Da un lato uno non vorrebbe che il clubbing diventasse un rancoroso e stizzito cimitero degli elefanti, dove tutti gli adepti passano il 50% del tempo a rimpiangere i bei tempi andati e il restante 50% a sbraitare quanto li scandalizzino quelli attuali. Il rischio, parliamoci chiaro, c’è. Lo vediamo quotidianamente. Dall’altro però se certe cose le hai viste, se certe cose le hai vissute, se di certe cose sei stato testimone e – ancora meglio – testimone consapevole e non solo cocciutamente alterato, allora beh: lo sai, accidenti se lo sai, sono esperienze che meritano di essere celebrate, ricordate, tramandate, e sono anche esperienze che oggi assai più raramente si sviluppano (…e sarebbe invece bello tornassero a svilupparsi in modo sistemico e sistematico, naturalmente con nuove persone, nuovi luoghi, nuovi protagonisti, nuove dinamiche: il clubbing non deve diventare ostaggio di una casta di 40/50enni, dei loro riferimenti, delle loro nostalgie… non bisogna cadere in questa trappola).
Il Maffia.
Reggio Emilia. Viale Ramazzini 33.
C’eravate? Ci siete mai stati? Ne avete mai sentito parlare? A distanza di trent’anni dall’inizio della sua avventura, possiamo dirlo senza paura di smentita, oggi, anno 2025: una delle esperienze più incredibili ed al tempo stesso più atipiche e nobili si siano mai sviluppate attorno ad un dancefloor in Italia. E, senza esagarare, a livello globale.
Non nasconderemo la polvere sotto il tappeto: esattamente come successo ad un santuario leggendario ed indiscutibile come il mancuniano Haçienda, ci sono state serate con scarso successo, ci sono stati gruppi clamorosi o dj strepitosi che hanno suonato di fronte a poche decine di persone (…senza contare il primo concerto dei Subsonica lì, quasi più gente sul palco che paganti: sia messo agli atti), ci sono stati momenti di stanca, ci sono state fasi in cui si è progressivamente perso lo spirito originario e/o quello più nobile, c’è stato un declino. Insomma, se il Maffia ha chiuso ad un certo punto non è stato per un complotto degli alieni o un ordine di Trump, Meloni e Berlusconi messi assieme, ma perché l’esperienza aveva perso il fuoco interiore: emotivo, intellettuale, concettuale, numerico.
Niente beatificazioni, quindi. Niente ricostruzioni storiche di comodo, in cui del “caro estinto” si parla sempre e solo bene, anche se in certe parti della sua vita era diventato poco raccomandabile, poco stimolante, poco elegante, poco vincente.
Ma detto questo, a chi non c’era andrebbe raccontato quanto è stata fuori dagli schemi quell’esperienza. Quanto magica, avventurosa. Andrebbe raccontato di come l’humus culturale e festaiolo di una zona tra Modena e Reggio nel passaggio tra anni ’80 e ‘90 avesse accumulato, già con alcune esperienze precedenti (Red’Ko, Graffio…), un modo tutto particolare di intendere il ballo in Italia, un modo diverso da quello delle grandi città e/o delle riviere, creando intersezioni tra cultura, impegno politico, sguardo internazionale, orgoglio local ruspante ed edonismo; e poi tutto questo sarebbe stato ripreso da un nucleo di persone che, formando il Maffia, davano vita ad uno stilosissimo “upgrade di sangue blu” a tutto questo, addentando prima di altri e meglio di altri gli strepitosi anni ’90 di Londra, Bristol e Berlino, senza però mai dimenticarsi dei caposaldi americani (la cultura) ma anche di quelli italiani (l’edonismo, con striatura di impegno politico: valorizzare il prodotto locale, non abbandonarlo al solo commerciale e al solo mercato).
(I Plaid in azione, il Maffia è felice – questa foto e tutte le altre nell’articolo sono di Stefano Camellini; continua sotto)

L’identità grafica poi del progetto era super. Comunicava stile ad ogni tratto di penna. La programmazione era articolata, sapeva guardare anche alla letteratura, all’arte e a declinazioni sonore fuori dall’elettronica (dai Laibach ai Sangue Misto: che concerti c’abbiamo visto…) Le persone coinvolte erano eroi sì però alla mano, immersi nell’avventura estetica dei “nuovi” anni ’90 della club culture ma senza esagerazioni, senza gli stravolgimenti alla New York o alla Cocoricò dell’epoca, o le autodistruzioni (post) punk proto-berlinesi. Il Maffia era un progetto “aperto”: nel senso che coscientemente si apriva al contemporaneo, alla novità, all’inedito, al coraggio, senza mai farsi zavorrare da un eccesso di attenzione ai numeri. Al tempo stesso però era anche una gated community: accoglieva tutti, per carità, ma solo se ne capivi i codici ti appassionavi veramente (…e la passione c’è stata eccome: quante persone venivano apposta da Umbria, Liguria, Marche, Lombardia, Piemonte…?). Quindi sì, bisognava essere un minimo preparati. Ballare non per stordirsi e sfogarsi, ma (anche) per sentirsi parte di una comunità avanzata, più bella, più civile, più consapevole, più internazionale. Questo era il patto implicito.
(Un signore in console preso abbastanza bene, potreste averlo riconosciuto; continua sotto)

Questa comunità del resto c’era davvero. Non ce la siamo sognata. E non ce la stiamo raccontando, oggi, con le lenti rosa e stupide e menzognere della nostalgia, del nostalgismo.
Fatboy Slim per dire, all’epoca già famosissimo, volle e fortissimamente volle il Maffia, come sede della sua prima data italiana assoluta, anche se era una scelta senza senso (avrebbe potuto riempirne dieci, di Maffia, e il suo cachet “normale” avrebbe fatto fallire in dieci giorni il club, dovette abbassarselo considerevolmente): ma sapeva benissimo che il Maffia era il posto giusto, era il posto che aveva capito la “sua” musica e quella della “sua” famiglia sonora d’adozione prima e meglio di altri, e nel farlo ci si era dedicato testardamente, creando dal nulla un pubblico e un culto. Tutti i più grande della drum’n’bass – ma ehi, veramente tutti – dal Maffia ci passavano obbligatoriamente; il più famoso di tutti – Goldie – ci passava addirittura il Capodanno più simbolico dell’ultimo secolo. Ma al di là dell’esibizione in sé, sapevano perfettamente che lì, in una piccola città di provincia del nord Italia, erano a casa come e quanto a Londra, se non ancora di più, vista la calda ospitalità italiana. Poi oh, pazienza se due volte su tre Peshay tirava pacco (maledetto lui: quanta benzine sprecata e quanti viaggi nella nebbia per niente, sperando di sentirlo e ballarlo).
(Stralci di programmazione; continua sotto)

Ma poi ancora: Dj Krush, e mai in Italia si era sentito un dj set così onirico, psichedelico, creativo; i Plaid; i Funkstörung, poche decine di persone al loro concerto ma accidenti che concerto; Howie B, in tutte le forme immaginabili, compreso un concerto con lap-dancer sul palco, se la memoria non ci inganna c’era anche Simon Richmond di mezzo; e poi, andando più avanti, per qualcuno in una fase in cui già si era persa la altera “nobiltà assoluta” ma in realtà anche no, c’è stata la fase house, vedi alla voce Miss America e non solo, che ha fatto un lavoro all’epoca rivoluzionario e forse non del tutto capito nel (ri)mettere la musica house al centro della club culture più sofisticata e civile, dando un sacco di gioia ai Ralf, Alex Neri e al grande Claudio Coccoluto che iniziavano a sentire i limiti del suonare sempre e solo nel contesto “discoteca” gestito da navigati localari, e potevano tornare a sentirsi “a casa”.
Quelli del Maffia erano infatti tutto tranne che cinici localari. E questo è uno dei segreti. Poi, ognuno aveva la sua personalità: c’è chi dal Maffia ne è uscito subito e ha fatto grandi cose nel campo del booking (tipo portare il tour della piramide dei Daft Punk in Italia, ma anche sdoganare l’EDM e co-fondare Nameless Festival), c’è chi è rimasto a lungo e oggi niente più clubbing ma fa politica ad alti livelli, c’è chi ha un lavoro “normale” e rispettabile ma fa ancora fantastica attività di resistenza e ricerca culturale (Rizosfera, che gioiellino), c’è chi non c’è più (Claudio “Congliocchiali”, quanto ci manchi), c’è invece chi c’è ancora ed è ancora in formissima come dj e producer (Dj Rocca), e l’elenco potrebbe continuare. Tante storie umane. Tanta ricchezza. Tanta atipicità. Tanto essere fieri di essere provinciali, sì, ma con uno sguardo vivo ed acutissimo verso lo scenario globale, alla ricerca del suo versante più alternativo e sfidante. Altro che “chiusura mentale”. Quella che piacerebbe ai Salvini, incredibilmente ed inspiegabilmente magnificato oggi da qualche frangia di gente che gravita attorno al ballo ed al dancefloor, ed ai moralisti cretini.
È una storia che merita di essere raccontata per bene, quella del Maffia di Reggio Emilia.
E raccontata, lo sarà.
(Agevoliamo un filmato; continua sotto)
È infatti in gestazione un volume che si preannuncia imperdibile: il crowdfunding è in corso (già a metà strada: contribuite, gente!), chi ci sta dietro sono tutte persone che il Maffia lo hanno fatto nascere e lo hanno “guidato” ciascuno a suo modo, la raccolta di materiale iconografico e fotografico è fidatevi eccezionale, lo spirito non è solo quello della celebrazione museale e nostalgica ma – in pieno spirito Maffia! – anche quello della visione, dello sguardo rivolto verso il futuro e verso le tante ramificazioni e declinazioni socio-culturali possibili sul territorio e nei vari network globali.
(Stop frame: che emozione vedere in questa foto il compianto Dave Watts dei Fun Da Mental, una persona che tanto ci manca umanamente e culturalmente; continua sotto)

Se il Maffia vi manca, che ne siate stati testimoni o meno, visitatori o meno, è con ogni probabilità qualcosa che dovreste avere. E, in tutta sincerità, se anche solo un minimo vi interessa la club culture, il Maffia vi dovrebbe mancare. Dovreste averne bisogno.
Occhio: tra un paio di giorni, sabato 15 novembre 2025, per presentare al meglio l’operazione addirittura si tornerà negli storici locali di Viale Ramazzini 33, ora adibiti a tutt’altro. Ci sarà un talk, ci saranno confronti, si apriranno anteprime su questa operazione editoriale e si parlerà di mille cose, poi ci si sposterà poco più in là per ballare, rievocando stile, gioia e consapevolezza di quegli anni fantastici con l’idea non che siano solo autocelebrazione di sé ma che possano essere la via per indicare un futuro di nuovo bello, di nuovo di cui andare fieri, di nuovo stimolante, di nuovo detonante. Perché il Maffia lo ha dimostrato: tutto è possibile, se si ha uno sguardo vivo, profondo, acculturato, consapevole. E la vera forza creatrice non è mai, mai, mai solo la nostalgia.