Il mercato globale della musica elettronica vale quasi venti miliardi di dollari, cresce ogni anno a ritmo sostenuto, e si regge su un equilibrio fragilissimo: sponsorizzazioni corporate, confini aperti, flussi digitali ininterrotti e catene di approvvigionamento globali che funzionano come orologi svizzeri. Basta che qualcosa si inceppi, e il sistema collassa. Lo abbiamo già visto durante il Covid-19, quando i lockdown hanno azzerato l’economia notturna mondiale nel giro di settimane, dimostrando quanto questa industria sia vulnerabile agli shock esterni. Ma se la pandemia è stata uno scossone, una guerra mondiale sarebbe un terremoto di proporzioni inimmaginabili. Non si tratterebbe di un calo di stream su Spotify o di qualche festival cancellato: sarebbe il collasso strutturale di tutto ciò che conosciamo come club culture.
Dj superstar, mega-festival da centomila persone, tourné intercontinentali, wall di led e laser da quarantamila watt, diritti digitali e royalty automatizzate. Tutto sparito. Quello che rimane, però, potrebbe essere molto più interessante di quello che perdiamo. La storia lo conferma: nei momenti di crisi più acuta, la musica non muore. Si trasforma. Diventa resistenza, terapia collettiva, sopravvivenza. Vi sono scenari distopici ma storicamente fondati su cosa succederebbe alla musica dance se il mondo dovesse davvero andare in guerra.
Il mercato globale della musica elettronica vale quasi venti miliardi di dollari, cresce ogni anno a ritmo sostenuto, e si regge su un equilibrio fragilissimo: sponsorizzazioni corporate, confini aperti, flussi digitali ininterrotti e catene di approvvigionamento globali che funzionano come orologi svizzeri. Basta che qualcosa si inceppi, e il sistema collassa
Il primo scenario riguarda i tour globali: i premi assicurativi aerei e marittimi in tempo di conflitto possono aumentare di oltre il mille per cento, rendendo matematicamente impossibile il modello del dj superstar che vola da Ibiza a Tulum ogni weekend. Che succede, quindi? Il mercato corporate si prosciugherebbe nel giro di settimane, e la scena tornerebbe alle sue radici locali, con resident dj e sale da trecento persone come unico palco possibile.
Una crisi sull’approvvigionamento di materia prime riguarderebbe anche il clubbing così come lo conosciamo oggi, tocca insieme i consumi energetici e l’estetica sonora che ne deriva: un palco principale da festival può assorbire tra i duecentocinquanta e i quattrocento kilowatt in continuo; le politiche di razionamento bellico imporrebbero tagli drastici, rendendo impossibili i grandi eventi e spingendo la scena verso set acustico-elettronici ibridi di giorno.
Curiosa ipotesi di effetto collaterale: il trauma dell’esposizione a dispositivi di guerra acustica come i Long Range Acoustic Device, capaci di emettere fino a centosessantadue decibel concentrati, riemergerebbe nell’underground come nuova ondata di noise estremo, techno industriale e drone music costruita da detriti militari, esattamente come è già accaduto con il ring modulator, salvato dai sistemi di controllo dei razzi V2 nazisti.
Possibile poi la frammentazione di internet e del collasso dei diritti digitali: le grandi piattaforme di streaming sarebbero inaccessibili o censurate in molti territori, i database centralizzati di collecting e drm diventerebbero bersagli primari per la cyberguerra di stato, e un attacco ransomware su larga scala cancellerebbe royalty e metadati in pochi minuti; ciò accelererebbe in modo traumatico sia l’adozione di architetture peer-to-peer e reti mesh come Meshtastic, sia quella di modelli blockchain come Audius o OPUS, gli unici capaci di garantire compensazione diretta agli artisti fuori dal controllo statale.
Un ingegnere del suono capisce modulazione di frequenza, analisi spettrale e flusso di segnale, competenze quasi identiche a quelle degli specialisti in guerra elettromagnetica, e una chiamata alle armi su scala globale decimerebbero rapidamente il mondo degli studi di registrazione
Poi vi sono le competenze tecniche applicate alla leva militare. Un ingegnere del suono capisce modulazione di frequenza, analisi spettrale e flusso di segnale, competenze quasi identiche a quelle degli specialisti in guerra elettromagnetica, e una chiamata alle armi su scala globale decimerebbero rapidamente il mondo degli studi di registrazione, privando la scena delle sue figure più tecnicamente formate. Senza contare il coinvolgimento della filiera hardware: sintetizzatori e controller dj dipendono da semiconduttori e terre rare come il neodimio, il cui approvvigionamento è largamente monopolizzato dalla Cina; embargo e blocchi all’export bloccherebbero la produzione di nuovi strumenti, lasciando i produttori a contendersi attrezzature vintage sempre più deteriorate, finché non nascerebbe un movimento parallelo di scavenger synth, costruiti circuit-bendando motori di droni dismessi e radio tattiche hackerate per forgiare suoni metallici e abrasivi del tutto inediti.
Come comunicheremmo tra noi? Una strada è il ritorno della radio pirata: durante la Guerra Fredda, le onde corte tra i tre e i trenta megahertz rimbalzavano sulla ionosfera portando jazz e rock oltre la Cortina di Ferro; se internet si frammentasse, i dj più coraggiosi tornerebbero a trasmettere illegalmente, e il fruscio statico delle onde alte diventerebbe un’estetica ricercata e un simbolo di resistenza transnazionale. Una pista di un club è in fondo una taz (…), una zona autonoma temporanea: in Ucraina, eventi come Shum. rave nel Donbas e i party di Cxema a Kyiv si sono convertiti in pochi giorni da serate edonistiche a hub di volontariato e rifugi psicologici, sfidando coprifuoco e legge marziale; un contesto bellico globale imporrebbe la stessa transizione ovunque, con il rave che tornerebbe a essere esattamente quello che era alle origini: uno spazio illegale, egualitario e ad alto rischio.
Ma andiamo sul pratico, lo si è visto durante la pandemia che gli spazi come garage e aree dismesse venivano adibiti in luoghi per cure di emergenza: ancora l’Ucrania insegna; interventi di psichiatrica improvvisata permetterebbero una pronta risposta anche nei club in disuso. Ricercatori e promoter ucraini stanno già esplorando principi trauma-informed negli eventi musicali per aiutare i civili a elaborare il peso mentale dell’invasione russa; il basso profondo che imita il battito cardiaco, il ritmo ripetitivo che svuota la mente, il sudore condiviso in una stanza buia diventerebbero strumenti primitivi ma efficaci di coping collettivo, replicando ciò che musica e danza hanno sempre fatto nelle zone di guerra, dai campi profughi in Uganda al Medio Oriente.
La politicizzazione totale della scena corrisponde alla neutralità estetica del PLUR, Peace Love Unity Respect, non sopravvive alla polarizzazione globale; il dibattito già acceso attorno a movimenti come i DJsForPalestine e ai boicottaggi ai festival diventerebbe una frattura permanente, e chi non sceglie un lato verrebbe letto come complice, producendo liste nere, ecosistemi fieramente ideologizzati e una club culture spaccata in tribù inconciliabili. Parliamo di nuovi lavori e rinascita per scarsità? Quando la rete elettrica cede e gli sponsor fuggono, il nucleo grezzo del settore del djing, del clubbing e delle produzione di musica collassa e il ritmo comunitario, le frequenze condivise, il coraggio di stare insieme, diventano tutte un meccanismo di sopravvivenza reale; la gente recupererà pezzi di apparecchiature rotte per costruire impianti raffazzonati, rischierà tutto per radunarsi in stanze buie, e la musica elettronica perderà il suo valore di mercato miliardario per ritrovare, nel cemento e nella polvere, la sua anima originale. Non è “Mad Max”, non è un film: è qualcosa che sta dietro l’angolo molto più di quanto possiamo pensare oggi, è la realtà che frammentata stiamo vivendo a livello intercontinentale. Meglio farci un pensiero. Meglio esserne consapevoli.