Che fortissima sensazione di déjà vu, ieri ai Magazzini Generali di Milano. O anche, per i veri appassionati con un po’ di decenni di militanza rap alle spalle, “same old shit”: quella sensazione cioè che le cose che piacciono a te, resteranno minoranza. Resteranno una eterna nicchia (post) adolescenziale, dove confluiscono oltre a te ed assieme a te solo pochi carbonari, solo un numero limitato di compagni di strada – quelli che sai che sono compagni di strada per davvero, anche se magari non li conosci di persona. Ma, li riconosci. Li riconosci eccome. Fratelli di sangue di musica e di passione.
Erano infatti dei Magazzini Generali non più pieni di due terzi, quelli che ieri hanno accolto Earl Sweatshirt nella sua seconda data italiana (l’altra, il giorno prima a Roma). Probabilmente all’inizio i piani dei promoter erano diversi: la sede originaria del concerto milanese doveva essere il Fabrique, grande il triplo dei Magazzini, quindi figuriamoci che colpo d’occhio ci sarebbe stato, ad avere 600/700 persone in un luogo da 3000 e passa di capienza. Un forno. Ai Magazzini invece si stava bene. Il colpo d’occhio era ok. L’atmosfera, calda il giusto.
(Visione d’insieme a due terzi di sala; continua sotto)

A risolvere i problemi a monte ci ha pensato il fatto che Gué ha deciso di fare un po’ di date al Fabrique, assieme all’Alcatraz la più grande sala concerti indoor di Milano e a occhio anche d’Italia che non sia un palasport: ovviamente, per uno che riempie senza problemi il Forum (occupato dalle Olimpiadi Invernali meno sentite nella storia dell’umanità: lo spirito olimpico a Milano è mestamente sotto zero), una data in un club live non bastava, due nemmeno, quindi è finito per tracimare fino al 3 febbraio, “prendendosi” quindi la data originariamente destinata ad Earl. Tutti contenti? Tutti contenti. Più o meno.
Gué, a maggior ragione col mostruoso successo della reunion live dei Dogo, è la cartina di tornasole perfetta dell’hip hop che è diventato la musica-di-tutti: il pop del nuovo millennio, finalmente (…finalmente?) tale anche in Italia, visto che lo ascoltano, seguono ed amano anche persona a cui dell’hip hop e della cultura stilistico-estetica che ci sta dietro frega il giusto, o comunque fregano solo gli aspetti più chiassosi, zarri, spettacolisti e superficiali. Il che, attenzione, non è una critica a Gué, che fa il suo e lo fa bene; anzi, bravo lui a catturare l’attenzione anche dei distratti, dei non-realmente-appassionati. Bravo lui, davvero.
Un ricordo divertente e in realtà significativo è pensare come i 600/700 che hanno accolto Earl Sweatshirt ai Magazzini, stando quindi ben sotto al sold out da 1000 persone, sono gli stessi che accolsero Kendrick Lamar tredici anni fa, il 24 gennaio 2013, sempre ai Magazzini. Oh sì: il Kendrick che oggi fa decine di migliaia di persone anche da noi, con biglietti non particolarmente economici, è lo stesso Kendrick che nel 2013 – ma già non era uno sconosciuto – faceva fatica a riempire una venue da un migliaio di capienza. Del resto nel 2013 manco Marracash faceva gli stadi, Salmo figuriamoci, Fibra nemmeno i palasport faceva anche se era il leader della scena; Emis Killa aveva da poco smesso di fare le jam in provincia di fronte a quaranta cinquanta persone, Ernia e Sfera manco quello. Peraltro: Marracash già faceva dischi della madonna, Salmo pure, Fibra non ne parliamo.
Un ricordo divertente e in realtà significativo è pensare come i 600/700 che hanno accolto Earl Sweatshirt ai Magazzini, stando quindi ben sotto al sold out da 1000 persone, sono gli stessi che accolsero Kendrick Lamar tredici anni fa, il 24 gennaio 2013, sempre ai Magazzini
I dati quindi sono evidenti: c’è stata una esplosione di interesse, in Italia, attorno all’hip hop che è davvero pazzesca.
Ora – con questo sappiamo che non diciamo nulla di nuovo, il commento nella vostra testa a leggere la frase precedente è stato probabilmente “Grazie al cazzo, sai che notizia: ce ne eravamo accorti, non avevamo bisogno di leggerlo qua” ed accidenti se avete ragione.
Ma un pensiero che sta sfiorando ancora troppe poche persone è che questa bolla, esattamente come è arrivata, potrebbe in realtà pure andarsene. Ci comportiamo però tutti come se non fosse così. L’ondata del 2016 è stata uno tsunami vittoriosissimo, la Dark Polo Gang da barzelletta LOL- rap è diventata una cosa seria (!) e rispettatissima (!!), Sfera viene spacciato da tempo come il nuovo Vasco, nuovi protagonisti si sono aggiunti (tutta la covata genovese ad esempio, da Tedua ad Olly e Bresh, sì, infiliamo anche loro pure se ora fanno altro): tutti segnali che fanno pensare ad una scena vitale che non si volterà più indietro, non tornerà mai più – nei favori del pubblico – ad essere solo ad un consesso di carbonari e fissati, tolto qualche isolato exploit, come è stata per tutti gli anni ’90 e pure nella prima parte dei 2000.
Probabilmente questo è quello che ha pensato anche chi originariamente aveva destinato Earl Sweathsirt – un conclamato e rispettato fuoriclasse del rap più creativo – al Fabrique: ormai in Italia il bacino d’utenza del rap è molto più grande di un tempo. Poi chiaro: è normale che le cose più pop e nazionalpopolari facciano più numeri di quelle più ricercate, ma se un tempo Jay-Z lo ficcavi all’Alcatraz (e manco lo riempivi, al netto del profluvio di biglietti omaggio), oggi dovresti metterlo a San Siro.
…e invece, no.
E invece, la serata con Earl Sweatshirt (e il suo sodale Sideshow ad aprire) ci ha riportato agli anni ’90, quando concerti attesissimi dalla scena radunavano pubblici a due e non a tre zeri, ed erano anche concerti a zero grado di glamour e mondanità: perché c’erano solo gli appassionati veri, quelli a cui un tempo avresti dato dei backpaper e ok, oggi gli zainetti non si portano più, ma l’aria che c’era ai Magazzini era esattamente quella della seconda metà degli anni ’90.
(Sideshow in azione; continua sotto)

E, badate bene, ed è questo il punto, è anche l’aria che potrebbe tornare per tutti, non solo per quelli che oggi fanno volontariamente (o involontariamente) i soldati dell’underground, se si sgonfierà questa bolla d’interesse attorno al rap. C’è chi dice e chi pensa che questo che stiamo paventando sia uno scenario impossibile, che ormai si è troppo avanti per tornare indietro, che il rap e l’hip hop siano troppo un patrimonio condiviso, trasversale ed intergenerazionale per tornare ad essere sempre e solo nicchia; ma, onestamente, non ne saremmo tanto sicuri. Proprio vedere Earl Sweatshirt suonare di fronte a un numero così ridotto di persone ci ha fatto da campanello d’allarme: quello che era il passato, quello che vivevamo noi appassionati di hip hop venti o trent’anni fa, potrebbe tornare in un futuro nemmeno tanto lontano.
La cosa curiosa è che Earl Sweatshirt è come se tutto questo l’avesse capito già, e avessi già deciso di adeguarvicisi.
Show scarnissimo (solo lui e il dj); visual carini ma in loop e slegati dalla narrativa del concerto; trovate d’intrattenimento qualcuna verso la fine ma sostanzialmente il minimo sindacale, se uno ha in mente i concerti dei De La Soul dei tempi d’oro o anche dei Gang Starr. Aka: vengo, sputo col sorriso le mie rime, canno qualche parte, ne faccio bene altre, non mi sbatto insomma più di tanto a creare una “grammatica” live della mia musica, della mia arte, della mia delivery. E va bene così, perché ho di fronte delle persone che masticano bene la musica che faccio, apprezzano l’evoluzione/deviazione della parte sonora rispetto al mio flow morbido ed avvolgente e il modo in cui esse vengono legate fra di loro, ho davanti degli intenditori che capiscono queste finezze, esattamente come alla Scala o alla Fenice si capisce quando Mozart è eseguito bene o alla cazzo, e la differenza sta solo in un accento della sezione d’archi in un paio di passaggi. Gli esperti sanno apprezzare le finezze. Anzi: si nutrono, di quelle. Si nutrono proprio.
(Earl Sweatshirt sul palco a Milano; continua sotto)

Il giga-successo popolare del rap attuale si nutre invece di concerti-cattedrale, da fare in venue grosse e con apparati spettacolari specifici tra luci e scenografie. Dove pensava di andare Earl Swetshirt, la cui scenografia era costituita dagli amichetti più o meno sfaccendati dietro di lui a fare da hype-men e dalle bottiglie d’acqua appoggiate sul tavolo del dj? Pensava di andare lì dove l’hip hop per un sacco di tempo è stato: nelle cantine, nelle jam, nei bar di provincia, in parchetti più o meno metropolitani senza pretese, in qualsiasi posto insomma dove sarebbe stato semplicemente ridicolo pensare a scenografie, luci specifiche, e dove sapevi che di fronte trovavi poche persone e/o quelle che sarebbero state in grado di capirti comunque, anche se non avevi i ledwall, i brand, i gossip, gli Instagram, eccetera eccetera.
La morale di tutto questo, occhio!, NON è “Si stava meglio quando si stava peggio”. Non lo è. È un po’ diversa. È questa: oggi va tutto apparentemente alla grande e l’hip hop è un industria, anzi, è uno dei figli prediletti dell’industria discografica e dell’intrattenimento. Ok. Ma questa industria non è madre: è matrigna, e se ad un certo punto non funzioni più ti sbatte via. Come d’incanto, Cenerentole senza lieto fine, si potrebbe tornare a essere noialtri dell’ecosistema del rap cocciuta, limitata, orgogliosa minoranza.
Quella insomma che si ritrova in pochi manipoli a commentare, accalorata, su quanto il flow di Earl Sweatshirt sia alla lunga un po’ monocorde ma comunque affascinante, di come il suo funk stralunato sia un vestito bizzarro ma a lui adattissimo, di come il dj poteva essere un po’ meno ornamentale, di come certi rullanti siano una mina ma anche le parti più oblique e deliranti abbiano un loro perché, di come lui usi e non abusi degli stilemi trap, di come poteva essere – ai tempi della cricca Odd Future e subito dopo – uno che cambiava il mondo ma si è accontentato di essere uno che fa le cose di mestiere (suo) e di sorriso, e va bene così. Ai 600/700 di ieri, andava benissimo così. A chi col rap vuole guadagnare quanto si guadagna coi grandi nomi del pop e del rock, meno.