Abbiamo vinto: purtroppo? L’underground, il mainstream, il mercato, le mafie delle agenzie…

  • Paul Negro Jr.

    grande articolo! complimenti…

  • Maurizio Bianchi

    Questo articolo è veramente underground, tanti si saranno fermati al mi piace per poi continuare a pensare che “tanto chiamano sempre i soliti”.. pochi se lo sono letti tutto fino in fondo. Un concetto del genere non sarà mai esaurito, perché ci sono un sacco di riferimenti che raccontano una cultura ben più ampia. Ed è il lavoro continuo per coinvolgere gli altri, nonostante i più siano portato a condividere frasi stereotipati invece di approfondire. E più che scrivo più che vorrei continuare, ma non avrebbe molto senso, in realtà preferisco segnarmi degli spunti per trattare nuovi argomenti.
    Ringrazio e sottopongo questo all’attenzione di chi vorrà. https://www.facebook.com/nejodj.925/videos/1871207086490472/

  • Maurice Martini

    https://spacechord.bandcamp.com/album/spacechord-es-vedr/
    Ricercate musica nell’ underground… e non nel mainstream !!!

  • Daniele Ensini

    Questo pezzo di Damir Ivic esalta il ragazzino che è in me. Un paio di mesi fa, l’algoritmo di Spotify ha buttato dentro alla mia playlist delle nuove uscite un pezzo di Amotik: Solah. E’ uno di quei pezzi che coniugano clubbing, ascesa e mistero; un’opera d’arte techno, barattabile col miglior tramonto della vostra vita, con la miglior notte stellata. Garantisco. Scusate la premessa, ora vengo al punto. La legge del mercato riguarda tutti, non raccontiamoci balle. Una qualsiasi serata, organizzata per ballare musica che piace (almeno a una persona), implica che qualcuno ci abbia fatto due conti: pareggio o, meglio ancora, profitto. Quindi, la distinzione tra underground e mainstream dovremmo lasciarla ai ragazzini in carne ed ossa: è il loro pane quotidiano, la loro terra di nessuno, sono loro a dover uscirne. A 31 anni, immerso nella realtà (capitalista) di tutti i giorni, mi chiedo perché non siano i locali a imporre il loro gusto, a costruire consenso attorno ad esso. Mi spiego: nonostante l’epoca irreversibilmente virtuale in cui viviamo, per una pista da ballo occorre la nostra presenza umana in carne ed ossa: occorre un luogo. Quindi, fino a prova contraria, presi i dovuti rischi, ogni serata potrebbe corrispondere alla crescente certezza, da parte dei fruitori, circa la qualità del prodotto che, a prescindere dalle mode, si offre in un dato luogo (la sua autorevolezza). La mia non vuole essere una lezione di economia aziendale o di marketing. E’ che proprio non mi spiego come tutto possa ruotare attorno al traffico internazionale dei grandi nomi, o delle mode. Proprio non mi spiego come il contesto possa essere determinato non dal luogo, ma dalla boccuccia a culo di gallina della Kraviz. Concludo riprendendo l’inizio del mio commento: mi piacerebbe che un locale IMPONESSE Solah di Amotik. Senza farsela proporre o, peggio, imporre. Mi piacerebbe che il capitalismo tornasse ad essere un avventura, anziché una cosa con cui fare i conti quando la vita diventa brutta. Adulta. Perdonate il mio idealismo.

  • Davide Costa

    Articolo interessante, ricco di tesi e antìtesi.
    Grazie Damir perchè riflettere sul fenomeno di cui ci si appassiona è sempre bello, nel bene e nel male.
    Credo che alla fine la sostanza sia molto più semplice: Good Music I Dance – No Good Music I don’t Dance.