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Le emozioni devono prendersi il loro tempo: Jazz:Re:Found 2016

Damir Ivic Era partito tutto male: coll’headliner principale che ti pacca (vedi alla voce De La Soul, che con modalità anche abbastanza bizantine decidono di bidonare il festival, a cachet già ricevuto). Però il fatto è che negli anni Jazz:Re:Found si è costruito proprio una bella immagine: quella di festival puro, onesto, fatto da gente appassionata, che batte artisticamente una sua personalissima strada – diciamo quella tracciata da Gilles Peterson e da Worldwide – e nel farlo non si pone troppi problemi su quello che è di moda e quello che non lo è, quello che “funziona sicuro” e quello che mah. Anche l’abbandono della provincia felice (il festival nasce e si sviluppa a Vercelli) per andare alla conquista della metropoli Torino è stato un passaggio, l’anno scorso, avvenuto non solo senza traumi ma con anzi risultati sinceramente sopra le attese. Come Torino riesca ad inanellare tre grandi festival in pochi giorni (ricordiamo che a novembre ci sono anche Movement e Club To Club) lì dove altre città altrettanto grandi non riescono a farne uno in un anno, beh, resta un mistero; e volendo è altrettanto un mistero sia riuscito a dissotterrare, attrarre, (ri)scoprire fan di sonorità che da noi hanno sempre attecchito fino ad un certo punto. Un esempio per tutti: si parlava di Gilles Peterson, no? Bene: in Italia come dj attira-folle non ha mai sfondato restando sempre un culto per connoisseur. Nell’ultima sua data in Italia prima di Jazz:Re:Found, a Milano, a sentirlo c’erano un paio di centinaia di persone, non oltre. A Torino aveva di fronte un un migliaio di persone adoranti, e non erano di più solo perché non ce ne stavano di più.



Ma andiamo con ordine: l’apertura musicale è stata affidata a Yussef Kamaal. Che dire? Bravissimi. In giro abbiamo letto cose tipo “Bravi, sì, ma troppi virtuosismi” e sinceramente il sospetto è che chi scrive una cosa del genere il jazz lo conosca per sentito dire o giù di lì, cogliendone solo le immagini da cartolina che passano negli spot tv. Il jazz, e Yussef Kamaal partono da quello, ha negli assoli una ragione d’essere; e anzi proprio il duo britannico – che ora live si è assestato sulla formazione a quattro, con aggiunta di basso e chitarra – ha il grande merito di aver innervato la tradizione del jazz-rock anni ’70 con una maggior essenzialità e capacità di andare “dritti al punto”, tipica di chi mastica l’urgenza espressiva delle musiche urbane contemporanee. Il risultato è potentissimo. Ed è comunque jazz, appunto, come tale va fruito: vuole assoli, pretende il virtuosismo, vuole un certo tipo di approccio. Chi se ne lamenta fa male o comunque cerca da loro di essere qualcosa che non sono e soprattutto non vogliono essere. Ad ogni modo: i presenti allo Spazio 211, via via aumentati col passare del live fino a diventare davvero numerosi, hanno apprezzato.

Emiliano Colasanti – Il tema del Jazz:Re:Found di quest’anno era rappresentato da una frase, una frase semplice, forse anche banale, ma che racchiudeva un mondo: “John Coltrane saved my life”.
A salvarci la vita, questo il senso, non è stato – o meglio, non è stato solo – il sassofonista più importante della storia del jazz, ma proprio un approccio nei confronti della musica nera intesa anche come stile di vita e attitudine e che deflagra nella miriade di sottogeneri che quella definizione racchiude.
Un ottimo esempio di quello che intendiamo può essere illustrato dalla rap battle tributo a “The Get Down”, la serie Netflix creata da Baz Luhrmann e basata sui racconti vissuti in prima persona da Grand Master Flash, che si è tenuta sopra e sotto il palco proprio dello Spazio 211.
Cominciamo dal sopra, quindi: trascinate da ENSI presente in qualità di MC/intrattenitore/arbitro imparziale, si sono scontrare sul palco due crew messe insieme proprio l’occasione. A rappresentare – ehm – Torino, la città ospitante, c’era la Augusta Taurinorum con Willy Peyote, Shade, Keezy e Lince, mentre giocavano fuori casa (Milano) i Microfili (Nerone, Pepito Rella, MRB, Remmy, Secco e Big Paul. Tutti nomi più o meno conosciuti agli appassionati di hip hop italiano (Nerone e Shade, con Ensi, sono stati i vincitori di Spit, il programma di MTV dedicato al freestyle, Pepito Rella già noto per il passato nella Machete Empire di Salmo e ora in procinto di pubblicare un nuovo album, Willy Peyote poi non dovrebbe proprio avere bisogno di presentazioni, uno dei rapper più originali del nostro paese).
Il risultato? Divertentissimo. Le squadre si sono alternate sui quarti come avviene nelle battle classiche utilizzando prima barre di alcune loro canzoni qui rappate su basi di celebri hit americane (tipo King Kunta di Kendrick Lamar), e poi con una davvero molto riuscita sfida in freestyle tra Shade e Nerone, i veri e propri mattatori del clash.
Lo spettacolo però continuava anche sotto il palco dove una crew di ballerini dava letteralmente il meglio di sé coinvolgendo tutta la folla presente con il loro passi di breakdance.
Per la cronaca: la vittoria è andata ai torinesi.
Neanche il tempo di rifiatare e ci siamo spostati in massa allo Spazio Dora, una bizzarra discoteca che sembra rimasta ibernata agli anni ’90, dove sarebbe dovuto andare in scena il piatto forte della serata.
Dopo il set dei Grasso Brothers tocca di nuovo a Ensi, questa volta proprio in veste di rapper.
Interamente vestito di nero, e col kangol di ordinanza, sciorina in trenta minuti un greatest hits di pezzi tratti dai suoi tre album in buona parte riproposti sulle basi di classici old school.
L’antipasto giusto – nonostante un pubblico non proprio coinvolto – per condurci idealmente verso il dj set di Grand Master Flash. Onestamente: quando abbiamo visto il suo nome in cartellone siamo stati contenti, ma abbiamo anche temuto che ci saremmo trovati di fronte al solito show che non rispetta le aspettative.
Sono anni che i set di Flash lasciano la gente con la bocca più che storta, in più nell’ultimo periodo era diventata celebre una sua conversione sulla via dell’EDM che ci aveva fatto temere il peggio.
Per fortuna: ci sbagliavamo.
Niente di eccezionale, tecnicamente non è impeccabile e di base suona esattamente quello che ti aspetteresti sentirgli suonare (qualcuno scherzando parla di “playlist da matrimonio” a cura di Grand Master Flash), compreso un bel tributo agli A Tribe Called Quest che ci regala una dopo l’altra una serie di pietre miliari del rap della Golden age.
Ma non è questo a essere importante: la reazione del pubblico è stata incredibile.
La pista scoppiava letteralmente di gente che si dimenava in ogni dove e non erano da meno i cori che si alzavano ogni volta che Flash abbassava il cursore. Perché alla fine non è scritto da nessuna parte che un dj debba per forza stupire, può semplicemente fare al meglio quello che sa fare e tenere in pugno la pista.
Quella a cui abbiamo assistito è stata una vera festa, e proprio come le tanto celebrate feste che si tenevano nel Bronx è stata scandita da ritmi disco, soul, funk, rock e rap (con pure una piccola digressione verso suoni di stampo più latino e reggaeton che magari avrebbe anche potuto evitare).

Damir Ivic e Ludovico Vassallo – Il giorno successivo arriva una brutta tegola in testa al festival. Uno dei membri del trio jazz GoGo Penguin è stato ricoverato d’urgenza quindi la band ha dovuto annullare lo show. La soluzione? Opening affidato a Passenger, ormai resident del festival, e set monumentale di ben cinque ore di Mr. Scruff! Sala piena, ma non pienissima, genio e fantasia ai piatti sono gli ingredienti per una serata memorabile che passa tra funk e hip hop, momenti più tropicali, house e jazz. Un’altra notte è passata, e per un’altra notte ci siamo divertiti.

Il terzo giorno di festival si apre con quello che, complessivamente, si è rivelato il momento più raffinato del festival e a dire il vero anche uno dei più intensi, pur stando nel contesto elegantissimo – al limite del metter soggezione – del Circolo dei Lettori di Torino: Max Loderbauer e Luigi Ranghino (che già un anno fa, con l’aggiunta di un tizio cileno chiamato Ricardo Villalobos, avevano incantato al Nylon Festival vercellese) hanno dato vita ad un’ora di improvvisazione sospesa tra jazz (Ranghino col suo pianoforte) e trattamenti elettronici (Loderbauer). C’hanno messo una ventina di minuti a carburare, come spesso succede nei set dove l’improvvisazione è la stella polare, ma quando hanno trovato la giusta quadra hanno portato se stessi e il pubblico presente in una realtà parallela, piena di suggestioni armoniche e melodiche accennate, spezzettate, ma non per questo meno affascinanti.

Emiliano Colasanti – Giusto il tempo di una breve, ma soddisfacente, sosta-cibo e siamo già pronti sotto la consolle dello Spazio Dora dove DJ Fede sta scaldando la folla prima dell’inatteso live dei Colle Der Fomento.
Inatteso, ovviamente, non per il valore del trio – vera e propria colonna portante dell’hip hop made in Italy – ma perché si tratta sempre e comunque della serata in cui sarebbero dovuti essere presenti i De La Soul.
Uno spettro si aggira quindi sul Jazz:Re:Found, direbbe qualcuno, ma
per fortuna la realtà è andata in tutt’altra direzione. Perché se da un lato era lecito aspettarsi che una bella fetta di pubblico chiedesse il rimborso per la mancata esibizione degli headliner, dall’altra non si può non notare come ormai il Jazz:Re:Found sia vissuto dalla sua stessa gente come un evento che funziona come un mondo a parte e che soddisfa il palato fine di un certo tipo di spettatore anche al di là della presenza in cartellone di un determinato nome al posto di un altro.
Siamo stati contenti, quindi, di vedere uno Spazio Dora gremito già
nelle primissime ore della sarata, quando DJ Fede spiazzava tutti quelli che da lui si sarebbero aspettati un set molto orientato verso il rap proponendo uno strano viaggio nel funk che a momenti è finito anche per transitare verso sonorità più algide e fredde. Elegante di certo, anche se forse non troppo adatto a scavare il sentiero in attesa che i Colle – il piatto forte di questa prima parte di serata – salissero sul palco. Ottima quindi l’idea di anticipare Painé che con un’ora di hip hop ricercato e per nulla scontato, ha preparato il terreno e fatto entrare la gente nel mood giusto per quello che sarebbe accaduto subito dopo.
Sui Colle der Fomento ci sarebbero moltissime cose da dire: la prima, la più evidente, è che la loro vicenda non ha davvero eguali nel panorama italiano. Sono sempre rimasti sulla cresta dell’onda pur centellinando le uscite discografiche (il loro nuovo album, il quarto in 20 anni, è stato annunciato ormai già tre anni fa e da allora viene dato per imminente anche se sembra non arrivare mai), e non facendo niente per restare alla moda.
In pratica sono diventati un classico della musica italiana semplicemente proponendosi in maniera antitetica rispetto ai loro colleghi e hanno trovato la strada giusta pur facendo un sacco di scelte che la vulgata comune considererebbe sbagliate.
Dal vivo propongono uno spettacolo super collaudato, con Danno e Masito a passarsi il microfono e Dj Baro allo scratch, e pur non regalando nessuna sorpresa – brani nuovi, neanche a parlarne – si confermano i migliori del nostro paese a portare il rap sul palco.
Perché, anche se sembra scontata, c’è una grande differenza tra i Colle der Fomento e tanti altri nomi della vecchia e nuova scuola: non hanno mai considerato la parte dal vivo come meno importante di quella discografica. Anzi, nel loro caso si può dire che forse hanno proprio fatto l’esatto contrario finendo per puntare tutto sul live fino a diventare dei veri e propri giganti del palcoscenico. Il loro quindi è un concerto vero e proprio e che può piacere e coinvolgere non solo gli infoiati dell’hip hop e quelli che conoscono ancora a memoria il testo di Solo Hardcore, ma anche quelli venuti allo Spazio Dora per ballare con Gilles Peterson e tutti gli altri che si sarebbero esibiti in seguito.
Giocavano fuori casa, e hanno comunque vinto. Non era facile, bravi.

Damir Ivic – E poi c’è Gilles Peterson. Che, insomma, non è un ospite qualunque qui, da queste parti. Al di là della sua importanza in sé, Jazz:Re:Found è davvero ritagliato sui suoi gusti, sulla sua attitudine – non che abbia pedissequamente copiato, è che semplicemente è così. Questione di essere “like minded”. Vista la connessione profonda che c’è fra il festival e il suo pubblico, nulla di strano quindi che Peterson venga accolto da una sala piena-piena, tutta lì per lui, cosa che appunto in Italia non succede praticamente mai, come dicevamo all’inizio. Lui non si fa certo spaventare dalla faccenda: tira fuori un set eclettico come sempre (partenza più “dritta” della media, poi si concede le divagazioni del caso), di classe come sempre, e come quasi sempre accompagnato da un signore, lì vicino, che un po’ mette degli effetti molto basic sulla musica, un po’ fa da MC e dice qua e là qualcosa al microfono. Il bello è che c’è quasi sempre, si diceva, ma di solito quasi nessuno lo riconosce: perché spesso non lo si annuncia, oppure lo si annuncia come MC Earl Zinger che chissà chi è; in realtà si tratta di Rob Gallagher o, come si divertiva a farsi chiamare a inizio anni ’90, Roberto Galliano. Già: il leader e fondatore dei disciolti Galliano (e poi del sottovalutatissimo progetto Two Banks Of Four). Ecco, lanciamo un’idea a Jazz:Re:Found: l’anno prossimo potrebbe valutare con lui un progetto speciale. Non diciamo la riformazione dei Galliano, che quella gliel’hanno chiesta in diecimila e non ha mai voluto (a parte una sera per un evento benefico, in versione quasi unplugged), però chissà, qualcosa di particolare si potrebbe tirare fuori.

Nel frattempo, al piano di sotto dello Spazio Dora, una sala davvero strappata ai primi anni ’90 per volumetrie ed arredamenti, c’era un po’ l’atmosfera da rave illegale di vent’anni fa: arredamento appunto fuori contesto, poche luci, poca anche la gente ma molto, molto motivata (non era infatti semplicissimo capire come ci si arrivava). D’altro canto Abstract della famiglia del Dude Club e Leon Vynehall dopo stavano facendo pienamente il loro: battuta in quattro, soprattutto Vynehall, con momenti anche belle energici e pestoni, ma senza mai perdere quel tocco di classe che fa la differenza.

Emiliano Colasanti Volete sapere una cosa divertente? Sadar Bahar stava dormendo in camerino, davanti a una stufetta che aveva il compito di riscaldarlo, fino a un attimo prima di essere chiamato in consolle.
Dite la verità: se c’eravate non ve ne siete minimamente accorti, perché quello che è successo in quell’oretta e mezza dietro la consolle fa pensare a tutto tranne che a un uomo addormentato. Perché se l’esibizione di Grand Master Flash è stata una vera festa molto grazie alla reazione davvero calorosa del pubblico, con Sadar Bahar abbiamo visto all’azione un dj in stato di grazia che la festa è capace di crearla pur passando dischi sconosciuti ai più. Una miscela esplosiva di rare groove, disco music, funk e house cantata che ha davvero sconquassato lo Spazio Dora.
Era semplicemente impossibile stare fermi e Sadar non si è risparmiato neanche un secondo al punto che una volta scaduto il tempo l’hanno quasi dovuto tirare giù dal palco perché se ce ne fosse stata la possibilità avrebbe continuato almeno per un’altra ora.
E così, agitando in mano l’ultimo vinile suonato e ricoperto di un asciugamano bianco, ha salutato il pubblico come un pugile saluta la sua bella dopo la fine di un incontro vinto in scioltezza.

Damir Ivic – Chiusura di serata affidata all’accoppiata Khalab / Clap! Clap!: il primo sempre più bravo e convincente nel suo excursus “digitale” e contemporaneista nei suoni africani, il secondo dall’energia al solito travolgente e con un set sempre tirato al massimo. Ecco, nel caso di Clap! Clap! siamo convinti che è talmente bravo e talmente inventivo che un po’ di varietà in più nel suo set, anche un po’ di stranezza in più, darebbero ancora più valore al tutto: a Torino ha presentato un’ora e mezza che è stata una “macchina perfetta”, ma di quelle con l’acceleratore sempre pigiato al massimo, in questo modo si perdono qua e là sfumature, possibilità di divagare e rendere il tutto ancora più avventuroso ed affascinante. Ad ogni modo, chiusura davvero efficace e d’impatto per una giornata che doveva essere sciagura, visto che era quella orfana degli headliner De La Soul, invece si è rivelata un successo su tutta la linea, come affluenza, come entusiasmo, come qualità musicale.

Emiliano Colasanti – Era scritto nelle stelle che prima o poi sarebbe accaduto – e sappiamo tutti quanto le stelle siano importanti per uno che con le aspirazioni “cosmiche” ci è nato – ma James Holden dal vivo alla Scuola Holden era una roba su cui scherzavamo e facevamo calembour da anni e che finalmente il Jazz:Re.Found ha reso reale.
E meno male: perché gli spazi della “scuola di letteratura” fondata da Alessandro Baricco si sono dimostrati un’ottima e suggestiva cornice per un concerto che altrove – e non per via dell’omonimia – forse non sarebbe stato altrettanto speciale. Al punto che quasi si finisce per provare un po’ di rammarico per tutte le volte che quello spazio sarebbe potuto essere utilizzato anche per dei concerti e non solo per le attività organizzate dalla Scuola. Ma si sa, Torino è così: qualcuno si ricorda la “meteora” OGR?
Una città piena di potenziali location incredibili che per motivi istituzionali possono però essere utilizzate davvero con il contagocce.
Lo diciamo subito: ci possiamo considerare fortunati ad avere assistito in anteprima mondiale a un live di un’artista che si sta sempre di più staccando dal suolo terreno della musica elettronica per ascendere verso un universo sonoro che pesca dalla psichedelica, passa per lo spiritual jazz, e arriva a lambire certa musica etnica.
Siamo stati fortunati, lo diciamo, perché abbiamo avuto la sensazione di assistere a un qualcosa che sta ancora succedendo e che per forza di cose sembra essere destinato a evolversi e mutare nel tempo. Per certi versi è come se James Holden, ufficialmente al lavoro su quello che dovrebbe essere il seguito vero e proprio di “The Inheritors”, abbia aperto per un’ora le porte della sua mente permettendoci di scrutare le idee che dovrebbero confluire nella sua nuova incarnazione musicale attraverso la rielaborazione di tracce del suo recente passato.
Eccolo quindi seduto su una pedana rialzata al centro del palco con le gambe incrociate, un synth modulare, un controller e un computer, accompagnato come sempre da Tom Page alla batteria, Etienne Jaumet e un quarto membro, novità nella formazione rispetto a esibizioni passate.
Un momento suggestivo e che ha lasciato la gente in silenzio fino all’ultimo fragoroso applauso finale e che, anche se non ci ha convinto del tutto, finiremo per ricordarci proprio a causa della sua perfetta imperfezione. Perché James Holden si sta conquistando pian piano il diritto di provare a fare qualsiasi cosa gli stia passando per la mente e lo sta facendo con una leggerezza tale che è davvero impossibile non fare il tifo per lui.
La serata continua con un’annosa questione: “Dove va la gente del Jazz:Re:Found quando un concerto finisce?” (Ok, forse non si è capita ma questa è una meta-citazione del “Giovane Holden”, guardate che
siamo bravi noi di Soundwall).
Volete sapere la risposta?
La gente del Jazz: Re:Found scappa subito verso un altro concerto. E che concerto! Signore e signori, su Tony Allen ci sarebbero tante cose da dire,
talmente tante che non ne diciamo quasi nessuna perché, insomma, dovrebbero bastare il nome e il cognome.
E così il supereroe della batteria, il gran visir dell’Afrobeat, l’unico e solo profeta del ritmo, ha letteralmente infiammato il catino dello Cap 10 100, per l’occasione davvero gremito in ogni ordine di posto.
Anzi, ammettiamolo, si stava talmente stretti che forse sarebbe stato
il caso di spostare anche questo concerto nell’enorme Teatro Concordia di Venaria. Ma insomma, sono quisquilie.
Il live di Tony Allen è più o meno quello di sempre, col repertorio di sempre, e la solita imprevedibilità di sempre. Perché i brani prendono spessissimo strade inaspettate e lo show si trasforma in una vera e propria jam con Tony che detta i tempi, allunga i finali e comanda gli stacchi finendo spesso anche per mandare in crisi i musicisti che lo accompagnano.
Il concerto infatti ci mette un po’ a decollare anche per queste ragioni, ma una volta entrati tutti nello stesso mood resta davvero poco da dire e diventa impossibile rimanere fermi. Merito anche del pubblico davvero molto coinvolto e decisamente poco sabaudo (dovreste vedere la calca che si è creata quando Allen stava per lanciare uno dei suoi shaker alla folla. Sembrava di assistere al lancio di un bouquet, con le amiche della sposa che si prendono a gomitate in faccia, però).

Damir Ivic – Ci si è andati poi davvero, a Venaria, al Teatro della Concordia. E se prima il CAP 10100 si rivelato troppo stretto, il Concordia con la serata più “techno” si è rivelato troppo largo. Peccato: perché Underground Resistance, nella incarnazione Timeline, erano più in forma del solito (ogni tanto azzeccano concerti memorabili, ogni tanto azzeccano concerti così così come ad esempio a Dancity un paio d’anni fa, ogni tanto virano verso lo scarso come al Sonar l’estate scorsa). Difficile creare un’atmosfera, se in un posto dove ci stanno 2500 ne trovi decisamente meno della metà; numeri anche buoni, in realtà, per una line up molto “da intenditori” e poco paracula, però di sicuro un avventore più o meno casuale avrebbe guardato prima di tutto agli ampi spazi vuoti in giro.

Poi però magari si sarebbe fatto conquistare comunque dalla musica. Perché il set d’apertura sul palco grande targato Stump Valley è stato difficilino, un po’ frastagliato ma interessante, perché quello di chiusura sempre sul palco grande ha visto Joe Claussell fare le cose a modo (massacrando le tracce coi filtri un po’ meno del solito, o comunque meno che all’ultimo Dimensions dove era da impallinare), perché nella suggestiva sala al piano superiore hanno fatto tutti un gran lavoro: Abstract, Volcov e l’iridescente Soichi Terada hanno dato vita ad un continuum fatto di classe e presa-a-bene.

Insomma, anche quando ha “sbagliato” serata (quella del sabato è stata l’unica delle giornate in cui c’era la percezione del “Mmmmh, stasera non è andata benissimo) Jazz:Re:Found ha portato a casa la pellaccia e ha fatto stare bene tutti i paganti. A proposito dei paganti: pure nella serata supposta techno e quindi diciamo insomma battagliera, pubblico di prima qualità – sorridente, gentile, educato, partecipativo.

La festa finale della domenica, con Gambo, PassEnger e Dego (ex 4Hero, se non lo sapete) ce la siamo persa. Il bilancio comunque era e resta ampiamente positivo. Anche ora che abbiamo lasciato sedimentare per qualche settimana le impressioni e le emozioni, ogni tanto ci vuole pure questo. Anche a distanza di molti giorni, il “sapore” buono rimane. E rimane la sorpresa nel vedere che un festival così possa funzionare, che si possa creare un proprio zoccolo duro anche andando in terreni di solito poco battuti o battuti solitamente solo da una ultranicchia; ma Jazz:Re:Found è tutto tranne che un raduno dove si respira un’aria da “siamo i soliti noti”, da celebrazione di una “diversità minoritaria” in ultima analisi un po’ snob. Snobismo che spesso prende, purtroppo, la scena jazz vera e propria. Uno potrebbe dire che di “jazz” propriamente detto in questo festival ce n’è poco: è vero. Ma c’è parecchia vita, voglia di contaminare, parecchia anima, parecchia dedizione alla musica di per sé senza porsi il problema quanto possa essere popolare o no. E queste, signore e signori, sono le migliori caratteristiche del jazz. Queste, sì. Non quelle che tentano di venderci in posti dove l’ingresso costa 40 euro, dove la gente mangia mentre il concerto è in corso, dove il pubblico è fatto solo di cinquantenni dal censo robusto e/o dallo sguardo accigliato.

Così come queste sono le caratteristiche del jazz che fanno bene all’elettronica, così come l’elettronica fa bene al jazz nel suo stimolo ad essere comunicativo, danzabile, pronto – con approccio da dj eclettico – a contaminarsi con altri generi. Tutti vincitori, insomma. Pare anche che come numeri complessivi ci si sia stati dentro, fatto che – parliamoci chiaro – succede meno di una volta su due nei festival (memento per tutti coloro che pensano che farne uno, di festival, sia una divertente e remunerativa passeggiata). Appuntamento al 2017? Appuntamento al 2017.

(foto di Francesco Stella)