Una doverosa premessa: su queste pagine ho imparato a scrivere di musica e ci ho conosciuto alcuni dei miei migliori amici. Soundwall mi ha permesso di poter chiacchierare con artisti che consideravo inarrivabili, di andare in luoghi del mondo che erano l’equivalente della Luna. È stata una preziosissima bussola per navigare un ecosistema complesso e fragile come quello del clubbing, a un’età in cui essere confusi e superficiali era una ragionevole probabilità. È (anche) grazie all’autorevolezza di questo spazio se ho potuto vivere alcune delle avventure più incredibili della mia vita, e di questo sarò sempre grato.
Tutto quanto sopra, è però avvenuto – per oltre un decennio – senza mai percepire uno stipendio, un gettone, un contributo simbolico. Il che sembrerà abbastanza ipocrita visto quanto seguirà, e a qualcuno magari solleticherà l’idea di farsi scappare un “Bravo pirla!”.
E ci sta.
Sul serio, ci sta.
Si potrebbe discutere, certo, del valore economico di certe esperienze, che spesso giustificherebbe il successivo contenuto. Si potrebbe parlare dell’essere nel posto giusto al momento giusto, di ciò che fa curriculum, dell’investire sul proprio futuro imparando un mestiere da gente fortissima – mandando giù il fatto di stare comunque “regalando” tempo e fatica. Difatti, c’è chi ha sfruttato questo spazio (e, ovviamente, non solo questo) per un mero “do ut des”: dare accredito, vedere contenuto. E ci sta anche questo, ci mancherebbe.
Credo però ci sia un fondamentale distinguo da fare: Soundwall era roba nostra. Era nato da origini pure, artigiane. Dalla passione di ragazzi come me, come noi, che volevano soltanto raccontare un periodo irripetibile della loro vita e di questo strano microverso. Nonostante la fama raggiunta dal prodotto, la consapevolezza generale era che non ci fosse in realtà un modello di business volto a sfruttare il lavoro di molti per il guadagno di pochi. Al contrario: chi qualcosa in tasca effettivamente lo metteva, spesso era costretto a sacrificare moltissimo della propria vita per un ritorno economico insignificante. Possiamo tornare a cantare in coro “Bei pirla!” se proprio vogliamo, ma in primis eravamo tutti giovani, ma soprattutto è stata una grande chance per diventare credibili, professionali e sì, anche economicamente spendibili negli anni successivi. Ed è il motivo per cui anche queste righe sono una bella scusa per tornare qui, su queste pagine, come al sottoscritto ogni tanto ancora accade. Inutile aggiungere, ma alla fine facciamolo, che se al tempo avessimo visto Soundwall diventare una lobby delle grandi agenzie, l’ufficio stampa del brand di turno o il giochino di qualche ricco annoiato, mai e poi mai avremmo accettato certi termini, noi collaboratori. A quel punto sì, sarebbe diventato do ut des. Chiaro e semplice. E anche qua: niente di male, ognuno sceglie con chi lavorare secondo coscienza e di contribuire nella forma e nel volume che ciascun contesto gli ispiri.
Tutto questo enorme preambolo per raccontarvi di un’offerta di lavoro uscita in questi giorni su diversi portali di ricerca del lavoro: Resident Advisor, senza dubbio uno dei punti di riferimento editoriali della nostra scena – dico nostra non a caso – cerca un City Manager su Milano.
(Screenshot preso da Doors Open, ma potete trovare tutto anche su LinkedIn; continua sotto)

Un ruolo che personalmente mi ero immaginato come affascinante, perché offrirebbe la possibilità di diventare da un lato una sorta di brand ambassador di RA sul proprio territorio – e molti di noi sentono molto vicino questo media, perché per anni è stato davvero centrale per una moltitudine di aspetti – e dall’altro potrebbe diventare un’occasione d’oro per far conoscere le peculiarità della propria scena locale al di fuori dei confini nazionali, in un media outlet realmente rilevante e frequentato. Non nascondo che quando ho ricevuto l’offerta, l’idea di candidarmi mi ha fatto abbastanza palpitare. E mi sono subito venute in mente almeno una mezza dozzina di persone che sarebbero state perfette per un ruolo di quel tipo. Poi sono arrivato qui:

Cinque ore a settimana, possibilmente diffuse.
350 euro al mese, da freelance. Quindi, anche nel migliore dei casi, meno di 300 euro mensili in tasca.
Ora, io continuo a pensare che ci siano delle circostanze nella vita in cui possa aver senso sacrificare qualcosa in cambio di una concreta occasione di crescita. Ma questa, nonostante in alcuni passaggi possa sembrarlo, non è affatto una posizione junior, né uno stage per neo-laureati e tanto meno un tirocinio. Qui si richiedono competenze e conoscenze specifiche su una determinata scena – con relative peculiarità e complessità – che un ragazzo giovane difficilmente potrà garantire; perché banalmente si imparano con anni di scemenze, contatti, ore piccole e testate contro il muro. Allo stesso tempo, al candidato si prospetta una moltitudine di attività che sarà estremamente arduo – per fare un eufemismo – racchiudere in un’ora di lavoro al giorno, anche per il più estremo adepto dell’hyperfocus.

A questo aggiungiamo il fatto di essere un media di caratura globale, che da anni trae profitto (anche e forse soprattutto) dall’indotto proveniente da altre geografie con biglietteria più varie ed eventuali, e considerare una buona idea delegare la propria rappresentanza in una città come Milano, inserita in uno dei mercati ancora più floridi del panorama europeo, a qualcuno disposto ad accettare certi termini.
(Queste le richieste specifiche per il ruolo: giudicate voi; continua sotto)

La prima cosa che ho fatto, infatti, è stato incazzarmi con Resident Advisor; che per altro ci ha tenuto a specificare, proprio nell’annuncio stesso, quanto la scelta di quella cifra fosse altresì frutto di dovute considerazioni che sono anche felici di discutere, come potete leggere qui sotto:

Mentre cercavo di saziare la mia sete di vendetta parlando con quelli della mia bolla, ho iniziato a sentire amici che questa industria la abitano da decenni – mettendoci regolarmente il pane in tavola – dire che “Vabbè, tutto sommato…”. A quel punto è stato chiaro ciò che le ultime due decadi abbiano fatto al mondo dell’editoria e della creatività in generale: siamo arrivati a vedere del buono, addirittura del giusto, nel vedere sfruttato il frutto di anni di passione e sudore pur di poter vantare appartenenza a questo o quell’altro brand. E ‘sta cosa mi ha rattristato molto, non lo nascondo.
Anzi, sapete cosa mi è venuto istintivo pensare? Che se uno di noi, magari fra quelli che nella mia testa avrebbero idealmente onorato un ruolo del genere, finirà per accettare di buon grado queste condizioni, non solo avranno avuto ragione loro a proporle, ma avremo perso anche tutti noi come segmento di mercato. Perché se non è un crimine, anzi, sacrificarsi per imparare un’arte e migliorare quando si è all’inizio di un percorso formativo e – magari – si ha anche qualche responsabilità economica in meno sul groppone, svendere il risultato di quel percorso per poter dire “Sai, sono Tizio di RA” come se ti aggiungesse centimetri al cazzo (per citare Moliére) è un crimine imperdonabile. In primis verso chi cerca faticosamente di trasmettere credibilità e valore a questo mondo e viene inevitabilmente svilito da un mercato che non solo accetta questi termini, ne fa persino un benchmark, ma anche e soprattutto nei confronti di se stessi e del rispetto che dovremmo portare per il nostro valore come individui prima e professionisti poi.
Se proprio dobbiamo lavorare per la gloria, se dobbiamo accettare un mercato dove non viene valorizzato economicamente l’apporto delle nostre esperienze, non sarebbe meglio scegliere consapevolmente di “donarlo” a entità che ci stiano a cuore, che generino valore per la comunità di cui facciamo parte?
Invece poi, sull’altra spalla, l’angioletto democristiano ha preso la parola dopo aver fatto sfogare l’altro lato: se persone che stimo profondamente accettano quotidianamente cifre simili per lavorare pur di vivere di ciò che amano e ci riescono pure, chi sono io per dargli degli stronzi da sopra un piedistallo? Ma soprattutto: se questa industria potesse offrire condizioni estremamente migliori, loro non sarebbero i primi a rifiutare queste? Se Resident Advisor nuotasse nell’oro, pagherebbe comunque 350 euro tasse escluse per una posizione simile? E le mille testate di musica che oggi, quando va bene, offrono una manciata d’euro in cambio di un qualsiasi contenuto, sarebbero in grado di assumere qualche collaboratore a tempo pieno se avessero alle spalle investimenti più consistenti?
Qualcuno magari – e perché proprio io? – sarebbe tentato di suggerire che mettere in campo un team che lavori sul tuo prodotto a tempo pieno invece che nei ritagli di tempo potrebbe, di rimando, aumentare la qualità e l’appetibilità dell’offerta, e quindi la sua redditività. Ma oggi, quanti sono in grado di sostenere quel rischio d’impresa partendo da zero senza sentire obbligarsi a legarsi al collo il cappio degli shareholder e dell’anima venduta al diavolo corporate? Se il mercato è questo e le regole sono queste, bisogna solo decidere come giocare – oppure scegliere di non farlo.
Personalmente, lavorando in uno dei settori dagli stipendi più “dopati” al mondo, mi sono reso conto molto in fretta di quanto – specialmente nel pragmatico modello capitalista anglosassone – nessuno regali soldi a nessuno. Al contrario, uno stipendio sarà sempre commisurato al valore economico che quella figura sia potenzialmente in grado di generare per l’azienda. Poi, è vero che questa non sia una regola universale, ma spesso ci azzecca. Non è un caso che tra un commerciale del tech e uno dell’agroalimentare possano passare decine di migliaia di euro all’anno. E non vuol dire per questo che uno lavori meglio o peggio, più o meno dell’altro. Ciascun mercato modella le proprie dinamiche sulla base delle evoluzioni di settore. Tutto questo per dire: se oggi non ci sono soldi per l’editoria tradizionale e generalista, la famosa carta stampata, come possiamo aspettarci che ne piovano sulla nicchia della nicchia?
Lo scenario è questo. Come ci siamo arrivati meriterebbe un altro articolo, e per fortuna Damir ha anticipato i tempi ottimamente la scorsa settimana proprio su queste pagine.
Ora mi direte? Sì, ma tutto sto pippone e non ci proponi neanche una soluzione al problema? Ma certo amici, seppur banale una soluzione c’è, e in parte ci riporta all’inizio di questo lungo articolo: se proprio dobbiamo lavorare per la gloria, se dobbiamo accettare un mercato dove non viene valorizzato economicamente l’apporto delle nostre esperienze, non sarebbe meglio scegliere consapevolmente di “donarlo” a entità che ci stiano a cuore, che generino valore per la comunità di cui facciamo parte, che davvero siano un modello virtuoso da cui partire per, chissà, generare domani una sostenibilità economica che oggi sembra impensabile?
Se l’alternativa alla crisi del nostro settore deve essere foraggiare compagini straniere – geograficamente o non, ci siamo capiti 😉 – che vengono a fare razzia del nostro capitale creativo, che speranza possiamo riporre nel futuro della nostra comunità? Se noi per primi svendiamo i valori fondativi di questo nostro mondo in cambio di un tozzo di pane, o magari di un biglietto da visita con cui menarsela agli apericena a scrocco, che modello inculcheremo a chi – come noi un tempo – si sveglia la mattina col sogno di raccontare e migliorare il proprio contesto?
UPDATE
In seguito alla pubblicazione dell’articolo, siamo stati contattati da RA – nella figura del suo Head of Global Content Network, Mato Wilkens – che ha voluto ringraziarci per avere messo in luce alcuni dubbi sullo scopo e il perimetro di questa posizione, ma anche chiarire da dove vengono certe scelte e discutere assieme su come esprimerle al meglio. La promessa è quella di comunicare meglio il target e le effettive mansioni e responsabilità di questo ruolo, che è più limitato di quanto l’offerta potesse lasciar trasparire. Inoltre, la remunerazione – per prassi interna – verrà periodicamente rivalutata in base all’effettivo carico di lavoro.