Ci era già capitato di parlare di che bella cose fosse Europavox, un progetto ed un’avventura che meriterebbe cento volte più risonanza di ciò che di solito attrae l’attenzione degli odierni appassionati di musica, questo per le sue implicazioni sia creative che politiche che di modalità di fruizione. Ricreare un mercato comune europeo decentrato e non monopolizzato (mercato prima di tutto “di attenzione”), dare spazio alle novità ed alle nicchie, usare la qualità come primo criterio, instillare la curiosità nelle persone invece che la ricerca della pappa preconfezionata o della messa cantata: tutto questo dovrebbe essere una battaglia comune, per chi dice di essere anche solo un minimo appassionato. Invece stiamo ancora qua ad accapigliarci attorno alle stesse cose, a ciò che-si-conosce-già, a ciò di-di-cui-si-parla-già.
Sia come sia, un altro regalo recente di Europavox è stato farci fare un incontro on line con sei artisti ucraini, in un’operazione costruita con l’attivissimo Music Export Ukraine (a cui abbiamo visto fare belle cose anche alla notevole Tallinn Music Week). Siamo stati selezionati assieme ad altri giornalisti europei per avere un one on one con Marie Hellstein, Nina Eba, Renata Kazhan, TYSK, Vovk, YAME, questi gli artisti che il Lab ucraino ha voluto “adottare” per questa operazione.
(Nina Eba in azione; continua sotto)

È stato bellissimo. È stato bellissimo per lo spessore umano prima di tutto, perché essere ucraini oggi ed essere pure musicisti/artisti o aspiranti tali è una cosa di difficoltà pazzesca: devi sfuggire ad una situazione orribile (e molti di loro lo hanno dovuto fare emigrando, scelta mai facile); ma devi sfuggire anche alla retorica della vittima, del “poverino” – perché vuoi essere apprezzato, non compatito – e poi non vuoi nemmeno farti avvelenare dalla pozione bellicista, ribadendo la dignità di quello che sei e di quello che fai e di quello che l’arte è, senza che il fatto che tu rifiuti un certo tipo di deriva militarista come unico orizzonte possibile significhi che non ami abbastanza la tua patria, le tue radici, la tua comunità.
Credeteci: sono state sei conversazioni che ci hanno arricchito a dismisura, culturalmente, umanamente. Molto più che spaccare il capello in quattro su Rosalía o Kanye, su Amelie o Guetta.
Ma ci hanno arricchito anche dal punto di vista artistico. L’Ukrainian Music Lab lavora davvero bene, anche in questo caso ha fatto ottime scelte. Chi più chi meno ci sono piaciuti tutti, musicalmente parlando. Davvero. Ma un soft spot lo abbiamo avuto per Nina Eba. E per farvi capire perché, mettiamo qui sotto l’EP che ha fatto uscire l’anno scorso, davvero bello (e fatevi un giro sulla sua pagina Bandcamp):
Riposizionatasi in Austria, è un’artista di grandissima sensibilità e visione, capace anche di essere tagliante e provocatoria – ma sempre con grazia e col sorriso. Le piace suonare in venue inusuali, ha una visione veramente completa ed “avvolgente” di quello che vuole fare e vuole essere, e pur con dei modi di fare gentilissimi e misurati senti la bella cocciutaggine e determinazione che contrassegna gli artisti veri. Siamo rimasti in contatto anche dopo lo svolgimento della session on line, e ad un certo punto ha iniziato a parlarci di un progetto davvero interessante.
(Stand per la console un po’ particolari, per Nina Eba; continua sotto)

Si tratta della reinterpretazione in cui si è lanciata della “Zaporizhian March”, un pezzo risalente agli anni ’20 del secolo scorso scritto originariamente da Yevhen Adamcevych, un compositore folk e suonatore di bandura non vedente, pezzo che soprattutto da quando fu riarrangiato per orchestra da Viktor Hutsal diventò una sorta di canzone-cardine per il senso patriottico ucraino (tant’è che ad un certo punto le autorità sovietiche dell’epoca iniziarono a considerarla “pericolosa” e la bandirono). Come immaginabile, con l’invasione russa questa canzone è diventata ancora più importante ed ancora più simbolica, e proprio nei primi mesi del conflitto Nina decise di lavorarci sopra, per metterci il suo tocco, per metterci la sua sensibilità e la sua impronta. Durante un suo set ad Hör ne suonò una parte, e il reel estratto da questo passaggio è diventato nel suo piccolo virale (più di 100.000 visualizzazioni, qui invece il set integrale: spacca). È un rifacimento/reinterpretazione quello di Nina che instilla in modo obliquo ed unapologetic identità trap e footwork nella “March”, e in questo modo la traporta nella contemporaneità, ne mantiene la solennità, ne sottolinea l’urgenza in questi anni di guerra, ma al tempo stesso evita a nostro modo di vedere l’eccesso di retorica (…ad esempio, come sentirete fra un attimo, la parte finale è giocata benissimo).
Finalmente domani 7 novembre 2025 Nina Eba farà uscire ufficialmente questa traccia. Ci ha fatto un regalo bellissimo, offrendocene l’anteprima integrale. Eccola qui sotto. Ancora una volta: la musica e la libertà artistica forse non salveranno il mondo, ma saranno sempre un appiglio ed un rifugio contro la barbarie.