Italia: paese di santi, navigatori, pizze, mandolini e… festival musicali. Già, pare incredibile per chi ha un minimo di memoria storica, per chi si ricorda che almeno fino ai primi anni 2000 in Italia sembrava possibile fare solo l’Heineken Jammin’ Festival (e, pure lui, stava in piedi solo se c’era Vasco Rossi in cartellone), ma oggi l’Italia ha veramente una grande fioritura di festival musicali. Quelli grandi-grandi sono pochi, e vanno dal “compitino-grandi-nomi” messo su negli ippodromi et similia dai grandi gruppi dell’intrattenimento (ci interessano poco) a piccoli miracoli come Kappa FuturFestival, Nameless e, in certe annate, Decibel, lì insomma dove c’è una forte matrice elettronica.
Per il resto, ciò che è fiorito in Italia, sull’onda comunque di un tessuto solido eroico di festival rock estivi di provincia tendenzialmente alternativi, è il boutique festival: location carine o belline o particolari, line up ben pensate, voglia di fare, passione, desiderio di essere sintonizzati con le evoluzioni più nuove, eleganti e stilose europee. Uno degli ultimi acquisti di questa scena è Transumare: fin da subito ha attirato al nostra attenzione.
Il punto è che questa scena dei boutique festival, lo sapete bene, è sempre stata amatissima (e sostenuta, da tempi non sospetti) da Soundwall; ma ultimamente la stiamo vedendo così affollata, per non dire inflazionata, che abbiamo iniziato a preoccuparci. Davvero in Italia nell’arco di dieci, quindici anni è possibile passare dal nulla a decine se non centinaia di boutique festival estivi degni e, soprattutto, sostenibili?
Abbiamo allora voluto fare una chiacchierata-verità con Luca Marini e Nicola Di Sante, due dei fondatori di Transumare. Invece del solito discorsetto in cui ci si fa i complimenti e si chiede di presentare la line up di quest’anno, i due si sono prestati con ammirevole sincerità a raccontare i vari passi della loro esperienza. Senza nascondere errori, ingenuità, difficoltà. Ecco: forse proprio questa attitudine è il motivo per cui Transumare, arrivato alla terza edizione (giovanissimo, quindi!), può diventare una delle realtà migliori d’Italia nella sua categoria. Intanto il programma di quest’anno lo trovate qui, le info qui, le date vanno dal 19 al 22 agosto (con una preview ad inizio agosto appaltata a I Cani), il posto è Roseto degli Abruzzi, i biglietti si possono prendere qui. Fateci più di un pensiero. E ora, largo alle parole di Luca e Nicola.
Parto subito andando sul pratico: in quanti siete a fare Transumare?
LM: Siamo in tanti, ormai davvero in tanti, ma diciamo che il collettivo fondante è composto oggi da sei persone. Siamo nati in cinque, due anni fa, e ci sono state negli anni entrate ed uscite. Quelli che ci sono ancora oggi, e che ci sono fin dall’inizio, sono tre: io, Nicola e mia sorella, che è tecnicamente la nostra presidentessa.
Ve lo dico con molta schiettezza: vi rendete conto che fare un festival è diventata una delle attività più inflazionate in Italia nell’ultimo decennio? E aggiungo, come corollario: perché l’avete fatto? Volevate guadagnare? Volevate fare qualcosa di bello, pur sapendo che ci avreste facilmente perso dei soldi? Volevate restituire qualcosa al territorio che vi ha cresciuto? Un mix di queste tre cose?
NDS: Proprio noi tre, io, Luca e sua sorella, ci siamo trovati tre anni fa attorno ad un tavolo e ci siamo detti “Dai, facciamolo”. Tutto questo nasceva dalla constatazione che gli ultimi quindici anni nel nostro territorio era successo ben poco, peraltro è un periodo che corrisponde anche a quando io ho abitato stabilmente in Inghilterra, Luca ha girato il mondo e anche sua sorella ha girato parecchio l’Europa. Insomma, avevamo potuto guardarci in giro. E quindi: per un allineamento di pianeti, ci siamo trovati seduti noi tre attorno ad un tavolo ed abbiamo iniziato a ragionare su quanto per anni l’Abruzzo abbia avuto poco. E c’abbiamo ragionato un po’ da “figli di Soundlab”, cioè di un evento che è stato molto importante per questa area geografica – per farti capire, è arrivato a portare qui una Patti Smith – ma che ad un certo punto si è spento, non venendo mai realmente rimpiazzato. Ecco: noi ci siamo detti che magari potevamo provare a colmare questo buco. Sul guadagno… Beh, il primo anno è stato tutto tranne che un guadagno. Lo posso dire tranquillamente, anche perché essendo una APS il nostro bilancio è pubblico: e quello del primo anno parla chiaro, è assolutamente in negativo, e visto che non avevamo investitori alle spalle c’abbiamo rimesso tutto di tasca nostra. Col secondo anno, che è andato decisamente meglio come conti economici, abbiamo messo qualche pezza. Ora, per il terzo, siamo fiduciosi. Assolutamente fiduciosi. Ma una cosa è certa: non è e non sarà mai il guadagno la spinta principale a fare il festival.
LM: In effetti dare vita ad un festival è stato prima di tutto una questione quasi egoistica: una necessità nostra, insomma. A parte quel ritrovarsi attorno ad un tavolo a discutere, la fiamma vera è nata tra anni fa, durante un Capodanno. Io ho una vecchia casa di campagna che era di mia bisnonna, negli anni l’avevo sempre usata per fare delle festicciole, sin da quando ero piccolo. Lo facevo io, lo faceva mia sorella, Nicola è un mio strettissimo amico già da quando eravamo ragazzini, anzi, bambini, quindi figurati, pure lui conosceva bene e frequentava il posto. Una di queste feste, tre anni, fa, era a Capodanno ed era pure a tema, fu davvero un successo. “Ehi, ma se siamo riusciti a far ballare fino all’alba trecento persone, facendole per giunta arrivare tutte qua in maschera, perché non proviamo a fare uno step ulteriore?”, ci siamo detti. Prima ne abbiamo parlato solo fra noi. Poi con altri. E, abbiamo scoperto che questa era una esigenza condivisa ed un “richiamo” molto più di quanto ci aspettassimo… E non solo per chi era della nostra generazione, no: era una cosa più vasta. Questo è fondamentale da sottolineare: una delle più grandi forze di Transumare è infatti la partecipazione che lo circonda, il senso di appartenenza che provano tutti coloro che in qualche modo danno una mano a realizzarlo, e lo fanno in modo disinteressato, volontario. Spesso addirittura senza che nemmeno vengano sollecitati o gli venga chiesto alcunché. Sai però qual è la verità?
Vai.
LM: Nessuno di noi aveva esperienza sul campo, nessuno di noi veniva dal mondo degli eventi. Nessuno aveva mai lavorato ad un festival. E quindi siamo partiti un po’ alla garibaldina, all’arma bianca, e se siamo riusciti a fare qualcosa è solo perché fin da subito 50-60 persone si sono radunate in modo spontaneo attorno a quest’idea, piene di voglia di darci una mano perché, e te lo dicevano proprio, “È una cosa troppo bella per non venire a dare una mano”.
(Una istantanea dall’edizione dell’anno scorso; continua sotto)

Bellissimo. Però ora voglio assolutamente sapere quali sono le prima cose su cui vi siete schiantati e su cui in qualche modo non vi aspettavate di schiantarvi, dall’alto della vostra inesperienza… Se ne parla troppo poco, se ne dovrebbe parlare più spesso.
NDS: Allora. È vero che io non ho mai lavorato ad un festival e in generale alla produzione eventi, però comunque sono ormai vent’anni che suono e, insomma, un po’ conosco l’ecosistema della musica elettronica: pensavo fosse abbastanza o, almeno, fosse un buon punto di partenza. Non avevo idea di quanto fosse una cosa grossa e complicata la produzione di un evento, nei suoi aspetti più pratici e logistici. No. Non ne avevo proprio idea. Lì siamo stati incredibilmente fortunati ad incontrare Roberto Chiodi, uno che ha qualche anno più di noi ma che come spirito ha assolutamente la nostra stessa età. Beh: è stato lui ad aprirci gli occhi. Inizialmente avevamo solo pensato “Vabbé, forse dovevamo iniziare a lavorare un po’ prima attorno a questo evento…”, poi per fortuna lui è stato chiaro ed esplicito e ci ha messo di fronte al mostro che stavamo per affrontare, e che non avevamo minimamente capito di dover affrontare. Almeno non così, non fino a questo punto.
Ecco. Partono tutti dagli artisti, o dalla comunicazione, dai testi e dall’identità visiva, e pensano sia il grosso del lavoro, che il resto siano faccende accessorie che si risolvono un po’ da sole…
NDS: Su quello, sulla line up e sull’identità come comunicazione, ci abbiamo messo qualche settimana a trovare la chiave, non di più. E, senza arroganza, penso che abbiamo fatto un buon lavoro. Se non altro perché sono in tanti a dirci che sì, la nostra comunicazione effettivamente si riconosce, è identificativa. E questo non è mai scontato in fondo, no?
LM: Però vorremmo veramente farti capire quanto eravamo impreparati a livello produzione. Allora: firmiamo uno dei primi artisti, nella prima edizione, uno degli headliner. Bene. Noi contentissimi. Dopo un po’ ci contatta qualcuno del suo entourage e ci fa: “Ora vi mandiamo il rider”. Ci siamo guardati fra noi, e ci siamo detti: eh? E che cosa è ora questo “rider”? Capisci come eravamo messi… Avevamo tutto in testa, come fare il festival, come chiamarlo, dove farlo, come strutturarlo, chiamare fra i i 12 e i 15 act, e manco sapevamo cosa fosse un rider.
Eh.
LM: Questa non conoscenza si è ripercossa in modo pesante sui conti, prima di tutto. Io ero arrivato anche con un po’ di sicurezza, di tranquillità: arrivo dal mondo del business, ho studiato finanza, lavoro nell’ambito dell’e-commerce… Insomma, quando ho guidato la preparazione del piano economico pensavo di avere le sufficienti conoscenze ed abilità per farlo. La verità è che avevo fatto delle stime completamente a caso.
Fuori i numeri.
LM: Avevo pensato che se facevamo 70.000 euro di incasso totale, potevamo permetterci di spendere circa 50.000 per l’artistico, per i fee di chi suona. La verità sul campo è che per avere un artistico di 50.000, devi fatturare almeno il triplo di questa cifra.
Già.
LM: E non solo. Chi sapeva che era necessario dare gli anticipi? Stupidamente, non avevamo considerato questo aspetto. Ma è assolutamente normale (e direi anche ragionevole) che un’agenzia, se dà un suo artista importante ad un festival che è alla prima edizione, chieda comunque tutto il cachet in anticipo. Per tutelarsi: è piena infatti l’Italia di festival che negli anni sono andati per aria già dalla prima edizione, lasciando un sacco di contratti non rispettati. È un rischio che nessuno vuole più correre, arrivati ad un certo livello di professionalità. Ecco che allora l’headliner del primo anno, Cosmo, ce lo siamo ritrovati a pagare noi, coi nostri conti correnti personali, un esborso che inizialmente non avevamo per nulla previsto. Ecco, probabilmente lì abbiamo capito fin da subito che coi festival è molto più facile perderci dei soldi piuttosto che guadagnarne… (ride, ndi)
NDS: Altro problema che abbiamo sottovalutato all’inizio è che un conto è fare un festival in una grande città, un conto è farlo invece in un paese, Roseto, che come residenti arriva a malapena a 20.000 abitanti: il tessuto sociale e soprattutto economico ed imprenditoriale più di tanto non può dare. Ma soprattutto, va educato, va informato, questo tessuto. Col senno di poi il primo anno siamo partiti troppo tardi a lavorare al festival, e questo è stato un problema: ad esempio perché non abbiamo avuto il tempo e il modo di parlare con tutti, di far conoscere in modo adeguato il nostro progetto, convincendo così chi poteva in qualche modo darci una mano economicamente a farlo per davvero. Pensavamo fosse “evidente” che fosse una idea forte, bellissima, non c’era bisogno di spiegazioni; invece, abbiamo toccato con mano quanto invece bisognasse spiegare con pazienza che il nostro non era un rave, non avrebbe messo a soqquadro la città. Per fortuna ad oggi è andato sempre tutto bene e perciò oggi, anzi, ormai sono le realtà cittadine che vengono da noi proponendoci di dare una mano, prima ancora che siamo noi a chiederglielo. Nulla che cambi la vita di nessuno, perché il tessuto industriale di questa zona ha dei limiti oggettivi, ma comunque per noi anche un piccolo aiuto è già tanto, tantissimo.
(Mace è uno che seleziona tantissimo le date dove esibirsi e lui, quest’anno, a Transumare c’è; continua sotto)

Domanda: avete idea di quanta gente arrivi da fuori, a Transumare?
LM: I dati li abbiamo, ma sono un po’ “sporchi”, inevitabilmente, perché il nostro sistema di ticketing registra il luogo in cui è acquistato fisicamente il biglietto: quindi in questo 40% che nominalmente arriva da fuori Regione – che è un dato enorme! – credo ricadano molti abruzzesi fuori sede che sono stanziati in altre parti per studio o per lavoro, e poi d’estate sanno che tornano dai parenti, quindi prendono già il biglietto in anticipo. Tuttavia durante il festival i camping sono strapieni: segno che non tutti sono abruzzesi tornati in famiglia durante le vacanze agostane… Insomma, ad azzardare a fare una stima penso che quasi il 30% del pubblico di Transumare arriva da fuori Regione, molti chiaramente dalle Marche, che sono a 20 chilometri da Roseto. A tal proposito ci tengo a dire che una cosa bellissima è che in tanti arrivano da noi in biciletta, sfruttando la ciclabile costiera che è molto estesa. Lo fanno anche per un problema che creiamo noi, a dirla tutta…
Cioè? Spiega, spiega…
LM: L’area del festival occupa quello che è l’unico grande parcheggio gratuito di Roseto. 600 posti auto gratuiti se ne vanno in fumo, per colpa nostra.
Ah, però.
LM: E per giunta facciamo musica fino alle 2:30 di notte. Siamo consapevoli che non per tutti questo sia un impatto gradito. Assolutamente. Cerchiamo in tutti i modi di minimizzare i danni. Però questo significa anche che a chi viene al nostro festival offriamo una esperienza potenzialmente super, e ad impatto zero: da noi puoi arrivare infatti comodamente in bici, siamo poi proprio fronte mare, quindi puoi alternare musica e bagno, concerti e spiaggia.
Ecco: come sono i rapporti con l’amministrazione locale? In teoria chi toglie parcheggi e fa “rumore” di sera, anzi, oltre la mezzanotte, raramente è ben visto…
LM: Incredibilmente, invece, sono buoni. Ma è una amministrazione che si è data da fare per convincere i suoi cittadini che rivitalizzare la città è una cosa positiva. Lo ha fatto con poche cose, ma semplici, concrete: come ad esempio allungare di mezz’ora il limite di decibel per gli stabilimenti balneari. Noi siamo arrivati da loro due anni fa col nostro progetto, chiedendo l’utilizzo di quell’area, solo quello, non soldi. Eravamo perfettamente consapevoli che non fosse comunque una richiesta semplice, la nostra. Infatti all’inizio ci hanno risposto esponendo dieci punti critici, che se non risolti avrebbero impedito la concessione di quell’area. Noi abbiamo lavorato su ciascuno di quelli, trovando una soluzione. Non è stato semplice, ovviamente; ma quando dopo la prima edizione hanno visto che il nostro festival aveva portato zero disordini, zero interventi delle forze dell’ordine, zero persone allontanate, ci hanno adottato. Anche perché sia all’amministrazione che ad altre realtà cittadine il nostro progetto faceva gola: allungava infatti ad esempio di una settimana la stagione turistica, perché Roseto solitamente dopo Ferragosto si spegne. Sia come sia, noi abbiamo vinto un regolare bando di co-progettazione quindi comunque l’obbligo da bando era, in teoria, di fare almeno tre anni di festival, ma sappiamo bene che se non ce la giocavamo a modo con la prima edizione sarebbe terminato tutto. Nel 2027 poi ci sono le elezioni, quindi vediamo.
Ad ogni edizione, quanti sono più o meno i volontari coinvolti?
LM: Il primo anno 30, il secondo 40, quest’anno 50. E ti dirò: abbiamo ricevuto una quantità di richieste quasi commovente, ci è dispiaciuto esserci ritrovati a respingerne un bel po’. In tutta onestà: ci sembra una follia dover selezionare delle persone che si offrono di lavorare gratis per noi… Però la verità è che ci sono arrivate oltre 150 candidature – non riusciremmo mai a gestire un numero così elevato di volontari, non era minimamente possibile accettarle tutte. Direi che questo tra l’altro dovrebbe far capire quanto sia complesso oggi per un giovane fare i primi step per una carriera lavorativa in questo mondo: perché bada bene che di quel centinaio di scartati almeno metà aveva già qualche esperienza sul campo, anzi, te lo dico chiaramente, moltissimi degli scartati avevano chiaramente più esperienza di quanta ne avessimo noi quando abbiamo deciso di dare vita a Transumare.
NDS: Bisogna essere sempre molto attenti e rispettosi quando si ha a che fare coi volontari: è un attimo passare dalla parte del torto, dello sfruttamento. Cerchiamo di avere tante piccole accortezze. Una di queste è che il loro turno non deve mai tassativamente coprire tutta la durata effettiva di concerti e dj set, ma avranno almeno metà giornata libera in cui potranno fare da semplici spettatori che si godono il festival.
Domanda pragmatica eccone un’altra: ancora numeri. Quanti numeri avete fatto finora come presenze, quante ve ne aspettate quest’anno?
LM: La prima edizione abbiamo fatto 9000 presenze. La seconda, 12.000. Quest’anno, l’obiettivo è arrivare a 15/16.000. Nel 2026 abbiamo voluto fare un passettino in avanti in alcune cose, ma niente di folle. Siamo circondati da festival fighissimi ed ambiziosissimi che però muoiono all’improvviso, non vogliamo fare la stessa fine.
(Quel gran genio di Soichi Terada; continua sotto)

Domanda artistica, invece. E qui è un po’ più complessa. Allora: eravate già nei miei radar, dalla prima edizione, sarà che conosco bene molti degli artisti che vi avevano partecipato e anche chi ne vende le date. Ma ok, all’inizio era un po’ “Ma dai, un nuovo festival in Abruzzo, carino”, ero contento ma mi sembravate comunque abbastanza standard come realtà. È l’anno successivo che davvero avete catturato la mia attenzione. E tutto questo grazie ad una cosa, anzi, ad un nome, ad un artista in cartellone: DVS1. Improvvisamente quello che mi sembrava un buon classico nuovo festival indie assumeva un sapore diverso, spiazzante. Un nome 100% da club culture, e di quella anzi particolare, sofisticata, impegnata, non un nome che va bene anche per il target indie. Scelta molto interessante, quindi, anzi, spiazzante. E vedo che anche quest’anno perseguite queste via, ad esempio con la presenza di Paranoid London ma anche di Soichi Terada, che è una chicca assoluta da super-intenditori frequentatori accaniti del Sónar. E allora vi chiedo: chi siete? Dove volete andare?
NDS: Posso rispondere io?
LM: Vai, vai!
NDS: Fatte ovviamente tutte le proporzioni del caso, ed è fondamentale questa premessa, il mio esempio di festival è sempre stato: Glastonbury. Un festival che per qualcuno è un mischione, ma se vai là capisci che proprio questo, o comunque anche questo, è la sua forza. Nel nostro piccolissimo vogliamo fare altrettanto. Vogliamo dimostrare che possono coesistere, in maniera felice e fertile, anche realtà che apparentemente non hanno granché in comune; vogliamo far capire alle persone di ogni gusto, di ogni scena e di ogni attitudine che se si lasciano andare, se si abbandonano alla curiosità ed all’assenza di pregiudizio, possono divertirsi veramente tanto, stare davvero bene.
Domanda scomoda, per finire: gli artisti sono diventati troppo avidi? Costano troppo?
LM: Eh, bella domanda. Guarda, non penso che siano gli artisti che sono diventati avidi: penso semmai che ci sia un sistema che gli impone di diventarlo, pena l’irrilevanza. Posso anche capirlo, guarda: nel mondo indie è come se ci fosse una grande onda, ha senso che tu voglia cavalcarla, perché oggettivamente potrebbero non essercene altre in futuro. Quindi se c’è, è giusto che tu ci voglia salire e fare la tua cavalcata. Non nego che la cosa mi abbia fatto inizialmente anche molta rabbia: la prima reazione quando paghi un artista 1000 euro e l’anno dopo ti viene proposto a 15.000 puoi immaginare quale possa essere… Ma se poi ti calmi e ci ragioni un attimo, capisci che è una semplice questione di domanda e di offerta. Poi, naturalmente, quando inizi a creare un network con chi fa le tue stesse cose, scopri anche dei lati meno piacevoli: scopri anche che quello che a te offrono chiedendo X altrove magari lo offrono alla metà, giusto per fare un esempio. Alla fine ciascuno cerca di fare il proprio lavoro, però. Non vogliamo puntare il dito contro nessuno. In primis non contro gli artisti, perché penso che loro nemmeno siano consapevoli di certe dinamiche che si creano attorno ai loro tour. Quello che possiamo fare è cercare di lavorare il meno possibile coi grandi gruppi multinazionali, preferendo le realtà più indipendenti, a meno che non sia strettamente necessario, perché sappiamo che sono le multinazionali le prime a favorire un certo tipo di dinamiche dove ciò che conta più di tutto è massimizzare il profitto, costi quel che costi. Non per fargliene una colpa: è nella loro natura. Così come capiamo che oggi i soldi non arrivano più dalla vendita dei dischi, e allora è dall’attività live che li devi far saltare fuori, questi soldi. Nella nostra posizione quello che possiamo fare è molto semplice: scommettere sugli artisti, cercare di intercettarli prima che diventino troppo grandi, prima che il loro nome sia troppo consolidato e, di conseguenza, ben remunerato.
Non è semplice.
LM: Vero. Ma lì fuori non è semplice per nessuno. È diventato un mondo molto affollato e competitivo: non è semplice per gli artisti, per i promoter, non è semplice per nessuno. Ecco perché rispettiamo il lavoro di tutti.