In una schiatta di grandi nomi e vincenti e fenomeni in ascesa, perché da quando è diventato “vincente” anche a casa nostra il rap è diventato abbastanza una sagra della performance e dell’hype-a-getto-continuo, il rischio anche per le persone più attente è quello di perdere di vista alcune figure semplicemente fondamentali. Ecco, Moder è una di queste: in primis per il lavoro per cui lui e la sua cerchia allargata portano avanti il CISIM a Ravenna e, d’estate, l’appuntamento ormai tradizionale a nome Under Fest (uno dei pochi momenti in cui l’hip hop in Italia torna ad essere scena, scena vera, e non solo un genere musicale oggi funzionante e funzionale al mainstream), ma anche per i suoi dischi. Una discografia la sua iniziata tardi, non nutritissima, ma di peso e, soprattutto, in crescendo: ci sentiamo infatti di dire che il suo “Poco dopo mezzanotte”, uscito nella seconda parte del 2025, è senza dubbio uno dei dischi più solidi, intelligenti ed onesti del rap italiano del nuovo millennio. Lo è senza ricorrere ad effetti speciali, lo è senza avere alle spalle una major. Magari non ne avete sentito parlare. Magari lo avete preso sottogamba, perché Moder per mille motivi – a partire dal suo incaponirsi a vivere in provincia – è un eterno underdog, uno che non ha aure di hype con cui “illuminarvi” e da condividere con voi, ed è uno che ama molto mettersi al servizio delle persone, della scena, della musica, senza mai pretendere il contrario. Sia come sia, anche se è difficile, anche se non conviene, anche se giornalisticamente si guadagna di più a fare l’ennesimo articolo su Guè o Marra o su un qualunque fenomeno post 2016, ci piace pensare che valga ancora la pena produrre contenuti come questa lunga intervista. E ci piace pensare che le piccole soddisfazioni che si sta prendendo Moder, perché se le sta prendendo, col tempo diventeranno ancora più grandi, ancora più forti: soprattutto se certe ruote prenderanno a girare, modificando le regole del gioco. E noi potremo sottolineare “Beh, ve lo dicevamo, ve lo dicevamo già allora”. Buona lettura.
E insomma, alla fine il “Poco dopo mezzanotte” mi pare di poter dire sia andato bene, c’è stato un bel riscontro. Giusto? Poi vabbé, nel mio mondo ideale ne avrebbe avuto ancora di più; ma penso tu possa essere soddisfatto.
Ah, lo sono assolutamente. Anche perché questo è un disco che sta durando: non ha avuto una fiammata improvvisa all’inizio per poi scomparire, nel suo piccolo continua a macinare. La gente lo riascolta. Questo per me conta tantissimo.
In questi mesi ho visto un po’ di tue interviste in giro, e non credo tu ne abbia fatte mai così tante. E quindi la domanda è: ti piace, essere intervistato? Ma soprattutto: serve, nel 2026, farsi intervistare dai siti, dai giornali? Perché un tempo la copertura dei media era essenziale, oggi in teoria è molto più essenziale presidiare bene i propri social.
Ma guarda, a me è piaciuto. Sarà che ho incontrato gente preparata: gente che era preparata sia sul rap che nello specifico sul mio percorso. Poi guarda, a me il meccanismo del rapportarsi coi media intriga. Nel senso, è un modo per dare delle regole, delimitare un campo di gioco, avere degli arbitri. Sui social, dai tuoi profili social, decidi tu: si gioca come vuoi tu, sei sempre il migliore… e questa la trovo un po’ spaesante, come cosa. Io spero insomma che il rapporto con la stampa resti, per gli artisti. Spero che restino le testate, che trovino in futuro un modo per tornare ad essere sostenibili dal punto di vista economico, perché è evidente come oggi non sia così, come oggi siano in una posizione di debolezza. Eppure, continuano ad esserci delle persone in gamba che le cose le portano avanti e, ti dirò, continuano ad esserci delle persone che le leggono: perché dopo che sono uscite alcune mie interviste ho avuto molti feedback. La gente legge ancora. O almeno legge le prime tre righe, dai (risate, ndi)… È difficile, lo so: bisognerebbe che all’improvviso a Meta diventassero buoni, e decidessero di premiare in qualche modo chi produce contenuti un minimo di qualità, ma sappiamo tutti che questo non avverrà.
Però ecco, a me questo tuo essere legato al vecchio modo ed al vecchio mondo delle interviste pare l’ennesima dimostrazione di come tu adori complicarti la vita da solo, metterti cioè delle zavorre, per una sorta di romanticismo e di senso dell’onore quasi fuori tempo massimo, vedi appunto il discorso – molto bello – che mi hai fatto sulle “regole del gioco”. Il vero rapper che vuole raccontarsi come vincente oggi però non rilascia interviste: fa tutto su Instragram e su TikTok, di modo che esce solo quello che vuole lui (e che spesse altri fanno per lui). Non c’è la fatica del contradittorio, dello sforzarsi di pensare e rispondere a stimoli lanciati da altri. E non solo si fa meno fatica, anzi, si ha pure una reach maggiore: la gente sta su Instagram, su TikTok, non sui pochi media rimasti in circolazione. Invece di essere qua a parlare con me oppure, come hai fatto nei mesi scorsi, a parlare con vari siti e giornali, dovevi essere a casa a lucidare il tuo Instagram, pubblicando foto e storie bellissime, paracule ed efficaci.
Sì, mi complico la vita, e sì, l’ho sempre fatto. E penso che continuerà a farlo: se non altro perché non mi viene in mente un modo alternativo per porsi. Sarà che a me piace leggere, piace leggere le interviste, mi piace anche leggere le recensioni – quanto è affascinante vedere un’analisi un minimo approfondita su quello che hai fatto? Quanto è gratificante? Per me, tanto. Io mi sento molto in pace con me stesso, per come sono. E a me piace il confronto. Molto. Un po’ di tempo fa sono andato a Bologna per una data di Claver Gold, a fare da apertura, e appena finito il mio set sono sceso in mezzo alla gente, a farmi una birra: mi hanno parlato in molti, scambiando idee, e credimi è stato bellissimo. Poi è chiaro che io non è che rischio di essere attorniato, soffocato dall’entusiasmo di fan, e che nel frattempo mi fottano pure il Rolex. Per me è più facile. A partire dal fatto che il Rolex manco ce l’ho… (risate, ndi)
(Moder, fotografato da Nicola Baldazzi; continua sotto)

Orologi a parte, io per dire ho quasi smesso di fare recensioni. Ne faccio pochissime, ma perché se ne facessi tante le leggerebbero solo in pochissimi. Però rimpiango quando dieci, quindici anni fa scrivendo sul Mucchio ed altrove arrivavo a scrivere trenta, quaranta recensioni al mese: amerei tornare a quel periodo. Farlo però oggi sarebbe stupido, controproducente. Sarebbe una cattiva amministrazione del mio tempo e delle mie risorse. E nel momento però in cui ora mi racconti che leggere le recensioni a te piace, ed appunto a me scriverle, anche se pare interessino gran poco tranne i dischi-del-momento, la domanda è: siamo noi due che siamo irrimediabilmente fuori dal tempo, o è una ruota che gira, e prima o poi le cose torneranno a modo “nostro”?
I tempi sono cambiati già più volte, in questi anni. E credo stiano per cambiare ancora. Il post Covid sta iniziando a presentare il conto: per due, tre anni tutti hanno vissuto sul fatto che la gente aveva accumulato tanti soldi, stando a casa durante la pandemia, e aveva voglia di spenderli in musica. Ora però questi soldi stanno per finire. E penso ci saranno grandi schianti. Ma attenzione, questi schianti non credo riguarderanno la grande discografia, che è in formissima, e in generale non credo che riguarderà tutto quello che è arrivato al mainstream più forte, almeno sul breve periodo. Il pericolo però è che ci siamo completamente dimenticati di costruire e riorganizzare una “classe media”.
Assolutamente.
Uscendo anche dai perimetri della scena rap, credo che ci sia questo problema anche nell’indie: i locali di piccole e media dimensioni chiudono invece di aprire, non c’è ricambio. Non è paradossale, ora che invece si riempiono i palasport e quindi in teoria c’è un grande interesse? Anche perché il successo attuale del genere è stato preceduto da lunghi anni in cui c’era un grande entusiasmo proprio di base, nelle cose piccole, da una grande voglia di fare e di crescere – è da lì che sono arrivati i successi di oggi. Oggi tutto questo non c’è, e prima o poi si vedranno gli effetti temo. Paradossalmente sta un po’ meglio l’hip hop: perché ad esempio soprattutto grazie al circuito del freestyle sta resistendo e si sta rafforzando una vera e propria rete “dal basso”, che è indipendente da quello che sono le dinamiche dell’industria, della grande industria. Dinamiche in cui se non funzioni subito abbastanza ti fanno fare tre cose e poi ti bloccano, perché loro non sei più un guadagno, e dove comunque devi muovere strutture talmente grandi attorno a te che puoi suonare solo in certi posti, non puoi muoverti in modo agile adeguandoti al mercato. Se il mercato si restringe non puoi adeguarti, devi fermarti e basta, o comunque non c’è più nessuno interessato a te. Poi, altro punto: non solo ci sono meno concerti “normali” oggi, quelli medio-piccoli, ma in questi concerti “normali” è sempre più raro ci siano delle aperture – perché già col nome principale in cartellone tu promoter sei a rischio coi margini, quindi non è che vai ad aggiungere altre voci di spese, per quanto piccole. Il problema infatti è che oggi se organizzi un concerto, se le cose ti vanno male o anche solo diciamo malino, rischi di perdere un sacco di soldi. Ma un sacco davvero. Dovremmo tornare ad un sistema per cui, quando organizzi dei concerti, se le cose ti vanno male ci perdi nel peggiore dei casi qualche centinaio di euro: non invece cifre a tre o quattro zeri come oggi. In questo modo sarebbe molto più facile creare un ricambio in tutto l’ecosistema. Ricambio che oggi invece è appunto difficilissimo – e penso si stia sottovalutando questo problema.
Il rap potrebbe tornare con più convinzione alla modalità delle jam: un qualcosa che era ed è completamente fuori dal circuito “ufficiale” e “normale” dei concerti.
Non so se le jam siano una soluzione per tutto. A partire dal fatto che in una jam, per definizione, si incontrano tutte le quattro discipline dell’hip hop, e però mai come oggi queste discipline le vedo distanti tra loro. Quindi non vedo l’energia giusta attorno al format delle jam: temo che non sia la modalità di rinascita su cui puntare. No: penso che il rap debba comunque ripartire dai live club, sai? Oggi, più che le jam, va molto la formula dei contest: appunto quelli legati al freestyle, ma anche non solo. Anche quella se vuoi è una formula alternativa. Va benissimo, per carità, ma penso che sia un modello che abbia anche dei limiti: perché proprio per come è concepito il format di queste serate, arrivano tanti ragazzi che hanno pronti solo uno o due pezzi, tanto non è che gliene servano di più, e in questa maniera alla fine fai molta più fatica a crescere come spessore artistico. Però c’è anche un altro problema, nelle nuove generazioni…
Quale?
Hanno paura di fallire. Hanno paura di mettere tante energie in una cosa che rischia di deluderli; e li delude perché, contrariamente alle loro speranze, può capitare che non sia la cosa che li fa subito svoltare, quella che è economicamente risolutiva nella loro vita e lo è in tempi brevi. È chiaramente una caratteristica di tutta la nostra società e non solo della scena rap, quella del volere tutto subito e con la minor fatica possibile, ma nella scena rap è particolarmente amplificato: hanno tutti fretta, vogliono tutti spaccare entro massimo due anni da quando ci si sono messi seriamente. Però bisognerebbe capire che certe volte cinquanta persone ad un tuo live possono essere una semina molto più importante di mille euro investiti in sponsorizzate che ti fanno fare i numeroni su Instagram: nel secondo caso, quello dei numeroni, è un pubblico il cui interesse può essere effimero, possono dimenticarti dopo trenta secondi; nel primo caso, se ti sei giocato bene le tue carte, quei cinquanta potresti anche esserteli conquistati per sempre. Per fortuna vedo che questo ragionamento inizia a farsi largo: non molto tempo fa ero assieme ad Ensi, parlavamo con un discografico, e lui diceva “Io ormai non guardo più quanti ‘mi piace’ ha un post, ma qual è l’interazione sotto questo post: i ‘mi piace’ possono essere anche pochi, anche dieci, ma se tutt’e dieci commentano e fanno vedere che hanno un interesse profondo nei tuoi confronti, questo conta molto di più”. Quello che non deve accadere è che gli le grandi case discografiche tornino a voler costruire fenomeni dal nulla, o dal molto poco, giusto per il gusto di far vedere quanto sono bravi. Chi fa così per me è un assassino della musica: perché in realtà lì fuori del mondo di gente brava e con già un suo seguito ce n’è già abbastanza, basta cercare, basta essere attenti, non c’è bisogno di costruire dei fenomeni da zero! Dopodiché, ricordiamoci sempre che tutti noi puntiamo alla luna, sì, ma i posti sulla luna sono pochi. Ma anche lì – non per forza bisogna lasciar stare, se non arrivi subito al successo. Sì, ok, c’è la Serie A, tutti vorremmo giocare in Serie A!, ma si può vivere molto dignitosamente e giocare con altrettanta passione anche giocando in Lega Pro e nelle serie minori. Questa cosa ce la stiamo un po’ dimenticando, in questi anni.
Le nuove generazioni hanno paura di fallire. Hanno paura di mettere tante energie in una cosa che rischia di deluderli; e li delude perché, contrariamente alle loro speranze, può capitare che non sia la cosa che li fa subito svoltare, quella che è economicamente risolutiva nella loro vita e lo è in tempi brevi
Quale?
È un discorso molto saggio, è bello sentirlo. Ecco, domanda: che effetto ti fa essere diventato ormai un veterano della scena?
(sorride, ndi) Mi sono sentito un ragazzino fino all’altro giorno, e a dirla tutto mi sento tale un po’ ancora adesso. Forse in effetti in tutti questi anni ho ricevuto un po’ meno di… No, no, aspetta, aspetta, fammela dire bene: perché io in realtà soprattutto negli ultimi anni ho ricevuto veramente tanto supporto dal pubblico, molto più di quanti mi aspettassi. Però…
…però non sei mai stato considerato uno importante veramente, uno che ce l’ha fatta, un maestro, un esempio: completo io la frase per te.
Diciamo che fin dall’inizio sono stato abituato a farmi un gran culo per qualsiasi cosa: perché nessuno mi regalava niente, non potevo vivere sull’onda di qualcosa o qualcuno. In più, se ci aggiungi che il mio primo disco l’ho fatto quando avevo trentatré anni ed era dieci anni fa, solo che io all’epoca me ne sentivo ancora diciassette, fai conto ecco che oggi io mi sento più o meno come un ventisettenne (sorride, ndi).
Un ventisettenne molto consapevole.
In effetti in questi dieci anni mi sarei aspettato forse un po’ più di riscontri dalla scena rap vera e propria. Ma non voglio dare colpe a nessuno, o se ce ne sono di colpe sicuramente molte saranno anche mie; o semplicemente la scena rap degli ultimi dieci anni non è al cento per cento la “mia” scena, la scena giusta per me, e questo lo disco senza minimamente volerla sminuire o screditare. Io sono di quelli che quando ha iniziato il premio più grande era la benedizione dei maestri; ma abbiamo attraversato una fase in cui i maestri avevano altre cose a cui pensare ed erano molto distratti, ed anche quando qualche pacca sulla spalla te la davano boh, non è che cambiasse chissà cosa, anche perché appunto subito dopo erano presi da altro, anche giustamente, eh. Io invece ho ricevuto moltissimo dal pubblico, dalle “persone normali”. Ho ricevuto forse più dal pubblico che dai colleghi illustri. E infatti è più il pubblico che mi sta trattando come un veterano, come uno che si è guadagnato comunque uno status, un autorevolezza, che i colleghi. È stato più il pubblico in generale a premiarmi e meno le persone che hanno iniziato assieme a me – o prima di me – questa cosa del rap. E lo capisco, perché io e miei colleghi eravamo e siamo i protagonisti in prima persona di una cosa che è esplosa all’improvviso – e allora era giusto per certi versi cercare di concentrarsi sul raccogliere per sé, più che essere ancora legati a questa idea di scena… Però vedi: col senno di poi, anche col senno di poi, ti posso dire che va benissimo così, per me.
Sì?
Essere stato sempre uno fuori dal coro, uno che non era mai nell’”onda del momento”, mi ha permesso di maturare, di lavorare su me stesso, di trovare una mia voce. E anche di ascoltare quello che c’era intorno, non solo nel rap: ho imparato tantissimo prestando attenzione ad altre scene musicali, ad altri circuiti, è un contatto che credo mi abbia arricchito molto sia come artista che come persona. In tutti questi anni peraltro non è che non abbia conosciuto la discografia mainstream, e i contesti della discografia mainstream in cui è arrivato il rap; e li ho conosciuti abbastanza per capire che non sarò mai abbastanza fatto bene per loro, non siamo del tutto fatti l’uno per l’altro, esattamente come per i social è inutile che io mi ci accanisca: perché non sono bello, non vesto bene, io alla fine sono uno fissato con la musica, prendere o lasciare. Sarebbe stupido o poco produttivo tentare di essere quello che non sono.
Giusto.
Però al tempo stesso pensa a quanto sono cambiate le cose: quando ho iniziato, il mio sogno non era essere messo sotto contratto da una major, ma essere messo sotto contratto da Vibra, da quella che all’epoca era l’etichetta per eccellenza dell’underground hip hop italiano. Non mi interessava la Universal – volevo Vibra. E se non potevo avere Vibra, sai quale era il mio sogno successivo? Essere il primo artista rap messo sotto contratto dalla Tempesta, la label dei Tre Allegri Ragazzi Morti, un’etichetta prima di tutto indie. Poi però hanno preso gli Uochi Tochi e il mio sogno pure lì è andato in frantumi… (risate, ndi)
Maledetti Uochi Tochi!
Ad ogni modo, ci siamo capiti: anche guardando agli Stati Uniti, io non amavo chi finiva in cima alle classifiche e chi faceva più dischi d’oro, ma amavo la Rawkus, la Stones Throw, amavo le etichette indipendenti. Erano loro il mio obiettivo. Perché a me piaceva prima di tutto il “percorso laterale”.
(“Poco dopo mezzanotte”, l’ultima tappe del “percorso laterale” di Moder; continua sotto)
“Laterale”, ma torrenziale: se posso dire, un difetto di “Poco dopo mezzanotte” è che è lungo, lunghissimo. Forse troppo: perché ogni traccia ambisce ad essere densa, e lo è, però così dopo un po’ l’ascolto diventa una maratona.
Eh sì, me l’hanno detto in tanti. Non sei il primo, non sarai l’ultimo. Probabilmente non farò mai più album così ricchi di tracce, con così tante cose dentro a livello di scrittura. Però stavolta non ho resistito. E questo per un motivo ben preciso: perché mi sentivo nel mio prime: in questo disco penso ci sia tutto quello che ho messo nel primo album e poi in quello successivo, ma sviluppato meglio, con più consapevolezza. In più “Ci sentiamo poi”, il disco precedente, col fatto che è uscito in pieno Covid all’inizio è stato un svantaggio, sì, ma proprio per questo è un disco che è cresciuto sul lungo periodo, ha macinato col tempo, ancora oggi trovo persone che lo scoprono e se ne innamorano, è molto “vivo”, per certi versi sembra uscito ieri; ma in realtà tra lui e “Poco dopo mezzanotte” sono passati cinque anni e in cinque anni di cose da dire, volendo, ne accumuli. Soprattutto se ti sembra di averle imparate a dire bene, queste cose, quindi sei ancora più incoraggiato a scrivere. Però sì, hai ragione: “Poco dopo mezzanotte” non lascia respiro all’ascoltatore, non ci sono filler, non ci sono momenti di alleggerimento. Ma avevo molte cose da dire. Anche molti conti da fare con me stesso, sì: non è un caso che “Bologna Centrale” sia l’ultimo pezzo.
Traccia molto bella.
Bologna per me è stata la fuga dalla provincia, dalla staticità. È stata la città da cui è ripartito tutto, per quanto riguarda me come rapper. Ma questo non significa provare rabbia, o senso di rivalsa: è più un senso di nostalgia. Anche perché senza Bologna, senza le jam all’XM 24, senza Brain, Claver, eccetera, in quegli anni io forse avrei smesso di fare rap. Oggi sono legatissimo a Ravenna e ne sono contento, ma c’è stato un momento in cui Bologna per me è stata più importante di quella che sarebbe la mia città; e non voglio dimenticarmi di questa cosa. Anche perché mi ispira: “Bologna Centrale” è una delle tracce più soulful del disco, è venuta così, e ti dirò – questa direzione artistica mi intriga.
Seguila, accidenti: perché un’altra traccia che amo del disco è altrettanto soulful se non di più, penso a “Tu la notte e la città”.
È grazie a tracce così che ho scoperto che potrebbe quasi piacermi più scrivere canzoni che testi rap, oggi. Curioso, no?
(Continua sotto)
Trovo si leghi anche bene al tuo modo di scrivere, anzi, di più: di vedere il mondo. Vedi “Niente di male”: quando dici “Moriremo per niente / E non c’è niente di male” è una sorta di pacificazione quasi zen. Nel rap in Italia non lo fa quasi nessuno.
Non è solo una questione di rap: tutto ciò che ci circonda sembra chiamare di continuo ai soldi, alla performance, all’esasperazione. Nella nostra scena ormai si parla solo di dischi d’oro, di biglietti venduti, di traguardi, di posizioni in classifica, o al contrario di scazzi e prese a male. In realtà seguire una via diversa rispetto a questo è tutto tranne che una pacificazione: è una battaglia, è un combattimento che sono fiero di intraprendere. Già stare al mondo in modo dignitoso e non assuefarsi alla violenza ed alla prevaricazione è difficile, il bombardamento mediatico infatti ci ha assuefatto, guarda cosa succede a Gaza, ma giusto per fare un esempio. Già questo è un casino. E bisogna combattere, per riuscirci. Ecco, quando “Poco dopo mezzanotte” è uscito è stata la fase in cui c’è stata una grande presa di coscienza su Gaza, con manifestazioni molto forti e partecipate: non posso che esserne contento, per me è un risveglio del senso di umanità. Quella che tu chiami “pacificazione”, e ci sta che usi questo termine, non mi impedisce però di dire le cose quando le voglio dire. Vedi ad esempio “20 luglio 2001”, la canzone su Carlo Giuliani. Nel suo piccolo è diventata un caso, con un sacco di gente che arrivava a dirmi che ero amico dei teppisti, dei terroristi, che difendevo un criminale che aveva cercato di uccidere le forze dell’ordine. A tutte queste persone c’è solo una cosa da dire: studiate, andatevi a vedere come sono andate veramente le cose. Io l’ho fatto, e non ho paura di prendere una posizione. Questo però ci porta ad un’altra questione…
Quale?
Che bisogna essere personali e sinceri, quando ci si esprime. Mentre invece quando vedo in altri la voglia di copiare certe pose e certe argomentazioni solo perché funzionano, ecco, la cosa mi fa un po’ ridere. Soprattutto quando ad agire in questo modo sono persone già adulte, che hanno superato i trent’anni. Poi oh ci mancherebbe: siamo tutti contenti quando gli ascolti su Spotify anno su, quando vendiamo i vinili, quando i nostri concerti vanno bene, quando la grossa testata di riferimento parla di te. Certo che lo siamo. Ma se credi in quello che fai, se ciò che fai è qualcosa che è veramente “tuo”, puoi benissimo resistere anche quando le cose non vanno alla grande – ed essere sereno, restare te stesso. Al tempo stesso però non voglio mentire: la mia idea è quella di continuare a crescere, come profilo. Certo che lo è. Ma quello del rap è un viaggio lunghissimo, che ho intrapreso da quando avevo diciassette anni: non ho fretta, ho pazienza, ho avuto la fortuna di fare questo viaggio soprattutto con persone che ritengo degli amici e di farlo coi miei tempi, cioè ai miei ritmi ed alle mie condizioni. Bene così. Un disco serve prima di tutto a me: per capire quanto sono sul pezzo, quanto sto migliorando. Quando ho aperto il concerto di Claver di cui ti parlavo prima, ho visto che molta gente sapeva i pezzi, cantava con me, chiudeva le rime con me: e allora mi sono detto “Mah, forse allora non sono proprio così da buttare”. Capisci? Questo è il mio approccio. E credimi: voglio che resti tale.