due ragazzine sotto il palco dei Phoenix, che avevano poco più della metà dei nostri anni e che ci hanno fatto commuovere pensando a noi, dieci anni prima, mentre aspettavamo la stessa band con lo stesso entusiasmo e lo stesso calore che, per fortuna, non abbiamo mai perso.
Potrei raccontarvi delle ragazze che, durante i Tame Impala, ci offrirono una canna sulla ruota panoramica, perché “era il concerto giusto“. Del mio primo live dei Blur, una delle cose più punk che abbia mai vissuto e di quella volta in cui Damon Albarn scambiò la tribuna VIP per una nave da cui qualcuno stava assistendo al concerto di nascosto, inveendo contro di loro.
Potrei dirvi che sono stata a un passo dall’essere travolta da un wall of death agli Slayer, al grido di “Adesso vi facciamo sentire noi come si suona“, con Cristi e croci ovunque. Tutto ciò poco prima che Bon Iver facesse calare un religioso silenzio su Mordor.
Potrei parlarvi della prima volta che sentii Rosalía cantare El mal querer. E dell’ultima volta, senza saperlo, di Steve Albini e degli Shellac: l’unico nome che indovinavamo sempre al Totoprimavera e che oggi possiamo soltanto custodire nel cuore.
Certo, dovrei essere qui a parlarvi della line-up. Di come il Primavera Sound continui a proporre uno spaccato della contemporaneità in tutte le sue forme, a impartire lezioni di storia musicale e a spingersi nei territori più sperimentali, facendoti attraversare generi musicali e continenti nell’arco di dodici ore.
Ma sono qui, in realtà, per parlarvi d’amore. Di quell’amore viscerale che ti fa fare follie, dormire con altre dieci persone in un appartamento a Poble Nou e tirare fuori quella parte vitale che, per otto ore al giorno, cerchi di reprimere in ufficio. Quello che ti fa fare l’alba con una tisana e un muffin mentre Laurent Garnier suona dal vivo. Che ti fa dimenticare il mal di schiena e i venticinque chilometri percorsi in una giornata dentro il festival, alla faccia di chi registra tutto su Strava
Potrei dirvi che sono entusiasta di alcuni headliner, in particolare del recupero della data di Lola Young, che nel 2024 annullò il tour per tutelare la propria salute mentale. O che finalmente, per la prima volta nella mia vita, potrò vedere dal vivo i Chemical Brothers. Che attendo Doechii persino più dei Fontaines D.C. e che non vedo l’ora di spulciare tutti quei nomi scritti in piccolo, perché è spesso lì che si nascondono le sorprese più belle.
Potrei dirvi che “Il festival non è più quello di un tempo“, leggete questa frase con il sottotesto positivo o negativo che preferite, a seconda della vostra posizione. Resta il fatto che le proposte continuano a essere appetibili per un pubblico sempre più ampio. E che, grazie a questa line-up, vecchie e nuove amicizie stanno comprando i biglietti per ritrovarsi, come ai bei tempi.
Dovrei scrivere un articolo professionale che dia numeri, consigli e citazioni musicali.
Ma sono qui, in realtà, per parlarvi d’amore.
Di quell’amore viscerale che ti fa fare follie, dormire con altre dieci persone in un appartamento a Poble Nou e tirare fuori quella parte vitale che, per otto ore al giorno, cerchi di reprimere in ufficio. Quello che ti fa fare l’alba con una tisana e un muffin mentre Laurent Garnier suona dal vivo. Che ti fa dimenticare il mal di schiena e i venticinque chilometri percorsi in una giornata dentro il festival, alla faccia di chi registra tutto su Strava.
Con il Primavera Sound sono diventata adulta e, allo stesso tempo, ho imparato a non smettere di essere curiosa. A cercare qualcosa che ancora non conosco, ad appassionarmi alle novità, a perdermi tra un palco e l’altro e a ritrovarmi davanti ad artisti di cui, fino a poche ore prima, ignoravo persino l’esistenza.
E continuerò a coltivare la voglia di scoprire, di appassionarmi alle novità, a confondere gli act per trovarmi di fronte ad artisti che non conoscevo, a invecchiare anagraficamente ma, spero, mai nell’anima. Ma soprattutto continuerò a tenere a cuore e ad amare più di ogni altra cosa la musica, i momenti e le persone conosciute e sconosciute con cui li condivido.
Spesso le persone mi chiedono perché continui a tornare a Barcellona ogni anno, se non mi sono stancata, se non voglio cambiare, ogni tanto. Ho sempre dato le risposte più diverse a ognuno di loro, ma la verità è molto semplice.
A volte le cose si fanno semplicemente per amore.
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