Ho già parlato di James Blake in una delle mie ultime newsletter personali qui ed è chiara la mia ammirazione per lui, sotto vari punti di vista. Oggi però voglio soffermarmi sulla sua ultima storia che recita:

Sembra essere una lamentela che diventa una pacca sulla spalla sul finale con quel “probabilmente stai facendo meglio di quello che pensi”.
Ma dicevo, nel titolo: gli artisti sono ipocriti, James Blake no.
…perché dico che gli artisti sono ipocriti? Perché vedo molti – la maggior parte – dei miei contatti e amici musicisti che hanno ricondiviso quella storia. E ci sta, come non si potrebbe? Dovrebbe essere un monito, una preghiera da recitarci ogni volta che creiamo o facciamo musica. Una bussola che dovrebbe guidarci a cercare il vero nella nostra arte, senza compromessi, sapendo che li fuori tutto è distorto. E non si può andare contro a nulla di quello che ha detto. Eppure, secondo me, l’invettiva non era solo contro l’industria. Volendo, la si potrebbe leggere anche come una frecciatina ai musicisti stessi, che alla fine sono la fauna dell’ecosistema musica. Certo, ci sono i vermi e le aquile, ma questo è un altro discorso.
Ho provato ad analizzare i vari problemi sollevati, uno per uno:
1. Can’t trust a review because blogs/mags stopped making money, so journalists now get paid by labels.
Non ci si può fidare di una recensione, perché blog e riviste hanno smesso di guadagnare, quindi ora i giornalisti vengono pagati dalle etichette discografiche.
Vero. Spesso ci sono interi numeri di magazine importanti completamente finanziati dalle etichette. Penso alle monografie dedicate a singoli artisti. E non si può biasimarli. Il problema dell’editoria è enorme, e il passaggio a una comunicazione in pillole e sui social non ha aiutato. Scrivere di musica oggi è un atto di puro amore. Sono pochi quelli che lo fanno bene e soprattutto fuori dal coro: le recensioni sono tutte positive, tutte uguali, tutte degli stessi dischi. Per non parlare di quelle piccole pagine Instagram, intercambiabili, che parlano di musica semplicemente ripubblicando il comunicato stampa – spesso scritto dagli artisti stessi – in un continuo rimbalzo delle stesse notizie.
Come si potrebbe affrontare il problema?
- Acquistare i magazine cartacei non solo quando recensiscono i propri dischi.
- Smettere di mettere like o repost alle paginette solo quando parlano del proprio progetto.
- Sostenere chi usa canali indipendenti per la divulgazione (come Substack — consiglio Pucci).
- Supportare webzine o blog indipendenti (ce ne sono, eccome se ce ne sono, ad esempio quello che state ora leggendo)
2. Can’t trust a comment section cause it’s full of fake fan accounts saying ‘omg their voice’ to create bandwagon.
Non ci si può fidare della sezione commenti, perché è piena di account di falsi fan che scrivono cose tipo «Oddio, che voce!» per creare un effetto gregge.
Il vaso di Pandora è stato aperto, gettato a terra e polverizzato, qualche tempo fa dai due co-fondatori di Chaotic Good che, partecipando a un podcast con Billboard, hanno descritto strategie di “trend simulation”: la creazione di migliaia di account e contenuti per dare l’impressione che una canzone stesse diventando virale organicamente. L’agenzia gestiva campagne per influenzare la percezione del pubblico e riempire le sezioni commenti di reazioni positive. Qui potete leggere tutto.
Come si può contrastare questa dinamica, che comunque continuerà a esistere? Proviamo a costruire connessioni vere con gli artisti che supportiamo. E lo dico anche agli amici artisti: evitiamo di commentare lasciando solo un cuoricino o un’emoji del fuoco sotto ai vari post, cerchiamo di elaborare un pensiero critico. Andiamo ai concerti, compriamo il merch, i vinili. Cerchiamo di spostare l’equilibrio dal digitale al reale: lì il supporto non può essere manipolato e acquista un peso tangibile.
3. Can’t trust YouTube numbers because labels buy them / can’t trust streaming numbers because labels pay for bot farms to drive discovery.
Non ci si può fidare dei numeri su YouTube, perché le etichette li comprano. E non ci si può fidare nemmeno dei numeri in streaming, perché le etichette pagano bot farm per gonfiare gli ascolti.
Qui non bisognerebbe quasi neanche parlare. Eppure lo faccio.
Noto una certa ipocrisia nel postare storie contro la macchina di Spotify – giustamente criticata per i compensi agli artisti e per il suo impatto globale – e poi il giorno dopo ringraziare Spotify per l’aggiunta di un proprio brano in playlist, dando così potere e legittimità proprio a quel sistema. Certo, Spotify è un colosso e purtroppo è il mezzo più usato per fruire di musica; per essere davvero integri al cento per cento bisognerebbe andare a vivere su una montagna, mangiare l’erba del proprio orto e i frutti dei propri alberi.
(Per inciso: anche James Blake distribuisce la sua musica su Spotify, però ha provato a creare un’alternativa con il suo Vault, ha analizzato il problema e cercato di dire la sua)
Però cerchiamo di dargli il giusto peso. Tutto si misura con Spotify ormai: i promoter chiamano solo se hai quei numeri, i festival si interessano solo se hai quei numeri, le etichette li usano per decidere se vale la pena. Se noi per primi riuscissimo a ridimensionare quel parametro e quel mezzo, forse qualcosa potrebbe cambiare. (consiglio per i promoter – andate alle date degli artisti e poi dopo chiamateli)
4. Can’t even trust that a song was made by human beings.
Non si può nemmeno essere sicuri che una canzone sia stata davvero realizzata da esseri umani.
Questo sembra essere il vero problema dell’arte 2.0. Al di là dei giochi e degli esperimenti goliardici che si possono fare tra amici, il problema reale nasce quando la copia raggiunge la qualità dell’originale – e la qualità media si è abbassata così tanto che l’inganno diventa facile.
Spesso mi capita di andare alla Lidl e sentire in radio brani che non vengono riconosciuti da Shazam o che sono talmente brutti che la domanda se sono AI o no è più che naturale.
Adrian Younge, compositore e musicista di Los Angeles, ha pubblicato uno strumento chiamato Played by Humans, che analizza una canzone e le attribuisce un timbro digitale: “made by humans” oppure no. Ho provato a caricare due brani, uno realizzato con l’AI e uno no, e il risultato è stato più o meno corretto in entrambi i casi. Spero che qualcosa di simile diventi obbligatorio nel mondo creativo.
The Atlantic ha pubblicato un database consultabile in cui compaiono alcuni dei brani usati per addestrare le intelligenze artificiali in campo musicale. Ci sono anche brani miei. Mi sento lusingato? No. Qualcuno probabilmente ci sta guadagnando, e questo non mi va bene.
L’altro giorno un musicista che ha partecipato alle registrazioni di un pezzo uscito di recente – e in alta rotazione in radio – mi ha chiesto: «Ma secondo te la produzione è fatta con l’AI? Perché io ho dei dubbi». Eppure, qual è la differenza tra la musica fatta con l’AI e quella fatta copia-incolla con lo stampino, dove la ricerca – di forma e contenuto – è pari a zero e un brano suona uguale all’altro? Vogliamo raccontarci che “però dietro c’è una persona” è un tema valido per azzerare la conversazione? Il romanticismo estetico è tramontato da un paio di secoli: dovremmo smettere di pensare che se l’ha fatto un uomo, allora ha valore. Perché alla fine la m**da la fanno tutti, ma non tutti siamo Manzoni.
La chiusa sarebbe stata perfetta, eppure mi prendo un ultimo minuto per dire che questa storia di James Blake è stata ricondivisa anche da gestori di venue, etichette, promoter. La colpa è anche vostra. Anche voi spesso chiamate artisti solo perché i numeri lo giustificano, salvo poi ritrovarvi con live imbarazzanti. Anche voi puntate sulla strada più sicura invece di rischiare e creare un’alternativa.
Le difficoltà sono tante, e sono spesso le stesse condivise per tutti i giocatori di questa partita. Però potremmo fermarci tutti, per un momento, e provare a cambiare le regole. Nel proprio piccolo e con i propri mezzi. Lo dico spesso quando di persona ne parlo con gli amici, io sento che un cambiamento sta arrivano e il cambiamento arriva sempre dal basso. Dobbiamo solamente decidere se comprare il biglietto per vedere la partita, fare il pezzotto o provare a scendere in campo.