Purpose Makers

Ricardo Villalobos: heart, colours and happiness

Un tempo, non dovete sforzarvi di correre troppo indietro con negli anni, tante cose non sarebbero diventate oggetto di discussione, né avrebbero ottenuto la minima risonanza. “È il tempo dei social, Ricardo, devi conviverci”, mi dite per provare a convincermi, ma la realtà è un’altra: a me francamente di tutto il clamore che suscita ogni mia azione, anche la più minima e inoffensiva, non me ne frega nulla. Per la mia testa, quella che spesso provate a decifrare fantasticando su stati di alterazione più o meno presunti, passa ben altro rispetto a quanto siete soliti sottolineare e analizzare al microscopio perché, badate bene, è ben altro ciò che credo conti davvero. Negli anni vi siete riempiti la bocca con definizioni che andavano spesso ben oltre la reale misura della mia musica e dei miei dj-set. Sciamano? Messia? Qualcuno di voi si è addirittura definito “discepolo del ricardesimo”…ehi, ma non pensate di prendermi troppo sul serio? Non pensate che tutte queste aspettative siano esagerate? Non trovate che questa inutile e maliziosa competizione col resto del mondo, quella fetta di appassionati che legittimamente non mi apprezza, abbia finito per creare solamente una caricatura del dj e del musicista che sono e so di essere? A volte, non così spesso in realtà, ho quasi l’impressione di venir utilizzato per permettervi di vincere una disputa musicale, neanche valessi come metro per misurare la cultura musicale di chi frequenta i club.

Ho il mio modo di essere artista, conosco una sola maniera di vivere quello che ogni weekend condividiamo insieme; quindi sì, grazie delle attenzioni, ma lasciamo fuori dalla discussione tutto ciò che non riguarda me, voi e la musica con cui cerco di comunicare ciò che sento e desidero condividere.

Ciao, sono Ricardo Villalobos, vengo dal Cile e gran parte della mia storia la conoscete tanto quanto il sottoscritto: sono o non sono dei dj più seguiti, nel bene e nel male, del mondo? Questo non sarebbe di per sé un problema, però sentirvi discutere per settimane di come pulisco una puntina che salta, come accaduto all’Outline 2015 di Mosca, piuttosto della musica proposta non può che farmi riflettere: quand’è che certe cose hanno cominciato ad avere importanza? Quand’è che l’ossessione ha preso il posto dell’ammirazione e della critica oggettiva? A volte penso che l’aver inizialmente schivato in ogni modo la grande vetrina, il web, salvo poi delegare ogni mia pagina/profilo artistico a qualcuno più preparato e paziente di me, sia stata la scelta più saggia che potessi prendere. “Tienitene alla larga, non distrarti”, mi dico. Ma badate bene: io mica sono paranoico eh, anzi; piuttosto vorrei provare a salvaguardare il processo creativo tenendolo alla larga dal chiacchiericcio sterile che ormai sembra essersi impossessato definitivamente anche di quello che taluni si ostinano ancora a chiamare “underground”.

Dire che io faccia di tutto per far passare un messaggio diverso è probabilmente troppo, in fondo non dedico molto tempo a tutti quei media che farebbero la fila pur di strapparmi un’intervista di due righe, ma non perdo comunque occasione per ribadire in modo netto un concetto chiave: la musica dovrebbe unirci, la musica è per tutti, la musica non deve assolutamente conoscere barriere e ostacoli. Provare a limitarla è quanto di più sbagliato un artista possa fare, al pari di circoscrivere alle fan-page il rapporto con chi ti segue e adora la tua musica. Noi dj dovremmo tutti lasciarci andare un po’ di più, pensare meno a quali mosse fare, essere meno impostati e calcolatori, schivare atteggiamenti da star e sorridere. Sì, sorridere. Io lo faccio sempre perché sono felice mentre lavoro e perché trovo fondamentale riuscire a creare un contatto diretto e umano con chi si ha di fronte, molto più che suonare un disco particolarmente raro o mixare in modo impeccabile.

Vedete, è tutta una questione di essenza e contenuto. Non che la forma non rappresenti una componente importantissima, per carità, ma un artista e una musica senza anima hanno vita breve. Anzi, devono avere vita breve. Per questo non mi curo di tutte quelle barriere e quelle regole che, per forza di cose, si sono venute a creare anche nella musica elettronica con gli anni: “dischi di venti minuti? Ma sei pazzo? Chi li suonerebbe?”. I trentasette di “Fizheuer Zieheuer” sono uno spasso; quello sì che è un disco. E sapete come escono fuori robe così, quelle che voi chiamate bonariamente “ricardate”, nemmeno fossi il Benny Hill della techno? Ci ritroviamo in studio – siamo tutti amici, non importa se produttori o musicisti – e lasciamo che il disco succeda, lasciando aperta la sessione di registrazione. Se il flow scorre senza intoppi, mentre le voci, le batterie e i campioni si incastrano come piace a me, allora il gioco è fatto. Qualcuno di voi si ostina a pensare che sia solo una questione di durata…ma chi se ne frega! Possibile ci siano persone che badano solo a queste cazzate? Lasciatele ai discografici, date retta a me, e curatevi solamente di ciò che un disco ha da raccontarvi.

Mentre molti di voi fanno la conta di quante volte noi dj andiamo a mettere i dischi in questo o quel club, oppure di quanto guadagna un artista rispetto ad un altro, io ripenso a quanta strada sono riuscito a percorre da quando passavo il tempo avventurandomi all’inseguimento dei Depeche Mode in giro per l’Europa per sentire dal vivo Dave, Martin e Andrew. Ma ci pensate che sono anche riuscito a remixarli e a fare di “The Sinner In Me” un disco ballato in ogni angolo del pianeta? Pazzesco, mi scoppia ancora il cuore di gioia; ed è così tutte le volte che mi rendo conto i miei lavori vengano compresi e apprezzati per quello che realmente voglio trasmettano.

E non è una cosa che posso permettermi di pretendere; non faccio musica semplice, lo so bene, ma crescendo insieme ad artisti ed amici come Daniel Bell, Thomas Melchior e Baby Ford non poteva essere altrimenti. Pensateci bene: “Waiworinao”, un lavoro comunque tutt’altro che immediato, è comunque considerata una delle mie tracce più “easy”.

Questo tipo di aspettative nei miei confronti, però, sono diventate in qualche modo la mia confort-zone, quell’area della musica in cui mi sento alla grande, potendo miscelare in totale e assoluta libertà elementi provenienti dalla cultura latina, la metrica minimal e il progressismo della techno. Praticamente tutto quello che mi passa per il cervello. Qualsiasi cosa suoni più “pop” e orecchiabile diventa automaticamente ben accetta, dando aria a un percorso artistico dove non ho mai avuto paura di correre dei rischi e di scommesse su delle scelte difficili. Un esempio? Prendete “Re: ECM”: quanti tra quelli che sono impazziti per il remix di “Everywhere You Go” o per “Baile” hanno apprezzato l’album su cui io e Max abbiamo messo l’anima? Pochi, anzi pochissimi, eppure vi garantisco che dietro ogni release ci sono sempre lo stesso cuore e la stessa passione. Io amo i dischi prodotti con Jorge tanto quanto le collaborazioni mie e di Max.

Poi ci sono tutti quei lavori che possono essere quasi considerati storia a parte e che, per le più svariate ragioni o coincidenze, hanno alimentato il mio personaggio in modo quasi incontrollabile. Parlo di “808 The Bassqueen”, “Dexter” e “Enfants”, per citare tre dei vostri preferiti. Forse non sono i dischi a cui sono più affezionato, ma so per certo essere tra quelli che maggiormente mi legano a voi e il fatto che sia circoscritti a un periodo limitato della mia carriera mi rende orgoglioso, devo ammetterlo, dimostrando che da quando ho iniziato questa avventura alla metà degli anni ’90 sono riuscito a non invecchiare, se non anagraficamente. E non sono dovuto scendere a compromessi con niente e con nessuno…insomma, mi vedete mentre suono, no? Quando sono in studio vale lo stesso, l’approccio è identico. Questo è il motivo per cui, ad esempio, proprio non riesco a digerire la musica digitale: quando ho iniziato ad appassionarmi, non appena mi furono messe davanti le percussioni oltre trent’anni fa, ho capito che per produrre musica è fondamentale non scendere a compromessi con nessuno, tantomeno con la potenza di un PC al cui interno sono installati VST ed effetti. Io sono cresciuto confrontandomi con strumenti fisici, dietro a un mixer, a dei sintetizzatori e a delle drum-machine e questo fa tutta la differenza del mondo, credetemi.

Un’altra cosa che trovo da sempre irresistibile è il poter dividere la consolle con dj e amici con cui sento di avere un grande feeling, un rapporto tanto musicale quanto umano, magari costruito negli anni e affinato back-to-back dopo back-to-back. I set al fianco di Richie, Lucien, Onur, Thomas e Raresh, dopo anni di lavoro spalla a spalla, sono alcune delle esperienze più intense, colorate e oneste di tutta la mia carriera, qualcosa di cui vado incredibilmente fiero e che spero di essermi meritato.

Provo la stessa cosa quando riascolto alcuni dei tantissimi remix che mi sono stati commissionati, lavori di cui sono incredibilmente soddisfatto e che mi hanno permesso di cresce in modo incredibile come musicista. “Cellphone’s Dead”, “Since We Last Met”, “Blood On My Hands” “Vivaltu”, “Tund”, “Sexspurt” e “Kime Ne”: riprendeteli, riascoltateli; ci troverete il Ricardo più autentico.

Se tutte queste parole, quelle a cui non vi ho mai abituati in tutto questo tempo, vi hanno lasciato qualcosa allora vuol dire che il mio messaggio è in qualche ha fatto centro. Vediamoci presto, magari al Robert Johnson o in uno qualsiasi di quei club che ho il privilegio di chiamare casa, e lasciamo che la danza e la musica abbiano la meglio su tutte le chiacchiere e su tutto il superfluo che tutti noi dovremmo iniziare a ignorare.

Grafico, illustratore e dj, Vincenzo Paccone collabora con alcune delle realtà più importanti della scena, a partire dal Circoloco e da N2B. I suoi lavori più recenti li trovate qui.