Primavera Sound 2014, il buono invece del “giusto”

Qualcuno è deluso, perché manca il nome “epocale”. Ed in effetti è vero. Ma secondo noi è meglio così: si torna a concentrarsi sulla musica e non sul “wow effect”, come lo chiamano i soloni del marketing, quelli che presumibilmente apprezzano assai la capacità del Primavera Sound di essere diventato un vero e proprio fenomeno sociale, con tanto di fiorire di finte line up e attesa messianica per lo disvelamento, in diretta, di quella vera. Niente nome epocale, niente Daft Punk o cose così, headliner che abbiamo visto e rivedremo in Italia molto tranquillamente (fa anzi ridere un po’ vedere Kendrick Lamar a caratteri cubitali: da noi non ha manco riempito i mille posti dei Magazzini Generali di Milano), ma nel complesso un insieme di nomi interessante e consistente.

Per i nomi più “soundwalliani”, alcune considerazioni: curiosa la presenza di Laurent Garnier, legato da sempre a doppio filo ai cugini/rivali del Sonar; consacrazione per i Disclosure, tenuti in alta considerazione, nonostante la loro house stilosa e perfettamente radio friendly in teoria dovrebbe essere ben poco “indie”; contenti per la presenza di Moderat, !!!, Darkside, Jamie XX, SBTRKT, Julio Bashmore, addirittura Andy Stott e The Haxan Cloak. Ma la cosa peggiore che si può fare andando al Primavera è andarci pensando soprattutto a cercare i nomi “da Sonar” e/o seguendo uno stretto filo logico nella scelta a quali set assistere ancora prima di arrivarci: i due festival sono diversi prima di tutto nell’attitudine, di conseguenza nel pubblico. Il Primavera ruota decisamente a trecentosessanta gradi cogliendo un po’ ovunque, è fatto per conoscere più ancora che per approfondire, oltre ad essere – talora un po’ troppo – una celebrazione dell’indie-sfera globale sconfinante talora nell’hipsterismo narciso (anche se magari con questo 2014 il fenomeno comincia a rientrare: per altro, se c’è, non è colpa del festival, ma di chi ci va e soprattutto di chi ci va non perché ama la musica ma perché fa chic andarci, sfoggiando altezzosi al ritorno le spillette acquistate). Ci sono festival in cui la gente veste talmente male o in modo talmente improbabile da essere splendida; altri in cui pascolano greggi dall’aria serissima che sembrano un po’ il catalogo di H&M e con lo stesso piglio parlano e commentano la musica che hanno appena visto o stanno per vedere: piglio vacuo e finto competente. Che poi magari ti fanno la morale dicendo che nella scena più strettamente elettronica/dance “…si drogano tutti”, e certo. Pessimi.

La ricchezza del Primavera va colta in pieno, va vissuta, e va fotografata, facebookata o twittata ben poco. E’ raro poter immergersi per tre giorni in un macrocosmo così sfaccettato ed attentamente selezionato, dove anche un gruppo che non ci convince arricchisce comunque la nostra cultura musicale, ed è raro poterlo fare attorniati non dai soliti cinquecento amici o conoscenti (lo zoccolo duro per le band di qualità, in Italia) ma da decine di migliaia di persone. Per giunta in uno spazio, quello del Parc del Forum, dove gli squarci suggestivi sono tantissimi. Una ricchezza che dovete tenervi per sé, questa, non per i vostri social. Con la consapevolezza che se ci andate, al Primavera, non siete nel posto più “giusto” del mondo e chi non c’è è un mezzo sfigato, ma semplicemente siete in un festival curato con amore e cresciuto oltre ogni previsione, con la capacità di sostenere sempre questa crescita. Anche, e soprattutto, quando non c’è l’headliner epocale.

Lineup_Primavera_2014