Ecco. Fermi subito: vi chiediamo di rileggere il titolo. “Perché i rapper che finiscono in prigione ci piacciono tanto”. È ambiguo, volutamente ambiguo – ve ne siete accorti? La frase è costuita in modo tale che ciò che ci “piace tanto” potrebbero essere sia i rapper in questione (baciati dalle fortune del mercato, dai numeri degli stream, dai contratti e concerti ben pagati: tutte cose di cui siamo artefici noi ascoltatori, con le nostre scelte di ascolto e consumo), che – al contrario – il fatto che questi stessi rapper finiscano al fresco, vadano nei guai, finiscano insomma alla pubblica gogna, ai mandati d’arresto ed alle punizioni legali vendicando così la nostra sete di giustizia&rivalsa contro questi cialtroni senza arte né parte, ingiustamente ed immeritatamente famosi ed arricchiti.
E quindi, da queste parti da che parte stiamo?
Una cosa è sicura. Non stiamo dalle parti dei servizi d’attualità pruriginosi dei media generalisti (ne è andato in onda uno l’altro giorno sul TG5 agghiacciante, appunto sui rapper che hanno guai con la legge). E stiamo ancora di meno dalla parte dei commentatori moralisti wannabe savonarolici, quelli che “Eh ma visto che brutta gente, vergognatevi ad adorarli come artisti”, i quali nemmeno si rendono conto che se dovessimo bandire tutti i musicisti che hanno consumato droga, posseduto armi, molestato o maltrattato persone, fatto cazzate, ecco, probabilmente l’intera storia della musica leggera (ma, andando più indietro, probabilmente anche del jazz e della classica) andrebbe drasticamente riscritta. Fateci caso, quest’ultimo genere di commenti arriva di solito da chi del rap non capisce nulla: non lo ascolta, non lo comprende, parla per sentito dire, ha una consapevolezza/dimestichezza del genere che – se va bene – arriva ai Public Enemy, alle posse ed a Frankie Hi-Nrg, peraltro senza aver realmente capito nessuno dei tre. Sono persone a cui il rap sta sulle palle (lecito), che il rap non lo vuole capire (lecito: ognuno sceglie come investire il proprio tempo e su dove indirizzare le proprie opinioni), poi però si sente in diritto di giudicarlo, dissezionarlo e sanzionarlo (…e questo no, questo non è lecito per un cazzo).
Sull’ultimo caso di attualità, quello dell’arresto di Tony Boy, ha detto tutto e ha detto bene The Purista, su Instragram. Qui sotto il suo post/ragionamento, ineccepibile, ma dopo che ve lo siete letti concedeteci di puntualizzare un po’ di cose. Partendo appunto dal nostro titolo “ambiguo”.
Nel 2026 ancora non si è capito che che il rap (sottogenere trap compreso) non è un manualetto di rivoluzione & coscienza politica. A dirla tutta non lo è nemmeno l’arte, in generale: pretendere che l’arte sia didascalica o, peggio ancora, strumentale ad una educazione pedagogica della popolazione è il modo migliore per imbrigliarla e svuotarla di forza, di senso, di magia, di ciò che insomma la rende arte e non propaganda. E se non puoi chiedere all’arte di essere pedagogica, non si capisce perché tu lo debba pretendere dal rap. Questo non esclude ci possano essere grandissimi esempi d’arte in grado di essere educativa, convinta nel voler indicare una via di consapevolezza/coscienza politico-sociale superiore, ragionata ed intelligente, magari anche indirizzata politicamente: ma questa è una delle condizioni possibili, non l’unica condizione accettabile per valutare il valore di un prodotto artistico.
Un prodotto artistico vale quando emoziona, quando tocca cioè corde emotive sia razionali che irrazionali. Lo può fare perché è incasellata in un discorso valoriale e d’analisi critica “alto”, evoluto, finanche accademico; lo può fare invece perché lo fa e basta, perché cioè alcuni suoi frutti “risuonano” presso un bacino ampio o di nicchia di fruitori. “Risuonano” emotivamente. Emozionano, quindi. Suscitano passione.
Sarebbe superfluo sottolinearlo, ma: anche le cose stupide possono emozionarci, ogni tanto. Sì. Anche le cose che non hanno tanto senso, non hanno tanta profondità, non hanno nemmeno tanta giustezza e giustizia ed intelligenza. Nessuno, se non gli infelici, gli psicotici ed i repressi, vivono di sola razionalità.
Un prodotto artistico vale quando emoziona, quando tocca cioè corde emotive sia razionali che irrazionali. Lo può fare perché è incasellata in un discorso valoriale e d’analisi critica “alto”, evoluto, finanche accademico; lo può fare invece perché lo fa e basta, perché cioè alcuni suoi frutti “risuonano” presso un bacino ampio o di nicchia di fruitori. “Risuonano” emotivamente. Emozionano, quindi. Suscitano passione
Questo è il primo punto da tenere a mente. È universale, è insito nella natura dell’essere umano – e di uno dei suoi prodotti più affascinanti, complessi ed unici, l’arte.
Il secondo punto invece è molto più contingente. Ed è legato all’avvento dei mass media. Una situazione ancora più amplificata oggi grazie al fatto che coi social, i mass media siamo diventati (anche) noi. Situazione che ha generato osservazioni fulminanti come quella dei quindici minuti di celebrità di warholiana memoria, osservazioni che oggi sono più attuali che mai, oggi che chiunque dotato di un account Facebook, Instagram, TikTok si sente più o meno consciamente autorizzato a considerarsi giornalista opinionista, artista, regista, sceneggiatore, potente, famoso, fosse anche solo per un attimo, fosse anche solo per un post.
Il confine tra reale e virtuale, tra ciò che esiste davvero e ciò che si pensa esista, tra ciò che accade davvero e ciò che speriamo stia accadendo, tra ciò che sogniamo e ciò che vediamo tramite i mass media coi nostri occhi si è fatto molto più mobile, liquido (…ciao, Zygmunt Bauman!), si è fatto molto più incerto, capace di allucinazioni, e ora con l’avvento dell’AI questo processo non farà che diventare più forte, più pervasivo.
Non stiamo dicendo nulla di nuovo, o particolarmente originale. Basta avere un minimo di rimasticatura di analisi sociale per saperlo. E per sapere che si parla di queste cose ancora dai primi del secolo scorso, figuriamoci.
Quello che però forse non si sottolinea abbastanza è che queste dinamiche generano in noi, esseri umani, una grande fame di “realtà”. Come mai in passato. “Realtà” vera o presunta che sia, anzi, se è presunta meglio ancora, è più innocua, è più virtuale, è più gestibile.
Vogliamo emozioni: siamo diventati ingordi, bulimici di emozioni. Costi quel che costi. Ci è stato inculcato che ne abbiamo bisogno, ne abbiamo diritto.
L’avvento e il trionfo globale della cultura hip hop è un epifenomeno fondamentale ed esemplare, in tal senso: perché un figlio di una pacifica piccola borghesia benestante svedese o un essenziale proletariato australiano (due esempi fra milioni) dovrebbe appassionarsi ai codici della malavita di strada americana, New York o Los Angeles o Atlanta che sia? Epperò lo fa, eccome se lo fa, sono decenni che lo fa. Ma non è nulla di nuovo sotto il cielo, e non è certo solo la cultura hip hop: ci siamo appassionati alle saghe dei film sui mafiosi, ai film di guerra, morte e distruzione, alla musica fatta da urlatori drogati nevrotici e sputacchianti, alla letteratura incentrata su personaggi malati e (auto)distruttivi. No?
Sì che lo abbiamo fatto.
…e lo abbiamo fatto per un motivo ben preciso: la fame di “realtà”, virgolette d’obbligo, che poi è nient’altro che fame di emozioni che ci elevino – per un attimo o per lunghi attimi – alla banalità della vita quotidiana. Una vita, nell’epoca dello spettacolo, dei mass media e della “celebrità”, percepita come troppo piatta, insufficente.
Tornando a bomba sull’attualità: se esiste un pubblico che si appassiona al trapper che spaccia e (stra)parla di droghe e psicofarmaci, che porta nei mass media il linguaggio dello spaccio e della malavita di strada metropolitana, che ostenta l’irresponsabilità del materialismo gretto, è solo ed unicamente perché nelle giovani generazioni è sempre più forte la sete di “realtà” (di nuovo: virgolette d’obbligo), perché solo grazie ad essa sentono di provare finalmente delle emozioni, qualcosa che sia meglio della piatta banalità del loro quotidiano, e per giunta soddisfano anche la inevitabile, fisiologica sete di conflitto verso le figure “genitoriali” (in senso stretto o in senso lato).
(I rapper ostentano monili da quando esiste l’hip hop, mica da quando ci sono i trapper italiani e Tony Boy; continua sotto)

L’arte fa il suo lavoro: emoziona. E quella dei trapper, anche quando fa schifo, anche quando ostenta messaggi e comportamenti discutibili, anche quando è fatta tecnicamente a cazzo, piaccia o meno è arte: lo è nel momento in cui ha un pubblico che si emoziona al suo cospetto. Ed evidentemente siamo in una fase storica in cui per mille motivi (non basta un articolo, ci vorrebbe un libro) siamo più sensibili e suscettibili all’emozionarci verso un certo tipo di messaggio e non altri, almeno nei nostri contesti dove la cultura occidentale ed a trazione americana ha avuto un ruolo ed una desiderabilità forti.
Nello specifico italiano: non è un caso che oggi molti adolescenti siamo emozionati dai trapper, che le pre-adolescenti siano emozionate da Anna Pepe, che ventenni la cui avventura in vita reale più pericolosa&oltraggiosa sia stato prendere un bus dimenticandosi a casa l’abbonamento stravedano e si immedesimino in coetanei che spacciano, rubano, gettano soldi ad cazzum, statussymboleggiano, si disfano del buon senso e bofonchino confusi e perduti. Non è assolutamente un caso.
Ma non è nemmeno così pericoloso, o drammatico.
Va monitorato, certo; ma è un bisogno umano. Lo è ancora di più per la vita che ci stiamo costruendo attorno da un secolo a questa parte, soprattutto quella ad impianto capitalista, occidentale; ma in realtà chi più chi meno nessuno sul globo ne è immune. Ma ecco, certi bisogni e certe derive nel gusto popolare ci sono da anni, decenni, da oltre un secolo ormai: assumono forme diverse, di volta in volta, ogni tanto più intensi e smaccati, ogni tanto più sottotraccia, ogni tanto con fasi di riflusso e consapevolezza sociale invece della deboscia oltraggiosa ed irrazionale, ma ci sono, ci sono sempre. Del resto i carnevali e le varie festività pagane esistono da secoli, esistono praticamente da quando esiste l’uomo: una antropologicamente necessaria valvola di sfogo. C’avete mai pensato?
Nel momento in cui godiamo perché quel cretino incapace trappuso di Tony Boy è finito alla gogna mediatica ed agli arresti, diventiamo esattamente parte del problema che diciamo di voler combattere: foraggiamo cioè la società dello spettacolo avida di guadagni, che fa leva sulla sete collettiva di “realtà” fabbricando – attrverso il guilty pleasure dell’indignazione – la rilevanza sociale di una vita e di una figura pubblica così oltraggiosa
Quello su cui dovremmo realmente riflettere, qui e oggi, è quello che già scriveva The Purista nel post che abbiamo embeddato un po’ più sopra, nella prima parte di questo articolo: cioè che spesso dietro alla nostra fame di “realtà”, dietro alla nostra ingordigia di fruirne, ci sono fatti reali – stavolta senza virgolette – che parlano di persone che sono in difficoltà: per una dipendenza da sostanza, per una insicurezza che porta all’arroganza ed all’ostentazione, per un’ansia da prestazione che ti porta a sfidare sempre più il buon senso e la giusta misura, per una paura del futuro che si declina in un nichilismo rabbioso nel presente. Ce ne rendiamo conto?
Nel momento in cui godiamo perché quel cretino incapace trappuso di Tony Boy è finito alla gogna mediatica ed agli arresti, diventiamo esattamente parte del problema che diciamo di voler combattere: foraggiamo cioè la società dello spettacolo avida di guadagni, che fa leva sulla sete collettiva di “realtà” fabbricando – attrverso il guilty pleasure dell’indignazione – la rilevanza sociale di una vita e di una figura pubblica così oltraggiosa. Giochiamo al suo gioco. Solo che lo facciamo nel modo peggiore possibile: creando capri espiatori, perché sentiamo/speriamo che questo ci assolva dall’accusa del farne parte, di questa corrotta ed avida società della spettacolo votata al moltiplicarsi dei fatturati.
È solo una illusione, però.
Sarebbe molto più sano prendere con beneficio d’inventario – e con analisi artistico-sociali non isteriche e moraleggianti – il successo attuale di un certo tipo di trap e di figura artista, ed al tempo stesso provare dispiacere per chiunque ad un certo punto diventi prigioniero dei suoi demoni, si tratti di rapper, rocker, broker d’alta finanza, impiegato, imprenditore, attore, operatore ecologico o quant’altro: che questi demoni siano reali o che li abbia inventati per fare colpo e scalare posizioni nella società dello spettacolo (e/o della performance) attuale, in ultima analisi non fa nemmeno troppa differenza.
L’indignazione e la derisione sono finte medicine, sono una finta soluzione.
…ma nulla, ancora per un po’ continueranno a piacerci tanto gli artisti che ci raccontano una vita che non abbiamo il coraggio di vivere (e, nella maggior parte dei casi, si può dire: meno male che non ce l’abbiamo), così come però saremo i primi a sputare addosso a loro quando cadranno per un attimo in disgrazia. Anche perché tra l’altro sì, spesso, anzi, troppo spesso riusciamo ad essere entrambe le cose: quando in realtà, in un mondo ideale, non dovremmo essere mai nessuna delle due.
Qui, se ci chiedete da che parte stiamo, giusto per non lasciare inevasa la domanda d’inizio articolo, sappiamo che da quelle parti lì non ci vogliamo stare. Non quelle dell’indignazione, non quelle della derisione, non quelle del moralismo, non quelle di chi antepone il fatturato allo star bene. No: stiamo all’esatto opposto. Con convinzione, con consapevolezza.
Hic manebimus optime.