Addio a un gentiluomo: R.I.P. Susumu Yokota

Una storia triste, delicata e malinconica. Come era spesso la sua musica. Susumu Yokota, a soli 54 anni, è morto dopo una lunga malattia che già da tempo gli aveva impedito di esibirsi dal vivo (“Non fosse stato impossibilitato dalla malattia ad esibirsi dal vivo“, racconta in un post commemorativo una delle sue label di riferimento, la Lo, “sarebbe diventato un artista molto più famoso ed amato di molti suoi contemporanei“) e, successivamente, proprio di produrre musica e restare in contatto col music biz.

Un segno evidente di questo lo si ha nel fatto che il suo triste decesso è avvenuto in realtà ancora qualche mese fa, a fine marzo precisamente, ma solo ora la notizia ha raggiunto il circuito dei media musicali, generando profonda commozione e tristezza in tutti (in una nota fatta circolare ora, la famiglia si scusa proprio per questo: “Solo adesso siamo riusciti ad entrare in contatto con la sfera musicale comunicando la triste notizia, siamo sempre rimasti estranei, non sapevamo a chi rivolgerci“). In un’era di connessioni continue, di iper-attivismo sui social, di ansia di essere presenti, apparire, comunicare, qua si ha davanti qualcosa di radicalmente, poeticamente, malinconicamente diverso.

Ma spesso e volentieri era così proprio la musica, bellissima, di Yokota. Per chi non la conoscesse, nella sua vastissima discografia consigliamo di ripescare “Grinning Cat”, uscito sulla Leaf ancora nel 2001, da cui estrapoliamo la bellissima “King Dragonfly”: aerea, delicata, inventiva, un perfetto manifesto per l’attitudine creativa che lo rappresentava. Un gentiluomo gentile, che ci capitò di incontrare di persona lì dove magari non ti saresti mai aspettato di incontrarlo – al Cocoricò. Venne invitato da Nico Note e David Love Calò al Morphine, anno 2003: suonò house sperimentale ed incredibilmente aggraziata ed elegante. Davvero, abbiamo perso un grande artista.