Frankie Knuckles: do you remember (Ware)house? - Soundwall
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Frankie Knuckles: do you remember (Ware)house?

La storia dell’uomo e del club che ci hanno cambiato la vita, una volta per tutte.

Civico 206 di North Jefferson, nella desolata zona industriale a ovest di Chicago. Un angolo della città nel cuore di un’area che, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, sembra essere stata dimenticata da Dio; un luogo, però, in grado di riaccendere e convogliare la spiritualità di un’intera comunità e trasformarsi nel suo tempio. Parliamo del mitico Warehouse, il club/magazzino che proprio al centro dei suoi tre piani, in quella pista buia e sudata, celebrava ogni sabato notte il più fisico dei riti collettivi: la danza.

Frankie Knuckles, il grande maestro cerimoniere, il dj in grado di scrivere in modo unico la storia della sua gente, avrà modo di ricordare più e più volte gli anni trascorsi nella consolle del Warehouse: “La cosa incredibile era, nonostante fosse pieno di gente del Midwest, ragazzi coi piedi per terra cresciuti a pane e cereali, l’ambiente fosse pieno di sentimento. Per molti che venivano, quella era la chiesa.” Già, il riferimento alla religione è piuttosto ricorrente e – diciamocelo – spesso forzato se si tira in ballo la musica, ma quando si ha a che fare con qualcosa di unico e irripetibile, come quanto costruito da Frankie Knuckles al Warehouse, allora non potrebbe davvero esserci paragone più calzante. In una vecchia intervista all’emittente televisiva WMAQ di Chicago, è sempre lo stesso Knuckles a ricordare la magia del suo club: “Quando ti trovi di fronte tremila persone, hai di fronte tremila personalità differenti. E la cosa incredibile è quando quelle tremila persone diventano una sola. In chiesa succede lo stesso. Quando il prete prende il via, quando il coro prende il via, in un momento preciso, quando le cose stanno arrivando all’apice, l’intera stanza diventa una cosa sola. Ed è quella la cosa più incredibile.

Frankie Knuckles, l’emblema del “suono di Chicago”, nasce in realtà nel Bronx più violento e ricco di delinquenza nel 1955. È curioso come, se fosse rimasto in vita, se il diabete che ce l’ha portato via tre anni fa l’avesse risparmiato, oggi avrebbe l’età mio padre, creando una sorta di parallelismo – perché no? – “romantico” tra la mia formazione come uomo e quella come amante della musica. Due visioni della vita molto diverse, due approcci ad essa che vedono idealmente contrapposti la bellezza e la concretezza.
L’esteta è chiaramente Frankie Knuckles, assoggettato fin da giovanissimo alla ricerca del gusto e alla costruzione di uno stile riconoscibile ed esteticamente accattivante. Ma come è possibile perseguire questi obiettivi se il tuo quartiere è schiavo degli incendi e della povertà? La fuga a Manhattan, quindi, è naturale, così come è fisiologica la frequentazione del Fashion Institute of Technology dove, nemmeno ventenne, comincia a mettere i mattoni dell’uomo – e del dj – che diventerà di lì a poco.

La sua carriera in realtà inizia un po’ per caso nel 1971, con Tee Scott (uno dei dj più in auge di New York insieme a Larry Levan e Dave Mancuso) a prestargli i suoi dischi per consentirgli di suonare il lunedì e il martedì sera nel club di cui è resident: il Better Days. È una buona, anzi ottima, palestra. È qui che inizia a frullargli per la testa che sì, la selezione musicale è fondamentale, ma per rendere l’esperienza sulla pista da ballo ancor più intensa è necessario costruire un flusso sonoro unico, mixando i brani anziché montarli una sequenza sfumata a mo’ di playlist. Ma non è tutto: a Frankie è chiaro sin da subito il ruolo sociale della musica e dei club, quello di condividere con il dancefloor, da sempre rifugio di minoranze discriminate come gay, afro e latinoamericani, messaggi di amore, speranza e fratellanza. I cori gospel e gli acapella di Martin Luther King rappresentano solamente l’anticamera della versione 2.0 della disco: la musica house.

Quella di Frankie Knuckles è la storia di un predestinato.

Nemmeno un anno al Better Days che arriva l’ingaggio del The Gallery di Nicky Siano e, nel 1973, del Continental Baths. Gli amanti della musica soul, disco e R&B non potevano desiderare di meglio: in questi storici club il talento unico di Frankie Knuckles vive a stretto contatto con quello dello stesso Siano, di Larry Levan e di Kenny Carpenter, trasformando la Grande Mela nel paradiso terrestre per tutti i (più o meno) giovani che ogni notte animano la scena cittadina. Sono anni incredibili, indispensabili per l’avvenire aureo che li attende.
L’anno chiave è infatti il 1977: Robert Williams, vecchio amico tanto di Larry Levan quanto di Frankie Knuckles, è pronto ad aprire le porte del suo “magazzino” e a cambiare in modo inesorabile le sorti della sua città. Non avrebbe potuto in alcun modo immaginarlo, ma una volta inaugurato il Warehouse, Chicago non sarebbe più potuta essere la stessa e con lei anche noi – noi che in quell’anno benedetto eravamo, nella maggior parte dei casi, al massimo un’idea lontana che stava per fare capolino nella testa dei nostri genitori.

Quando Frankie Knuckles arriva a suonare alla serata inaugurale del Warehouse, nel marzo del 1977, è l’unico dj nero nell’unica discoteca della città. Frankie Knuckles, che del suo orientamento sessuale non ha mai fatto mistero, è per giunta gay. Gli ingredienti per fare di lui una meravigliosa anomalia ci sono tutti: un’intera comunità era alla ricerca di una guida che fosse in grado di sovvertire, almeno per qualche ora durante il weekend, la quotidianità opprimente a cui i gay di Chicago erano spesso relegati: ad attenderlo al Warehouse non ci sono più gli aspiranti Tony Manero di New York, ma un pubblico complesso che lo spinge ad esplorare qualcosa di nuovo in grado di scuoterlo.
E dire che nella mente di Robert Williams il prescelto per la consolle del Warehouse sarebbe dovuto essere Larry Levan, certamente più esperto e più in auge in quegli anni rispetto al giovane Knuckles, ma la concomitante apertura del Paradise Garage al numero 84 di King Street finì per bloccare Levan a New York, creando i presupposti per un’esplosione di creatività senza precedenti a Chicago, una rivoluzione musicale che vira e affonda le sue radici nel lato più funky e soul della disco: il suono prediletto da Frankie.

Quattro dollari e si aveva accesso, almeno durante le primissime stagioni, quelle che vanno dal 1977 al 1981, a oltre dodici ore di sensazioni intense e purissime, un qualcosa che neppure Knuckles – e tanto meno la città – aveva mai avuto modo di vivere sulla sua pelle. Salsoul, Philly International e West End sono le miniere d’oro a cui Knuckles attinge a piene mani per creare i suoi incredibili percorsi musicali, storie che trovano i loro apici nelle travolgenti ed ipnotiche sezioni ritmiche che riesce ad isolare, con l’aiuto di un vecchio registratore a bobine, dai dischi soul, funk e disco più amati dal suo pubblico e coi quali è cresciuto lui stesso. Frankie Knuckles è il primo, grande digger della storia, un ricercatore instancabile che intravede nella tecnica del re-edit l’arma in più in grado di stravolgere l’arte del djing.
Beat creati ad hoc per i suoi set, quindi, vengono sommati ai suoi 12” preferiti, creando un flusso imprevedibile e sempre inedito: le notti al Warehouse si fanno più sporche e vigorose, un idillio bastardo dove passato e futuro si abbracciano forti dell’entusiasmo di un pubblico affamato di ballo come non mai.

Frankie Knuckles stravolge qualsiasi cosa incontri i giradischi del club. Il Warehouse ha il suo suono unico e lui è il suo padrino, The Godfather of House Music.

Frankie Knuckles: do you remember (Ware)house?

Un ambiente buio, dove caldo e vapore facevano da padroni; corpi sudati, vestiti il meno possibile; energia ed eccitazione palpabili, sospinti da un sound-system unico. No, non è il Berghain, ma il Warehouse nel suo momento di massimo splendore, quarant’anni prima che il mondo decretasse all’unanimità Am Wriezener Bahnhof 10243 come baricentro del clubbing mondiale. Ben prima, tra l’altro, che il concetto stesso di clubbing nascesse.

In the beginning, there was Jack, and Jack had a groove, and from this groove came the groove of all grooves, and while one day viciously throwing down on his box, Jack boldy declared, let there be house!” – Rhythm Control, “My House”.

Let there be house. Prima ancora di essere riconosciuto come il genere musicale suonato da Frankie Knuckles al Warehouse, con la parola “house” a Chicago veniva indicata un’attitudine: quella dei tipi giusti, quella della gente alla moda, quella dei giovani che ascoltavano First Choise, D Train e Loleatta Holloway o che di lì a poco avrebbero letteralmente perso la testa per “Your Love”.
Gli anni ’80 stanno entrando nel vivo ed è già qualche tempo che la disco è stata data per spacciata; il suono in grado di far ballare le metropoli americane ora è solamente “musica per froci”. Knuckles, già consapevole dell’impatto dei suoi re-edit sul dancefloor del Warehouse, ha una nuova – l’ennesima – intuizione: sommare delle drum corpose ai suoi Salsoul non basta più, è tempo di mettersi in proprio e pubblicare delle originals. La credibilità, in fondo, c’è tutta e l’esperienza ormai non manca. È il 1984 e “Your Love” comincia a circolare, manifesto del pensiero stilistico e sonoro del suo autore: synthline ipnotica, batteria in quattro decisa e pulsante, basso elettronico e voce al limite del pornografico. Booom! L’house music ha uno dei suoi inni, certamente il suo brano più celebre insieme a “French Kiss” e “Move Your Body”.

A cavallo tra il 1986 e il 1988 il resto del mondo, con l’Europa capofila assetata di 12” statunitensi, scoprirà questo incredibile e inimitabile capolavoro, segnando definitivamente il destino di Frankie Knuckles, il dj divenuto leggenda. Il dj in grado di cambiarci la vita insieme al suo club.

Autrice delle bellissime illustrazioni che hanno arricchito la monografia di Moodymann per Molinari Extra e di quelle per The Magick Bar e per Anarchy In The Club, Yara de Freitas esordisce oggi sulle nostre pagine per disegnarci il suo Warehouse Club.

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