Finché ci sarà Soundwall, ci sarà amore per gli Elektro Guzzi. Non potrebbe non essere così: la visione di tre musicisti – nel classico formato trio basso/chitarra/batteria – in grado di capire come pochi altri la minimal, e di riprodurla con strumenti analogici, senza computer, senza software, ma con un surplus di inventiva ad efficacia, è un po’ una bandiera di quello che vogliamo e sempre vorremo siano elettronica e club culture. Ovvero, qualcosa che offra nuovi stimoli, nuove suggestioni, che riformuli regole consolidate spingendole avanti o comunque in territori non scontati. Lo si faccia con le macchine o con gli strumenti, importa fino ad un certo punto. Importa l’attitudine. E, va da sé, il gusto e la capacità di lavorare col suono, con la tensione ritmica ed armonica che si fa emotiva, si fa emozione.
Per una delle tante ingiustizie del mondo, il trio austriaco non è mai assurto a popolarità da grandi numeri (altri, riprendendo la loro lezione ma facendolo al momento giusto, quando YouTube ed Instagram iniziavano davvero ad essere un volano che fa la differenza, hanno raccolto molto di più), questo però non gli ha impedito di avere ormai una lunga e solida carriera in carniere. E infatti, a più di vent’anni di distanza dall’inizio del loro sodalizio artistico, eccoli qua con un nuovo album, “Liquid Center”, in uscita sulla loro label Palazzo Recordings, che siamo felici ed orgogliosi di presentarvi in anteprima. Subito la parola alla musica, e poi sotto due righe a commento:
I fan di lunga data della band se ne saranno accorti: è un album particolare, che traccia nuove traiettorie. Più aeree, più liquide, più rarefatte, traiettorie più mentali e meno fisiche rispetto ai loro binari abituali. All’inizio si può restare spiazzati o forse anche delusi per troppo amore (la mimesi degli stilemi tech-house più muscolari fatta con gli strumenti è, in mano loro, da sempre una meraviglia), ma in realtà questo è un disco che cresce ascolto dopo ascolto. In più, e questa è una caratteristica molto anacronistica in tempi di span di attenzione limitati, alcuni dei momenti migliori sono centrati verso la fine, “Shinkansen” ad esempio al momento è una seria candidata al nostro personalissimo titolo di traccia preferita. La vostra?
Sia come sia, anche in questa versione più mentale ed astratta, gli Elektro Guzzi fanno quello che dovrebbero fare le persone che si approcciano alla musica elettronico (sia che lo facciano con le macchine che con gli strumenti): pensano la musica in altro modo, più geometrico, più sognante, più trippin’. Lo facevano già quelli del kraut rock, e non è un caso che proprio dal mondo kraut vengano fuori i Kraftwerk, un insieme di tizi che qualcosina di importante per la storia della musica elettronica lo ha fatto. Poi negli anni le figlie digitali di questa visione techno e house si sono consolidate, si sono fatte genere, si sono fatte categoria di mercato, si sono fatte tool di intrattenimento, si sono fatte formula: ci sta. Sta a noi continuare a saper distinguere chi fa il compitino da chi invece davvero è dentro la cultura, e la voglia d’avventura in musica. Se vi importa, se a qualcuno ancora importa. (spoiler: sì, a molti ancora importa…)