Kate Wax “Dust Collision”

“We are dust. We are lovers.”

Volevo aspettare, volevo essere certo di gustarlo fino all’ultima nota ma non resisto. Indosso le cuffie, chiudo il libro che sto leggendo e premo play. Ovunque voi siate preparatevi ad essere teletrasportati in atmosfere magiche guidati da synth vecchio stile che accompagnano la voce suadente della bestia sacra: Kate Wax. Dopo i remix di Holy Beast ed Echoes And The Light, curati dallo stesso James Holden, (The Holden Edits) la Border ci riprova proponendo un doppio remix del singolo “Dust Collisions”, tratto dall’onominmo album.

Il primo dei due remix è affidato a Solvent. Il nome parla da solo e la maestria di Jason Amm ci prende per mano: il vocal sample e il pad iniziale sono solo il preludio ad un arpeggio ipnotico che regala alla traccia il suo carattere predominante che porta l’inconfondibile marchio Solvent. Bassi che rimbalzano in loop studiati al dettaglio che si fondono in modo naturale alla voce di Kate Wax. Quando un lavoro è ben fatto. La seconda traccia del primo lato è proprio il singolo, “Dust Collisions”. Nonostante la lunga assenza Aisha Devi Enz non si fa parlare dietro. Già stimata e di successo dopo il debutto con Mental Groove (“Reflecting Of The Dark Heat”, 2006), “Dust Collisions” la consacra come nuova punta di diamante dell’etichetta londinese. Il titolo, ispirato agli esperimenti all’LHC di Ginevra sulle collisioni di particelle elementari, non poteva essere più azzeccato: “Volevo mantenere la polvere nella musica, i rumori, gli errori e l’intimità della mia voce, senza lavorarci troppo sopra”. Tutto questo diventa chiaro nell’acapella, ultima traccia del disco: ascoltandola ci si rende conto che sono proprio le molteplici forme e direzioni della voce, poco processata ma sfruttata all’inverosimile con sample e armonizzatori, che segnano la maturazione dell’artista.

La decisione di lasciare come ultimo ascolto il remix firmato Margot non è casuale. Mi aspetto molto dagli emiliani, senza dubbio protagonisti dell’inizio dell’evoluzione stilistica che ha travolto James Holden, e di conseguenza la Border Community, negli ultimi anni. L’interpretazione del pezzo è molto diversa rispetto a quella di Solvent che risulta decisamente più naturale. Pepe e Giaga però non si perdono in chiacchiere: il kick deciso da subito carattere al groove, il vocal sample è molto elaborato rispetto a quello di Kate Wax ma nei vari reverse e beat repeat è facile ritrovare l’identità della melodia originale. Hanno abbandonato le terzine di “France 2″ ma la cura nella scelta dei suoni e il groove di ispirazione techno che gira da solo sono senz’altro sempre lì ad aspettarci. E menomale.

Il disco è finito e io non trovo più i miei libri. A questo punto tanto vale premere play ancora una volta.

Nato a Napoli, Stefano Iula muove i suoi primi passi nella musica con i generi rock e grunge componendo, insieme a due amici, pezzi originali ispirati a band come Incubus e Silverchair. Successivamente si trasferisce a Roma e si avvicina alla musica elettronica grazie a James Holden. Da quel momento inizia a mixare e a frequentare i locali romani affinando i propri gusti e iniziando a proporsi come dj. L'esperienza inizia al Gone e lo porta a diventare resident al Basic Friday, una delle sue serate più rinomate, che lo porta a suonare poi in locali come il Rashomon. Parallelamente diventa bassista nei The Gravity, un progetto originale della scena indie rock romana. Dal 2011 collabora attivamente con Soundwall.

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