E insomma: stavamo ascoltando – con grande piacere, va detto – “Corman” di Dj Rocca e Billy Bogus, album in uscita proprio oggi 27 giugno per la sempre benemerita e coriacea Irma Records e che, per la gentilezza degli autori, ci era stato girato anteprima, anche in previsione di una chiacchierata da fare sulla release ma non solo quella, trattandosi di due persone dalla super esperienza e al tempo stesso dai modi di fare adorabili, per nulla spocchiosi e senza quella acidità da veterano-che-disprezza-i-tempi-moderni. Dicevamo: stavamo ascoltando “Corman” e in più di un momento, ad esempio su una traccia come “Ariosto”, ci siamo chiesti perché nei nostri tempi manca il coraggio armonico nella musica elettronica. Negli anni ’90 impazzivamo per la jungle e per “Inner City Life” di Goldie, o per la secchezza di Plastikman, o le spigolosità della Warp, o il minimalismo obliquo di Villalobos, o la Detroit più sci-fi grandiosa e oscura. Tutte musiche in qualche modo unsettling, che non cercavano di rassicurarti ma esplicitamente ti chiedevano invece di metterti scomodo, alla ricerca del futuro e/o delle frontiere della percezione emotiva, anche quelle più scomode. Oggi non va più così: oggi cerchiamo prima di tutto e prima di altro la cantabilità epica della EDM, la forza bruta della nuova dubstep e nuova drum’n’bass o della techno alla Amelie Lens o della hard house o house trance ben prodotta, cerchiamo le filastrocche graziose della Gou o l’esotismo da cartolina della cricca Keinemusik; tutte cose fatte tecnicamente benissimo, sia chiaro, ma con un DNA emozionale e – scusate la parola – “politico” completamente diverso, completamente opposto. Riassunto in una riga: oggi la musica elettronica vuole rassicurare più che inquietare. Questo fa. Su questo si è assestata.
Ecco: “Corman” riporta agli anni in cui la musica elettronica era sfida, inquietudine, era cercare chiavi armoniche minori e dissonanti, contrapposizioni incerte ed avventurose, e tutto questo lo si poteva fare comunque senza bisogno di mostrare i muscoli e grandeur ma stando semmai su BPM tranquilli e suoni “levigati”, e su un piglio molto sfuggente, low profile.
Quanto sono lontani, questi tempi?
…di sicuro, “Corman” è vicino, anzi, è qui&ora, e Dj Rocca e Billy Bogus sono ancora felicemente in attività – il primo con anche incursioni nel jazz, il secondo lavorando molto nel campo delle sincronizzazioni e colonne sonore. Hanno però un profondissimo background in comune, giusto “sfalsato” un attimo per questioni di età e perché quando Rocca già diventava una piccola leggenda grazie al Maffia Club di Reggio Emilia Billy Bogus del Maffia era semplice frequentatore e fan (…anche se già aveva all’attivo brillanti “agitazioni sonore”, ad esempio quelle a nome Negroni Taste Department). Abbiamo chiesto loro di “farsi un’intervista”: marzullianamanete, gli abbiamo detto “Fatevi una domanda, datevi le risposte” e questo è il risultato. Ne emerge un ritratto caldo, umano, lucido, così come emerge una cartografia storiografica estetico-emotiva che, se qualcuno era anche solo un po’ “informato dei fatti” in quell’Italia underground che si innamorava del trip hop e della jungle, farà scendere qualche lacrimuccia. Col sorriso, con compostezza. Con buon gusto. Con onestà intellettuale.
(Billy Bogus, a sinistra, e Dj Rocca; continua sotto)

Da quanto vi conoscete e perché avete deciso (solo ora) di fare un album insieme?
BB. Alla fine credo siano quasi trent’anni… I primi tempi non c’era un vero e proprio contatto diretto, visto che io ero un semplice avventore del Maffia di Reggio Emilia, club di cui cercavo di non farmi scappare nemmeno una serata per ascoltare i vari ospiti, e ovviamente i dj set eclettici e super groovy di DJ Rocca, che come resident ne era una colonna. All’epoca studiavo ancora al liceo ed ero un DJ dilettante a tutti gli effetti: mi divertivo a organizzare party in centri sociali o a casa di amici per proporre ciò che mi attraeva in quel periodo, ovvero generi come trip hop, jungle, drum’n’bass ed elettronica ad ampio spettro. Per me poter toccare da vicino certe realtà, certi mondi sonori (il Maffia Club ti dava questa possibilità) fu una sorta di illuminazione, di privilegio: ascoltare e scoprire tanti dj, producer e strumentisti che portavano grandi messaggi musicali, messaggi pionieristici ma anche molto “umanistici” a ripensarci oggi, fu grandioso. Quella del Maffia fu una renaissance a tutti gli effetti. Tra le cose che mi ricordo con più affetto ci sono un demo in cassetta consegnato di persona a Zen Paradox (sì, già nei mid 90s ero alle prese con campionatore, synths & drum machines…), un tafferuglio innescato durante il live di Badmarsh & Shri (risate, ndr). Una volta intrapresa ufficialmente la mia strada di dj/producer, mi ritrovai con Rocca in console da metà anni duemila circa, per un paio di occasioni; ma fu con la nascita della mia label Pizzico Records che io e lui iniziammo a collaborare più frequentemente, attraverso un prezioso apporto di remix da parte sua. Per il decimo anniversario della label, nel 2018, organizzammo un suo dj set in uno speakeasy modenese noto come Cotton Club dove Rocca si esibì in un fantastico set di jungle e liquid, drum’n’bass: fu molto divertente e bizzarro, data la location atipica. A pensarci bene, una delle cose che mi manca di più dell’epoca Maffia è il concetto di “collettivo musicale” che si è perso nel tempo, dando inconsapevolmente spazio alle egomanie di oggi. Il collettivo non aveva un vero protagonista: era una crew di musicisti, dj, organizzatori, una sorta di “equipe medica un po’ alchimista” che promuoveva il benessere musicale e, allo stesso tempo, sperimentava nuove soluzioni facendoti viaggiare nel tempo, verso un futuro molto fico in realtà. Maffia Sound System era un collettivo, Jazzanova era (ed é tutt’ora) un collettivo: mi manca la parola, ed il concetto aggregante della parola stessa.
R. Ci conosciamo dalla seconda metà degli anni 90 dello scorso secolo, quando Niccolò frequentava il Maffia. Personalmente ho impostato quasi tutta la mia carriera di produttore, collaborando assieme ad artisti vicini come gusto ed attitudine. Fino ad ora non avevo mai considerato di cimentarmi nella frangia sonora che fa capo al suono trip hop e drum’n’bass delle origini, cioè quel periodo in cui cominciò la mia avventura come responsabile della programmazione e resident dj nel locale più influente per quei suoni. Billy Bogus mi ha stimolato, ed è stato un flusso di creatività reciproca, flusso che ci ha portato a confezionare un intero album.
(Il flusso di creatività di Billy Bogus negli eroici anni ’90 si generava qui; continua sotto)

“Corman” ha influenze cinematografiche nel titolo e nella scelta di alcune atmosfere, e influenze decisamente 90’s per l’intera parte musicale: come avete centrifugato il tutto?
BB. Io e Rocca siamo abbastanza presi dal mondo cinematografico. Io forse aggiungo quel pelo di malattia in più, in quanto collezionista seriale di b-movies, colonne sonore e ristampe varie, sia di soundtracks che di pellicole. Da qui é nata l’idea di dedicare idealmente l’album a un regista che fece del low budget un modello per ideare soluzioni “atmosferiche” particolarissime, Roger Corman. Da dietro le quinte (fu davvero poco conosciuto ai più) è stato scopritore di attori come Dennis Hopper, Pam Grier, Jack Nicholson, oltre ad avere ispirato la saga di “Mad Max” a cui sono molto legato. Questo suo continuo scoprire e sperimentare “a basso costo” mi ha sempre fatto pensare a un dj che svuota le cantine dei Record Store più nascosti per trovare il vecchio disco “cheap” o dimenticato, e campionarlo, dando così nuovo senso e nuova vita all’operato precedente. E qui arrivo alla pasta musicale del nostro “Corman”: questo concetto di mescolare vari ingredienti a piacimento (e soprattutto a sentimento) per vedere cosa possa uscire dal calderone rappresenta, credo, la mia cifra stilistica costante. E forse é anche quella del buon Luca…
R. Dal mio lato, devo ammettere che la dimensione soundtrack ha sempre fatto parte del “Rocca Sound”, con ogni progetto in cui ho bazzicato. In più ho potuto dare sfogo al lato dub e sampling, tipici ingredienti del suono UK anni ‘90 che ha accomunato Niccolò ed il sottoscritto. Già invece nell’apporto suo sul progetto il groove e le atmosfere legate alla cinematicità arrivavano piuttosto marcate… Diciamo che ho cercato di sottolineare e portare le influenze che mi hanno arricchito negli ultimi 10 anni, per confezionare non un’operazione nostalgica, ma quasi un punto di vista.
(Eccolo, “Corman”; continua sotto)
Cosa ne pensate del ritorno di certe sonorità elettroniche nell’ascolto delle nuove generazioni?
BB. Che dire? Mi fa piacere, davvero. È successo con l’hip hop e l’house degli anni novanta, che campionano il disco o il funk dei settanta. È successo col trip hop, che campionava il jazz. É successo con la jungle, che accelera i battiti dell’hip hop. Perché non dovrebbe accadere ora, con musica che ballavo e compravo io trent’anni fa? Certo: per quelli che con certa musica ci sono cresciuti, certe scelte attuali possono sembrare un po’ “facilone” e approssimative, ma nel complesso credo sia bello percepire una reinterpretazione moderna di quei suoni, parlando appunto di trip hop e drum’n’bass ma anche di italo house, ora in fase di (ri)lancio mondiale, anche nelle produzioni più mainstream. Non sempre alle mie serate riesco a suonare trip hop o jungle, ovvio, tuttavia almeno in fase produttiva per me è una specie di seconda giovinezza: se posso riproporre queste influenze in chiave più moderna, mi ci butto senza pensarci un secondo.
R. Un magnifico fenomeno fisiologico. Anche noi abbiamo scoperto in età post adolescenziale generi che venivano dal passato, i quali ci facevano collegare ricordi inconsci e producevano euforia e benessere. Accade nuovamente al cambio di ogni generazione: musica di sostanza che suona come nuova e significativa a chi non era nato (o era troppo piccolo) quando ha avuto la sua esplosione, appunto perché di sostanza.
Con un focus particolare sul genere definito trip hop (in “Corman” ampiamente influente seppur in una versione più fresh), quali sono i vostri ricordi musicali più belli legati a questo genere e perché é ancora così presente nel vostro DNA musicale?
BB. Il cosiddetto trip hop (che si avvarrebbe di nomenclature più consone come “abstract hip hop” o “instrumental hip hop”, ma fa anche lo stesso) per me ha segnato una sorta di svolta: nel 1990 andavo in skate quasi tutti i giorni con la mia “brigade” (e qui vedi tornare il concetto di collettivo), e nei nostri walkman girava quasi solo hip hop, Public Enemy e Run DMC in primis; posso quindi asserire di provenire dall’hip hop in un certo senso, avendo coltivato il genere per tutta la decade a seguire. Scoprirne quindi una versione solo strumentale con influenze massicce di jazz, acid jazz e colonne sonore ha rappresentato una vera epifania, una rivoluzione, un viaggio sospeso e senza una precisa meta che ancora oggi sto intraprendendo. Se dovessi ragionare per forza a “compartimenti musicali”, consapevole del fatto che talvolta sia un po’ limitante, ti direi che è il mio genere preferito di tutti i tempi, quello che mi ha dato di più a livello di ispirazione, di sampling, di record digging, di approccio mentale e strumentale alla musica, di idee, di tutto. Senza il trip hop forse non mi sarei mai approcciato al jazz e non sarei mai andato a Roma a sentirmi i gruppi fusion all”Alexanderplatz Jazz Club, avrei omesso probabilmente buona parte di disco e funk, insomma avrei fatto un disastro. Ergo, gratitudine e devozione verso questa corrente sono pressoché totali. Di ricordi, soprattutto fumosi (risate, ndr), ne ho a bizzeffe: viaggi in macchina verso Vienna (sede della G-Stone Records) con in sottofondo quasi l’intero catalogo della label, afterparty in casa di amici a suon di DJ Cam, DJ Vadim e le varie compilation della Ninja Tune e Mo’ Wax (…e il bello é che quella roba la ballavamo pure, oggi una pratica impensabile se non inserita a suon di scratch in una serata di old school rap), e poi, e poi… La dimensione viaggiosa era comunque il core del genere, e certi dischi si sposano ancora perfettamente con le architetture cittadine e con gli umori intorpiditi di chi non vuole cedere/credere alle storture della modernità e continua imperterrito a farsi il suo viaggio.
R. Sicuramente il concerto dei Lamb al Maffia, o dei Moloko a Bologna… Ma senza dubbio la deflagrazione Mo’ Wax, con il suo immaginario di stile, grafica ed attitudine. Nel mio DNA è ancora molto presente, proprio perché univa il mio passato e mi faceva intuire come sarebbe stato il futuro.
(Altra foto degli scrigni creativi stavolta di Rocca; continua sotto)

In “Corman” sono presenti altre fragranze, come elettronica e drum n’ bass: è un album tributo a una certa epoca o è solo la voglia di mettere insieme il vostro background?
BB. Credo di avvicinarmi di più alla seconda opzione. Durante i miei incontri con Luca è inevitabile che parta un po’ di memorabilia: da Jacques Lu Cone, LTJ Bukem, Photek, Dj Krush, Fabio & Grooverider, Peshay, Kemistry & Storm, Goldie e chissà quanti altri, visti al Maffia e in altri contesti, alle nostre gigs più contemporanee, devo dire che gli aneddoti e i ricordi davvero si sprecano. Luca poi era già protagonista assoluto della scena, io solo un aspirante dj/producer disposto a tutto pur di scoprire musicalmente quello che c’era da scoprire. Tutto questo passato, sicuramente anche molto mitizzato data la nostra giovane età di allora, rappresenta un bagaglio culturale che è impossibile non utilizzare oggi, a maggior ragione se certi suoni stanno tornando alla ribalta. Alla fine dei conti ciò che mi è piaciuto di più di questa collaborazione con Rocca è che, cercando di giudicare con maggior distacco possibile, non si sente tanto odore di nostalgia: i brani hanno credo un flavour personale e non sono riconducibili (a parte qualche beat, ok) a generi super classificati, la stessa title track è un ibridone electro molto moody che risulta a sé stante… Quindi, ribadisco, forse non è il caso parlare di album-tributo a un’epoca definita. Piuttosto credo che io e Luca abbiamo voluto giocare allo stesso gioco strizzandoci l’occhio più volte, sorridendo e mettendo in gioco i rispettivi bagagli, ma infine rivolgendo le spalle al passato – cosa che ogni tanto va fatta, nella musica come nella vita.
R. Semplicemente la voglia infinita di mettersi alla prova. Lo stimolo di Niccolò è stato forte, ma pure la personale urgenza di produrre musiche che sono state formative. Negli anni ho imparato che qualsiasi omaggio, tributo o plagio non è altro che un impulso per dare la propria versione di qualcosa: mai sarà uguale all’originale, proprio perché la personalità di ogni artista ha sempre la meglio.
(L’artwork di “Corman”; continua sotto)

Chi ha curato l’artwork?
BB. L’ha fatto mia figlia di sei anni, ma all’epoca di questo disegno ne aveva quattro. Racconto come è andata: quando ho proposto qualche foto lomografica o analogica per uno spunto grafico dell’album, alla Irma l’accoglienza è stata positiva ma tiepida (in effetti alcune cose erano già un po’ viste); ma quando ho proposto i disegni di Matilde, la decisione per la copertina é stata unanime. Questo schizzo mi ha ricordato le vecchie copertine di Plaid, Irresistible Force, Lemon Jelly, tutti progetti musicali che, più o meno direttamente, hanno ispirato questo album, e allora ci siamo detti: perché non utilizzarlo? Quando disegnano, i bambini riescono ad avere un tocco geniale e in effetti diverte sentire amici grafici che “studiano” da adulti solo per tornare a quel tocco: sembra una sorta di regressione ma non è così, semplicemente si va alla ricerca di quelle ancestralità e quella magia tipiche dell’infanzia. Forse lo abbiamo fatto anche noi musicalmente con “Corman”: mi piace un po’ pensarlo. Sono stato felice della scelta anche perché vorrei tanto trasmettere a Matilde l’idea che è assolutamente possibile fare della propria passione un lavoro, mostrando che le sue idee possono essere concretizzate da un mondo adulto che ne comprende lo slancio creativo e le potenzialità. Pittura e disegno, musica, danza, cinema sono vie privilegiate per comunicare con i bambini, e va da sé, anche con le nuove generazioni. I master poi, ci tengo ad aggiungerlo in chiusura, sono stati fatti da Daddario, big producer & dj della scena emiliana, più dedito a beats, disco e funk ma comunque parecchio versatile: ha svolto per me un lavoro notevole, ottimizzando l’aspetto “grasso” di certe sonorità tipiche del periodo.