In un tempo in cui avamposti di sperimentazione sonora, controcultura e socialità dal basso come spazi occupati o autogestiti sono stati impietosamente cancellati e dove la musica dal vivo – tra biglietti a cifre proibitive, sponsor onnipresenti e dinamiche commerciali esasperate – sembra coincidere sempre più con la logica dei grandi eventi, realtà come piccoli club, gallerie, rassegne indipendenti e DIY, persino house concert costituiscono oggi una presenza preziosa e necessaria. Una vera e propria resistenza che, silenziosa e ostinata, sceglie di muoversi seguendo una concezione diversa di ascolto, condivisione e – non ultima – comunità, spesso sopravvivendo più per amore che per miracolo, ma riuscendo fortunatamente ancora a farsi strada nel muro del rumore dominante, e a raggiungere chi ancora vuole e sa intercettarla.
A Roma, questa resistenza trova una delle sue espressioni più coerenti e longeve nell’Half Die, atipico festival nato in un appartamento di Portonaccio e oggi ospitato su una terrazza affacciata sull’Acquedotto Felice, che dal 1996 ogni domenica di luglio al tramonto trasforma un tetto della capitale in un palcoscenico intimo e irripetibile. Non ci sono biglietti d’ingresso né sponsor, solo un pubblico curioso ed eterogeneo che arriva per ascoltare – e ascoltare davvero, in rispettoso silenzio – artisti della scena musicale elettronica e sperimentale provenienti da tutto il mondo.
Nel corso delle sue edizioni Half Die ha accolto figure di culto come Mike Cooper, Demdike Stare, The KVB, Christopher Chaplin, spesso intercettandole prima che il pubblico italiano potesse scoprirle altrove. Non una semplice rassegna dunque, ma un varco parallelo che vive al di fuori delle logiche del mercato, alimentato dalla dedizione di Giovanni Rosace, commercialista di professione, musicista e curatore per passione.
“Se non siete interessati alla musica, non venite”
Half Die rappresenta un rito sotterraneo della scena romana, ‘clandestino’ per vocazione, ma ormai appuntamento imprescindibile per molti. Un luogo dove elettronica e sperimentazione sonora si intrecciano con la vita quotidiana della città, dando forma a uno dei momenti più autentici del panorama musicale underground. Raccontarlo è possibile, ma sino a un certo punto. L’essenziale naturalmente rimane nell’esperienza diretta: nell’attenzione raccolta del pubblico, nell’atmosfera sospesa del tramonto che tinge di arancione i mattoni dell’acquedotto, nella musica che – radicale, altra – ridisegna i contorni dello spazio e del tempo. In quella sensazione rara, insomma, di trovarsi esattamente nel posto giusto, al momento giusto.
Le parole più adatte per descriverla non potevano che venire da Giovanni Rosace, ideatore e anima di Half Die – che per anni ha scelto lo pseudonimo di Morpurgo Benerecetti per separare la propria attività professionale da quella parallela, legata alla sua creatura – insieme al quale abbiamo ripercorso origini, spirito e prospettive future di questo appuntamento anomalo e necessario, che nel 2026 si prepara a celebrare il traguardo dei trent’anni.
Giovanni, cominciamo dal principio. Come nasce Half Die?
Tutto è iniziato nella mia prima casa da single a Portonaccio, vista Verano. Era l’abitazione del custode di un garage di bus turistici ormai dismesso, quindi nel 2004, scaduto il contratto, mi sono trasferito nella mia casa attuale, dove il festival continua tutt’oggi, con una terrazza decisamente più ampia – e sicura – della precedente.
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È vero che l’idea di Half Die ti è stata ispirata dall’esperienza dell’Attico di Fabio Sargentini?
Sì, è così. Pur non avendolo vissuto direttamente, la storia dell’Attico mi affascinò inesorabilmente. In particolare mi colpì quel giusto equilibrio tra la genuinità di un’esperienza casalinga e la qualità della proposta artistica.
Che poi è proprio quella miscela fortunata che contraddistingue anche il tuo festival… ci sono particolari luoghi o ascolti che hanno contribuito e contribuiscono a stimolarti nella scelta degli artisti in line up all’Half Die?
Frequento regolarmente il Trenta Formiche e il Fanfulla, che sono fonti costanti di assoluta ispirazione. Alcuni artisti dell’edizione 2025 come Fortunato Durutti Marinetti e Jabu, ad esempio, li avevo già sentiti proprio in quest’ultimo. Christopher Chaplin invece mi è stato proposto inizialmente insieme a Roedelius da una agenzia con cui collaboro ma in realtà lo seguivo già da un po’. In generale la scelta degli ospiti avviene in base agli ascolti fatti durante l’anno – sia di dischi che di eventi live. Mi sposto spesso all’estero per seguire vari festival, in particolare negli ultimi anni vado regolarmente al Primavera Sound di Barcellona, a Le Guess Who di Utrecht, al Grauzone di Den Haag, e a Left of the Dial di Rotterdam… L’Olanda è la terra promessa per noi musicofili!
Parallelamente alla tua attività di commercialista, hai un passato da batterista con formazioni romane come Slow Motion, Giannimusic e Neon Forest. La tua attività musicale prosegue?
Continuo a portare avanti il progetto Slow Motion e ho in cantiere un nuovo progetto con testi in italiano. Il mio lavoro ‘ufficiale’ è decisamente poco creativo, quindi la musica continua a rappresentare una preziosa valvola di sfogo per il mio alter ego artistico.
A proposito di alter ego, il tuo alias Morpurgo Benerecetti con il quale firmavi le prime edizioni del festival, da dove nasce?
Inizialmente volevo tenere separate la mia attività professionale e quella legata al festival, pertanto usavo un nome di fantasia ispirato all’architetto urbanista Vittorio Ballio Morpurgo. In passato, complice la natura semiclandestina del luogo dove il festival si svolgeva, tendevo a non divulgare troppo l’indirizzo e usavo il nome “Morpurgo Roof”. In realtà lo uso ancora a volte, anche se ormai le coordinate vengono pubblicate sui social e quindi del segreto è rimasta solo l’alea della leggenda.
“Mi fa molto piacere che il festival non sia frequentato solo da intenditori”
Il pubblico di Half Die è incredibilmente trasversale, non solo musicisti o addetti ai lavori ma anche spettatori occasionali, e in generale persone di tutte le età e di nazionalità diverse. Cosa certamente non comune nella scena sperimentale, normalmente ristretta ed autoreferenziale.
È vero e mi fa molto piacere che il festival non sia frequentato solo da intenditori. Immagino che il fatto che non ci sia un biglietto d’ingresso e l’atmosfera informale contribuiscano ad avvicinare anche chi solitamente non frequenta i concerti di musica underground.
In quasi trent’anni, quali sono stati a tuo parere gli highlight del festival?
Ho una memoria pessima, a volte si esibivano anche tre artisti per sera, e purtroppo non ho nemmeno una lista completa degli artisti che hanno suonato al festival, almeno non comprensiva delle edizioni più lontane nel tempo. In realtà, anni fa avevo provato a ricostruirla per Superfly, ma oggi sarebbe parziale e datata.
(Ecco qui un archivio incompleto delle setlist del Festival che qualche frequentatrice o frequentatore del festival si è preso la briga di pubblicare on line, ndr)
Ci sono artisti che sei stato particolarmente felice di ospitare, magari qualcuno cui hai chiesto di tornare?
Nella prima fase del festival, quando era più legato alla scena romana, è successo. Ad esempio, con Mike Cooper,cheha suonato tante volte. Nella ‘seconda vita’ dell’Half Die cerco invece di non ripetere mai gli stessi nomi.
E c’è qualche aneddoto curioso che ti è rimasto impresso?
Ce ne sarebbero da raccontare, ma per citarne uno su tutti, sicuramente non è stato un bel momento quando la proprietaria della casa a Portonaccio lesse sulle pagine di cronaca di Roma del Corriere della Sera, con tanto di foto, che sul tetto abusivo del suo stabile si teneva un famigerato festival di musica elettronica….
Considerata l’affluenza di musicisti, il festival avrà fatto nascere qualche collaborazione negli anni…
No, non ho notizie di sodalizi artistici nati sulla terrazza, certamente invece qualche matrimonio.
Come è cambiato il pubblico in questi ventinove anni? Alcuni mi pare di capire siano tuoi amici, diciamo lo zoccolo duro, ma gli altri?
Sicuramente io e i miei amici siamo cresciuti e diventati grandi insieme al festival. Ci sono persone che vengono da sempre, ed è inesorabile confrontare le nostre foto delle prime edizioni, comunque fortunatamente c’è un ricambio continuo e questo per me è fondamentale affinché il festival non si trasformi in una patetica riunione di nostalgici.
Peraltro si tratta di un pubblico molto attento e rinomato per osservare un religioso silenzio. Hai dovuto educarlo negli anni o sei stato molto fortunato sin da subito?
È una richiesta esplicita inserita nella comunicazione del festival e che ripeto prima di ogni esibizione, perché ci tengo moltissimo. Quando mi capita di assistere a concerti dove la gente parla sopra la musica senza rispetto né per l’artista che suona né per il pubblico che lo ascolta mi infastidisco parecchio. Se fosse per me, nelle sale da concerto, insieme a quelli “vietato fumare” ci dovrebbero essere appositi cartelli col divieto di parlare durante le performance.
📌Le regole Di Half Die Festival
Half Die non è un party, né un aperitivo. È un festival musicale vero e proprio, con un’identità precisa e condivisa, fondata sul rispetto della musica, degli artisti e del contesto in cui si svolge. Per questo, chi decide di partecipare è invitato a seguire un piccolo ma fondamentale regolamento, comunicato ogni anno con poche, semplici richieste che i partecipanti sono invitati a rispettare scrupolosamente. Un manifesto di sobrietà, cura e ascolto: elementi che fanno di Half Die un’esperienza diversa da qualunque altro festival.
- Non è un evento mondano: se non siete interessati alla musica, semplicemente non venite.
- È gradita la prenotazione via e-mail.
- Non parcheggiare né entrare nel vicolo con auto o motorini.
- Non schiamazzare e non disturbare il vicinato, già di per sé molto tollerante.
- Portare qualcosa da bere.
- Rispettare rigorosamente gli orari e osservare un religioso silenzio durante la performance live.
- No scarpe aperte.
- Venite con chi vi pare, purché sia edotto delle regole.
(La terrazza, vista dall’alto; continua sotto)

C’è mai stato bisogno di lasciare qualcuno fuori per troppa affluenza o perché magari era fonte di disturbo?
La terrazza si riempie spesso oltre il limite, ma chi resta fuori si gode il concerto dal basso. Non ci sono mai stati episodi spiacevoli: miracolosamente, chiunque partecipi al festival sembra coglierne le caratteristiche e lo spirito e si comporta di conseguenza, evitando di creare problemi.
E con il vicinato? Hai mai avuto problemi?
I vicini col tempo hanno imparato a conoscere il festival e ad apprezzarne il lato folkloristico – forse meno quello musicale [ride]. Ormai sanno che dura poco e che ad una certa ora tutto finisce, quindi di solito nessuno chiama i vigili. Diciamo che è una sorta di ‘patto non scritto’.
Se posso vorrei farti una domanda che sono in molti a porsi: da ventinove anni a questa parte apri la terrazza della tua casa al pubblico, senza biglietti né sponsor, eppure ad Half Die hanno suonato artisti di livello internazionale. Come riesci a sostenere il tutto?
Il festival è totalmente autofinanziato con le mie disponibilità personali. Negli anni è cresciuta la caratura degli artisti, e quindi anche il budget – soprattutto di recente, complice anche l’aumento generalizzato del costo della vita, ma non avendo finalità commerciali, posso permettermi di invitare artisti ancora poco conosciuti in Italia, per i quali magari si venderebbero pochi biglietti. Non devo badare troppo al ritorno economico insomma.
In passato hai dichiarato che Half Die non potrebbe esistere all’interno di un circuito commerciale, perché significherebbe snaturarlo. Sei ancora di questa idea?
Commercialmente parlando, non credo che un’iniziativa del genere possa avere una gestione diversa da quella attuale, ovvero totalmente no profit. Personalmente, non ho nessuna voglia di infilarmi in circuiti diversi dal mio. Vorrebbe dire dover scendere a compromessi con istituzioni e soggetti terzi, e sinceramente non sono affatto interessato a queste dinamiche. Peraltro ci sono già molti spazi – anche istituzionali – che promuovono artisti emergenti, e direi che lo fanno egregiamente. Il mio approccio è un altro.
Ti occupi di tutto in prima persona. Dopo tutti questi anni inizia a pesarti un po’ o il gioco vale sempre la candela?
Ogni anno giuro che sarà l’ultima edizione…
Voglio sperare che non ti fermerai proprio alla vigilia del trentennale. Hai già pensato a qualcosa di speciale per l’anno prossimo?
William Basinski plays Disintegration Loops” ti sembra abbastanza speciale?
Ci proverò… Anche se beh, la vedo dura.