Qui a Soundwall non si è ancora deciso se fare il solito articolone estivo annuale sui festival: da un lato è un contenuto macina-views e poi (altra faccia della stessa medaglia) dà piacere dare esposizione a chi si sbatte per rendere l’estate italiana un posto migliore e più musicalmente accu(ltu)rato, dall’altro la paura costante è che ci si sia fatta prendere la mano, cioè che questa faccenda dei boutique festival dalle nostre parti si stia infilando in una dinamica in cui, detto francamente, l’offerta supera la domanda.
È una cosa che ci avete già sentito scrivere e che, probabilmente, ripeteremo di nuovo nell’arco di queste settimane. Questo però non impedisce di provare una grandissima stima per chi tenta di creare dei festival belli, nell’accezione dell’aggettivo che incontra i nostri parametri abituali: ovvero una visione contemporanea della musica che sia prima di tutto debitrice dell’attitudine introdotta dalle nostre parti dalla club culture (ricerca del coinvolgente e dell’iper-presente, attenzione a chi o cosa è alternativo o trasversale rispetto al mainstream più facile e commerciale, voglia di recuperare gemme perdute).
Coordinate che fino a un decennio fa erano quasi aliene, in Italia, ma che da qualche anno ormai sono molto, molto frequentate. Davvero: ogni estate, anche a fare molto gli schizzionosi e a selezionare parecchio, ci capita di vedere almeno una cinquantina di festival coi fiocchi, almeno per i nostri criteri. Basta vedere l’articolo dell’anno scorso.
(E poi invece quest’anno all’improvviso… Continua sotto)
Pur masticando molto la questione, dobbiamo dire che La Fiamma E Il Fiore ci ha spiazzato. Felicemente spiazzato. Prima di tutto il nome, e l’identità grafica scelta: quasi da festival medievale, manco fossimo a Brisighella insomma, e ti chiedi che onestamente – che diavolo c’entra? Che hanno in testa? Poi però vedi dei nomi, e s’accende subito l’attenzione: il sommo Vladimir Ivkovic (che abbiamo appena visto rendere magico Naturalis a Napoli in più maniere, ma ne parleremo nei prossimi giorni), quel Mondocane che oltre a essere bravo di suo è stato il primo motore del delizioso ed “estremo” Ventotene Open Festival dell’anno scorso, quel Tyler Ov Gaia che da anni ha scelto di percorrere una via obliqua e molto intrigante rispetto ai luoghi comuni del clubbing (ed a quella che dovrebbe essere la sua vera essenza, da tempo spesso dimenticata).
Con un trittico così, non possiamo che innamorarci della causa. Sappiatelo.
Continui poi a scorrere la line up e noti scelte particolari come il turco Oceanvs Orientalis, il sapido Egeeno, le architetture Entangled, il violino di Vito Gatto, la delicatezza di Francesco Nava… Tutte cose che di solito non vedi, negli assetti medi del boutique festival estivo italiano di cui ci occupiamo noi. Ultima sorpresa? Il luogo. Non tanto perché si tratta di una Villa del ‘700 immersa nel verde, i boutique festival italiani sono infatti specializzati nel trovare location deliziose, ma per la zona: Arese, alle porte di Milano. Tolto Terraforma grazie a Villa Arconati, o tolte alcune esperienze estreme psichedeliche quasi carbonare, di solito non ci si azzarda a fare festival di questo tipo “esperienziale” nell’area milanese.
Insomma. La faccenda è molto, molto curiosa. E, lo ammettiamo, intrigante. Abbiamo deciso allora di fare due chiacchiere agili agili con chi si è messo in testa di creare questo nuovo boutique festival su traiettorie così bizzarre, così inusuali. La prima domanda va dritta al punto – non siamo stati timidi. In generale, le risposte sono una conferma che La Fiamma E Il Fiore potrebbe essere una delle novità più particolari ed atipiche di quest’anno. Da tenere d’occhio. E, se potete, diremmo proprio da andarci, per verificare con mano, con orecchio, con spirito. Biglietti qui.
(Uno scorcio di Villa La Valera, la location de La Fiamma E Il Fiore)

Insomma, dai: c’era davvero bisogno di un altro festival in Italia?
Viviamo in un’epoca di abbondanza, di stimoli, di contenuti. Ed è proprio nell’abbondanza che nasce anche tanta arte e tanta innovazione. Siamo esseri umani che stanno facendo un’esperienza abbastanza magica e nella nostra natura c’è il bisogno di creare, sperimentare e generare cose nuove. La Fiamma e Il Fiore nasce da questo impulso, dall’esigenza di portare qualcosa di genuino e curato, e di condividerlo con il collettivo.
Da cosa siete partiti per costruire l’evento? Dalla venue? Dalla line up? Dal concept?
Siamo tre amici che suonano e vivono la vita nel dancefloor e ad un certo punto abbiamo deciso di creare qualcosa di particolare e molto curato. Un festival come La Fiamma e Il Fiore è sicuramente un bel rischio, non lo neghiamo: non ci sono nomi mainstream, non ci sono sponsor esterni, siamo noi i promotori e gli investitori del progetto. La line up è curata e di qualità alta, la venue è straordinaria e il concept tiene insieme tutto in modo coerente. Tre amici, nessun grande marchio, tanta intenzione.
(Il Manifesto legato al festival; continua sotto)
A quante presenze complessive puntate?
Stiamo lavorando per accogliere 800/1000 persone al giorno in uno spazio davvero speciale: una villa del Settecento con un grande parco, due palchi, aree dedicate al movimento e alla sperimentazione corporea, un’area benessere con operatori olistici e un’area dedicata al cibo e alle autoproduzioni.
Ci sono esperienze italiane o europee che vi hanno ispirato?
Siamo tutti figli dei festival europei. Io, (Ben BALARAMA, personalmente sono cresciuto nei dancefloor di Garbicz e Fusion, Felipe in quelli di Ozora e Dekmantel. Siamo cresciuti tra la scena psy, la downtempo e la techno, assorbendo da ogni realtà qualcosa di diverso e cercando di restituirlo con una nostra identità.
Da chi è composto il nucleo che ha dato vita a La Fiamma e Il Fiore? Voi due e…?
Siamo 3 amici e collaboratori: io, Ben BALARAMA, musicista e dj, fondatore di Kamala; Felipe Carrera, che ha portato a Milano e in giro per l’Italia la sua Ecstatic Dance e cura l’area healing del Wao Festival e del Samichay Festival; Davide Visco, bar manager con una storia lunga nel mondo dei cocktail e della sperimentazione, con cui ho girato il Messico in lungo e in largo, cucinando, suonando, infilandoci ovunque ci fosse qualcosa da imparare, sempre con una tavola da surf sotto il braccio. A loro si aggiungono Gabriele, con i suoi impianti audio Naoto autocostruiti, muri di casse che stanno diventando un riferimento nel mondo degli audiofili; Grigoris, pirata cipriota che cura allestimenti e decorazioni; e tanti altri che ci stanno aiutando con la loro splendida arte.