“A quando le date a Tel Aviv?”: è questo il messaggio – acido, sarcastico, polemico – che qua e là ricorre nelle varie bacheche social, dopo l’annuncio a sorpresa del tour diviso fra cinque città (Madrid, Bologna, Londra, Copenaghen, Berlino) per una band che ad un certo punto per molti veniva data per morta e che, per quanto ci riguarda, ha fatto quello che è ancora oggi il disco più importante, geniale e visionario di questi decenni, fra i dischi pop. Sì, perché fra i vari “Ma perché non venite a…?” che si rincorrono in maniera un po’ naïf e quasi stucchevole sotto il post sul profilo Instagram, in generale questo ritorno di Thom Yorke coi suoi storici compagni d’avventura è stato ovviamente molto commentato on line: la sfumatura negativa nel grosso corpus dei commenti è arrivata soprattutto dalle prese di posizione, reputate non chiarissime, della band sulla questione Gaza. Il BDS Movement, sempre più una sorta di tribunale d’inquisizione che un facilitatore di sensibilizzazione, ha infatti lanciato una campagna d’opinione contro la band, dai concerti a Tel Aviv nel 2017 fino alle esibizioni di Jonny Greenwood con Dudu Tassa (reputato organico alla propaganda militar- sterminatrice isrealiana), ridicolizzando i tentativi di Thom Yorke di chiarire la propria posizione e quella della band contraria al genocidio. Queste ad esempio le parole che per il BDS Movement sono un, citiamo letteralmente, “damage control”, ognuno si faccia la propria idea (la nostra è che certi massimalismi facciano più male che bene alle cause che vogliono sostenere, ma la discussione è aperta, vedete voi):
Ora. Capiamo che la pulizia etnica (allegramente dichiarata, ostentata e rivendicata da alcuni esponenti della destra messianica al Governo, non siamo noi che estremizziamo le parole) che sta operando Netanyahu coi suoi accoliti a Gaza sia una faccenda talmente enorme che, beh, non ci si può non soffermare su questo; però ci piace pensare (o augurarci…) che tutto ciò non porti ad un manicheismo sistematico di massa e non diventi la scusa per disconnettere la testa dal ragionamento e dal confronto, e dalla ricerca di una soluzione condivisa più che di odio sistematico; anche perché il rischio è, ed è soprattutto questo il punto, che sia diventato “facile” esporsi sulla questione palestinese, e si finisca col farlo in qualche caso più per self branding – perché è la “moda nobile del momento”, scusate il cinismo – che per reale convinzione e vicinanza politico-emotiva. È chic, e non impegna: per qualcuno oggi va così. Sinceramente, bollare i Radiohead come soldatini della propaganda sionista è, opinione personale, una forzatura che non nobilita chi la opera, al netto del fatto che certe scelte di alcuni elementi della band o della band stessa possano essere condannabili o per lo meno discutibili, e ci sta sollevare la questione.
Abbiamo però visto ben pochi lamenti per i prezzi dei biglietti. Eccoli, quelli italiani: 100 euro per un posto in piedi, mentre i posti sulle tribune si va da 70 a 135 euro. Mettiamola così: non vediamo un grandissimo sforzo per calmierare i costi d’ingresso agli eventi musicali live. Ma quello che veramente fa saltare la mosca al naso, e se anche fosse solo un’idea dell’organizzatore materiale del tour (Live Nation, almeno per le date di Bologna e Copenaghen, Berlino ad esempio è ancora da capire: anche lì, era davvero l’unica scelta quella di affidarsi ad una grossa multinazionale? I Radiohead un po’ di potere contrattuale ce l’hanno…) diciamo che la band magari poteva metterci becco e stoppare il tutto, è la messa in vendita di questi fantomatici, fantastici biglietti “Fast Track Status” a 255 euro (praticamente, dei biglietti concettualmente VIP per cui paghi tanto, salti la fila). Ah, ricordatevi: a tutti questi prezzi vanno aggiunti i famosi “diritti”, le “commissioni”, e se è vero che le transazioni finanziarie digitali hanno un costo è anche vero che le suddette voci sono diventate soprattutto l’ennesimo trucchettino per aumentare la marginalità. Ricordiamo sempre commossi l’introduzione del “Print @ Home” sottoposto a regolare balzello e spacciato come favore o servizio extra, in cui tu dovevi versare un extra per stampare tu il biglietto, con la tua stampante, utilizzando la tua cartuccia d’inchiostro. Ok. Non è cambiato molto da allora.
Sulle posizioni geopolitiche della band si può (e si deve) discutere, i numeri però sono oggettivi. Ai Radiohead evidentemente non importa nulla della spirale inflattiva che ha colpito il settore della musica live, la assecondano, tant’è che si affidano ad uno dei principali operatori globali della musica live (quindi, volente o nolente, uno dei primi artefici della spirale di cui prima); ed ai Radiohead non dà fastidio che ad un loro evento chi ha un potere di spesa ampio possa permettersi di vivere un’esperienza-concerto migliore dei povery. Se proprio la band di Yorke va tirata per la giacchetta, opinione impopolare, secondo noi sarebbe prima per questo. Pure il fantomatico ed intricato sistema messo su per evitare il bagarinaggio su queste date (preiscriversi al sito della band, attendere un codice che arriva tipo biglietto vincente della lotteria, 24 ore per confermare la prenotazione, stretto controllo geografico con precedenza a chi abita nella nazione del concerto stesso) lascia qualche dubbio. Anche perché se fosse servito a tenere il prezzo dei biglietti bassi, calmierando il mercato, ok, giù il cappello, bene, bravi; ma ci pare di poter dire che non sia stato così. E per quanto riguarda la “priorità geografica” (sì, c’è anche quella fra le condizioni), supponiamo sia anche per il vecchio pallino della band di limitare gli spostamenti in aereo, sia loro che evidentemente dei fan: boh, a voi il giudizio. Se uno deve iniziare a sentirsi in colpa perché vuole fare un weekend in una città estera con la scusa di vedere la propria band del cuore, non sappiamo sinceramente se si sta andando nella direzione giusta. Anche qui, la discussione è aperta: perché effettivamente l’overtourism è un tema, e l’overtourism si nutre di city breaks, vero. Magari però si poteva essere più creativi, e mettere come condizione il fatto di arrivare ai concerti in treno, il mezzo ecologico per eccellenza.
(Ecco le date di questo “ritorno”; continua sotto)

…stiamo divagando. Tornando al punto: di questo tour dei Radiohead ciò che ci dà più dispiacere è il fatto che non sia stato effettuato il minimo tentativo – loro che possono, loro che il peso e l’influenza ce l’avrebbero – per “uscire dal coro” di una industria della musica live sempre più esosa, con i concerti sempre più bene di lusso e sempre più “necessariamente” produzioni ipertrofiche e costose (…come si facesse a sopravvivere prima, non si sa). Zero kelvin. Se non altro, almeno, avrebbero potuto bloccare quella porcheria del “Fast Track Status” a prezzo iperbolico: una roba da tavolari di ultima, da Ibiza Final Boss che canticchia “Paranoid Android” mentre sciabola. C’avrebbe fatto piacere vedere e leggere più consenso attorno a questo punto, fra le voci critiche, invece che unicamente “E allora, le foibe?”, pardon, “E allora, Tel Aviv?”.
Poi però succederà che le varie date nelle cinque città andranno tutte sold out in un amen, che saranno tutti felici e contenti, che i concerti saranno molto belli (su quello siamo fiduciosi: amiamo i Radiohead), che alla fine è giusto affidarsi alle Live Nation di turno e, thatcherianamente, evidentemernte, “There is no alternative” (possibile linea difensiva per l’Italia: Indipendente Concerti, lo storico promoter dei Radiohead dalle nostre parti, è stato assorbito da Live Nation).
A quel punto per. non lamentatevi dell’avidità delle band e delle grandi agenzie concerti, non fatelo proprio: evidentemente, fanno bene a fare come fanno.
UPDATE
Ci è arrivata una sapidissima segnalazione da un nostro lettore (grazie, Vasce Lullabier!): forse per un leak involontario/errato sul sito danese di Ticketmaster, sarebbe saltato fuori che i biglietti “Fast Track Status” sarebbero in realtà una gigantesca trollata della band (…che già aveva “lavorato” sul concetto di “Fast-Track”, i fan più accaniti lo sanno: dizione che finì su una maglietta, e soprattutto era il titolo della b-side di “Pyramid Song”, il brano trainante di “Amnesiac”). Qualcuno su Reddit si è anche preso la briga di tradurre tutto in italiano:

Se da un lato – se vero – rassicura che ai Radiohead faccia (ancora) schifo la mentalità da “ingresso VIP con trattamento speciale”, temiamo però che il ragionamento complessivo sul loro operato non possa cambiare radicalmente. Posto che questo trick dello sberleffo sia valido poi per tutte le date, e lo vedremo, sta di fatto che i prezzi dei biglietti “normali” restano alti, e che le loro modalità d’acquisto – e le piattaforme su cui vanno esercitate – sono quello che sono. Anzi: non vorremo che questa trovata-trollata servisse ad oscurare poi questi dati di fatto, perché non è che se i biglietti da 255 euro sono una gag allora tutti gli altri sono in fondo assolutamente economici, e Live Nation una giovane piattaforma underground che sostiene la scena meno commerciale e più vicina ai fan. O, altra ipotesi ancora, e sarebbe veramente la meno bella: i biglietti “di pregio” esistono eccome, sono effettivamente quelli con visuale migliore, ma i Radiohead hanno provato a salvare la faccia facendoci del sarcasmo sopra (…i 255 euro più prevendita più commissioni saranno però evidentemente incassati lo stesso).