Difficilmente ci sarà altrettanta attesa per un ritorno, quest’anno. C’è sempre stato un totale seguito di culto per i Boards Of Canada; e, va da sé, è assolutamente giusto che sia così. Pochi musicisti sono stati così bravi a creare uno “spazio emozionale” nella musica che consumiamo: tra l’immaginario fuori dal tempo – mutuato appunto dagli esperimenti cinematografici su commissione istituzionale canadese, da cui il nome del progetto – e la capacità di portare un misto di hip hop, shoegaze, elettronica cosmica, detriti di cultura pop in un altro pianeta, i Boards Of Canada hanno proprio creato un mondo a parte. Ma nell’essere “a parte”, forse proprio per questo è vicino alle nostre emozioni più brucianti, fragili, intense, malinconiche.
Tutti attributi che vanno abbastanza contro alla fruizione veloce ed usa-e-getta della musica. Una fruizione che, sarà vero, sarà falso, pare molto incoraggiata da una musica che ormai si consuma in maniera solo liquida, quasi solo gratuita, e con una facilità di circolazione e di distribuzione pazzesche. Quando i Boards Of Canada si sono affacciati alla musica ed alle nostre esistenze, era impensabile che il mondo – anche il mondo intero della musica – potesse stare in mano nostra, nelle dimensioni di un telefonino, solo in quelle.
Ma essendo la musica dei Boards Of Canada nata astraendo le coordinate spazio-temporali, la sua aura ha resistito come e meglio di altre. Il primo segno tangibile del loro ritorno, a tredici anni dall’ultima release “Tomorrow’s Harvest”, non ha senso di novità, non ha colpi di scena, non ha urgenza, non ha attenzione al contemporaneo: è una “nuvola” di pura bellezza. In altri casi l’essere così fedeli a se stessi ed anche al luogo comune di se stessi potrebbe essere una delusione, nel caso dei BoC no. Un caso più unico che raro. Poi, come sarà l’album che uscirà fra non molto lo vedremo; potrebbe sorprenderci, potrebbe non farlo. Potrebbe esaltarci, potrebbe deluderci. Ma che i Boards Of Canada siano ancora tra noi, e che siano tornati a trasmettere emozioni, è una di quelle che cose che dà un senso al continuare ad essere appassionati di musica. E loro, come forse niente e nessun altro, sono al di sopra di ogni urgenza, di ogni necessità terrena, di ogni impellenza dell’industry.
Chiaro: l’industry dovrà lavorarne il lavoro, qualcuno avrà pagato da un budget promozionale l’affissione di quei manifesti misteriosi che nelle scorse settimane hanno fatto capire che qualcosa stava per succedere; ma per qualche motivo è come se nel caso di fratelli Sandison questo diventasse un particolare irrilevante, molto più irrilevante che in qualsiasi altro caso e per qualsiasi altro act. E tutto ciò, solo sulla forza della loro musica, della portata emozionale della loro musica. Stop.
Di questi tempi, così pieni di analisi e meta-analisi da un lato e di ascolto molto superficiale dall’altro (cose opposto nei fatti, ma che si nutrono a vicenda, in una logica perversa), un vero miracolo. E mentre i Massive Attack ti portano brutalmente nell’attualità più dolorosa, nel qui&ora fatto di guerre e cinismo, con la loro notevole collaborazione con Tom Waits (sempre uscita oggi), i Boards Of Canada ti fanno ammarare, dolcemente, inquietantemente, qui, e sono mondi così lontani, così vicini: