Quando è nato, 13 anni fa, Nextones è stato accolto come una rara novità e una sfida: (che ci è subito piaciuta parecchio, e ha continuato a farlo) quella di portare musica e cultura in val d’Ossola. Rimettere al centro luoghi che sono allo stesso tempo incontaminati e sperduti.
Dopo 13 anni, possiamo dire che la sfida di Nextones non ha assolutamente smesso di pulsare e questo evento è diventato un festival tra i più pregiati per chiunque voglia uscire dalle proprie bolle e dal mondo, per stare 4 giorni immersi nella natura e assistere a concerti all’interno di una delle location più affascinanti si possano vedere ed usare oggi, ex cave di granito. Un’ambientazione da brividi, chi c’è stato lo sa.

È stato grazie alla Fondazione Tones on the Stones, centro di produzione musicale, che il sito estrattivo è stato rigenerato e trasformato in un anfiteatro naturale che vive non solo durante il festival, ma è anche spazio per produzioni immersive e valorizzazione del patrimonio ambientale. Insieme alla fondazione, l’agenzia creativa Threes Production, specializzata in sostenibilità culturale (e che sta dietro anche alla creazione di Terraforma).
Penso sia necessario, al di là della qualità della selezione di artiste e artisti che saliranno sul palco dal 16 al 19 luglio, dare spazio a chi vuole davvero creare collettività in modo diverso e sostenibile. In un periodo in cui ci si concentra molto sulla questione di cosa significhi creare comunità, in cui nuovamente ci si imbatte nel dibattito sui “grandi eventi estivi” che continuano a non funzionare, o funzionare malissimo, allora la reale alternativa la offre la provincia. Quella nascosta, dimenticata, da preservare e conservare, ma allo stesso tempo da vivere almeno per scorgerci dentro futuri possibili.

Il lavoro di Nextones è proprio quello di integrare e includere uno scenario di rara bellezza paesaggistica a una proposta che vada oltre la musica, abbracciando le arti visive e performative per creare un momento di relazione e immersione con il territorio.
Un esempio? La performance Hydromantique, una sessione di ascolto subacqueo che combina storie, parole e frammenti provenienti da diversi repertori musicali. Presentato inizialmente come performance dal vivo durante il festival, Hydromantique resterà poi come installazione temporanea con sessioni di ascolto quotidiane, aperte a ulteriori contributi sonori. Oppure il 17 luglio Kenichi Iwasa presenterà in prima assoluta un nuovo strumento ibrido, a metà tra flauto e corno, realizzato a mano in collaborazione con il light designer e artista visivo Charlie Hope. La performance combina strumenti a fiato con registrazioni ambientali realizzate in loco, creando un’esperienza site-responsive: l’ambiente sonoro circostante viene incorporato nella composizione, rendendo quindi il paesaggio parte integrante della composizione.
Non a caso anche l’identità visiva, affidata a Rachele Daminelli, racconta questo dialogo, penetrando nel profondo fino al microscopico, per sottolineare come spesso sono i dettagli invisibili quelli che rendono l’intera valle viva. Il micro diventa una chiave di lettura per il marco: sono le connessioni quelle che contano davvero.

Certo, il programma, sempre accuratamente selezionato, prevede anche live e set: Helena Hauff, Daniel Blumberg, il duo Abdullah Miniawy & Simo Cell, Alessandro Adriani (con il progetto Koppelia), Carrier, John T. Gast e OKO DJ, OK Williams, Somatic Rituals e DJ Hell saliranno sul palco di questa edizione.

Ho però volutamente spostato l’attenzione dai live a qualcosa che secondo me merita l’attenzione del pubblico che frequenta festival o eventi: l’importanza di curare il micro, i dettagli, le piccolezze, l’attenzione che viene data alle piccole cose è lente di ingrandimento per comprendere come gli eventi si possano fare in modo diverso, e come si possa, se si vuole, cambiare la direzione e creare cultura e comunità. Dal 16 al 19 luglio, per chi vuole, per chi può, ci si trova attorniati da vertiginose visioni, dettagli preziosi ed esperienze intense.