Un post apparso pochi minuti fa sulle pagine social ufficiali del Tomorrowland ha sciolto tutti i dubbi: il festival va avanti. Il rovinoso, disastroso incendio che ha colpito e devastato il Main Stage non è stato sufficiente a fermare una macchina organizzativa gigangesca, così come gigantesca è l’area di Boom, nella Fiandre, che ospita l’evento. Come fatto notare dagli organizzatori, le altre aree non sono state toccate e si sta lavorando – con la solita professionalità ai vertici assoluti – per gestire in modo sensato la situazione. Alla faccia dei fake post girati per il web che parlavano di festival annullato.
(Ecco il post; continua sotto)
C’è poi una cosa che fanno notare in molti: nella sua drammaticità (per fortuna parziale: i danni sono stati solo materiali), questo incendio potrebbe essere stata una benedizione. Potrebbe infatti fare da “scossa” per aiutare a (ri)trovare alcuni valori fondanti del festival e del ritrovarsi attorno alla musica in sé: abituarsi al fatto che queste due entità siano troppo (o solo?) dipendenti dalla spettacolarità dei luoghi e dell’impianto luci, rischia di “svuotare” l’intensità dell’esperienza invece che arricchirla.
Non vogliamo sminuire l’importanza dello “spettacolo”: può piacere di più, può piacere di meno, ma quando professionisti ai vertici mondiali nel proprio campo uniscono le forze per creare qualcosa di grandioso il risultato non può che essere apprezzabile, impressionante, incisivo. Detto in modo ancora più diretto: uno può anche non apprezzare (molta del)la musica che c’è al Tomorrowland, può anche detestare quando è tutto un profluvio di luci, fuochi d’articifio e laser che distoglie da un raccoglimento di bruciante intensità attorno al ritmo ed al suono, però visitare il Tomorrowland è una di quelle cose da fare una volta nella vita. Colpisce. Colpisce tanto. Racconta di uno “stato dell’arte” che è una fortuna poter incontrare, al netto del fatto che poi si abbiano ben altre preferenze.
Al tempo stesso, forse la critica principale che potremmo fare al Tomorrowland è di essere diventato troppo icona (intenzionalmente, perché è il modo per funzionare nel mercato globale), troppo santino-da-social, troppo luogo dove uno va non per divertirsi ma per poter dire agli amici di esserci stato: una edizione senza il bastione principale della sua iconografia, ovvero il modo in cui viene acchittato il Main State, potrebbe fare da stimolo e da promemoria su quanto in realtà a fare troppo i safari da Instagram o da TikTok alla fine, dell’esperienza vissuta, non resti troppo, o non resti abbastanza.
Qualcuno già commenta, e lo sottoscriviamo: “Ragazzi, è una grande occasione: potrebbe essere un simbolico ritorno alle origini, quando il Tomorrowland – prima ancora di chiamarsi Tomorrowland – aveva delle scenografie approntato all’osso, eppure la gente si divertiva come e più di adesso“. Non è questione di dover per forza tornare al passato, è questione che ogni tanto un “check” ci vuole: dove si sta andando, che direzione si sta prendendo, quali i rischi, quali le opportunità.
Non nascondiamolo: c’è anche il lato meno poetico della faccenda. il Tomorrowland è ormai una macchina troppo grossa per essere fermata a cuor leggero (e pure a cuore pesante…): pensate solo all’approvvigionamento alimentare e logistico necessario per due weekend di festival con centinaia di migliaia di presenze complessive. Chiaro che non è solo questione di andare romanticamente avanti “…per ritrovare le origini“, ma ci sono ben meno poetici interessi materiali in gioco che, se non soddisfatti, porterebbero ad una disfatta economica. Gli artisti e gli show sono l’ultimo dei problemi: il potere negoziale del Tomorrowland è talmente forte che tutte le date annullate potrebbero essere riprogrammate senza penali. Diverso è il discorso per carni, pane, frutta, verdura, bibite; diverso il discorso per il danno che verrebbe procurato a tutto l’indotto, migliaia di imprese private che attorno al Tomorrowland costruiscono una grossa fetta del loro fatturato e della loro sopravvivenza.
Quindi sì: se il Tomorrowland va avanti, non è solo per sognante e visionario coraggio, per una salvifica intenzione di (ri)trovare la purezza degli intenti, ma anche per questioni molto più pratiche. Tuttavia il fatto che davvero non si arrenda, che il festival ci sia, che sia in grado di svolgersi e reinventarsi anche senza il suo simbolo più importante, è una buona notizia per tutti. Per chi il festival lo fa; per chi lo ama; per chi è stregato dalla sua capacità di creare un immaginario, un “mondo” potentissimo; per chi spera che possano esistere anche alternative a questo immaginario, magari più focalizzate sulla musica. È un win-win, insomma.
Nelle prossime ore il Tomorrowland annuncerà come gestirà questa edizione a Main Stage (quasi) azzerato. Noi facciamo il tifo per loro. E dovrebbero farlo tutte le persone di buon senso.