Orbital “Wonky”

Il passato non è un valore in sé. Anzi: essere gli stanchi monumenti di se stessi di solito è la peggiore fine che si possa fare. Certo però che poi ti viene anche da pensare: ma le persone che ascoltano m_nus e Crosstown Rebels oggi, lo conoscono “In Sides”? E “Snivilasation”? Hanno mai provato la folle vertigine di farsi cullare da “Halcyon + On + On”? Non è questione che se hai quarant’anni ne sai di più di quelli che ne hanno venti, occhio; men che meno oggi, che qualsiasi ventenne un po’ sveglio può farsi in pochi giorni e molti clic una discografia meravigliosa e completissima. Però allenare il gusto, questo sì, questo non lo puoi downloadare. Una tecnica che ultimamente si dimentica, allenare il gusto. Troppo facile procurarsi i dischi, troppo forte l’ansia di dimostrarsi aggiornati e/o sintonizzati con l’ultima moda. Col risultato che magari c’è più di qualcuno di voi che sta leggendo queste righe che i titoli di cui sopra non li conosce per davvero. Male. E’ l’ABC imprescindibile, se vi fregiate di essere ascoltatori musica elettronica. Un corredo di conoscenza obbligatorio.

Siamo qua però per recensire un disco nuovo, degli Orbital, non la loro carriera. Un disco su cui non avremmo scommesso molto: le ultime uscite dei fratelli Hartnoll, a cavallo del passaggio del millennio, erano infatti solo una tiepida rifrazione delle loro cose migliori: sembravano belle ma erano sostanzialmente vuote, sembravano intelligenti ma erano semplicemente involute. Se ne devono essere accorti anche loro, perché qualche anno fa hanno dichiarato ufficialmente lo scioglimento. Passato un po’ di tempo, vuoi le esigenze artistiche vuoi le bollette da pagare, eccoli riformarsi: un tour bellissimo, sì, ma bellissimo perché suonavano i vecchi pezzi coi vecchi visuals. Una cosa stupenda da commuoversi ma… monumenti di se stessi, ecco: non il segnale che l’ispirazione fosse tornata veramente.

Quindi al momento di annunciare il ritorno con materiale nuovo, ecco in noi lo scetticismo. Scetticismo aumentato dal titolo: “Wonky”. Che è il modo in cui si chiama la musica trés chic in campo elettronico oggi, almeno nella sua parte più snob ed intellettuale: le cose di Flying Lotus, di Hudson Mohawke… Gli Orbital che tentano affannosamente di recuperare il tempo perduto e pretendono di essere venticinquenni avanguardisti? Ma che, davvero?

Nulla di tutto questo: evviva. Non c’è nulla di wonky, in “Wonky”. C’è invece al 100%, anzi, al 101% il sapore-Orbital: quei suoni, quelle geometrie, quegli incastri ritmici, quelle citazioni cosmiche che li hanno resi famosi, niente flyinglotusizzazioni. Ma soprattutto – c’è l’ispirazione dei tempi belli. L’inizio dell’album svia, le prime tre tracce non sono male ma sono sul livello del loro materiale pre-scioglimento; da quando però entra in campo “New France” (col bell’intervento di Zola Jesus, scelta intelligente come featuring), tutto decolla. Entra cioè in gioco una ispirazione magica, veramente magica nel disegnare soluzioni melodiche ed armoniche. Ti viene quasi da piangere, in certi passaggi, da quanto è tutto bello ed emotivamente micidiale, nel cercare soluzioni sospese tra malinconia ed orizzonti grandiosi: e se voi che voi state leggendo siete producer, o wannabe producer, o taste-makers ed opinion leaders, eccetera, e pensate che Jaar o peggio ancora Guti – giusto per fare due nomi – siano dei geni pazzeschi per come riescono ad infilare la musicalità nelle faccende di elettronica, ecco, speriamo che ritroviate il senso delle proporzioni. Perché la differenza è quella fra giovani di buon talento che potrebbero farsi ma sono ancora esili ed acerbi, contro dei veri titani. Pentagramma alla mano. “Distractions” nelle orecchie.

Continuiamo. “Stringy Acid” è un inno alla techno di Detroit più visionaria di neoclassica perfezione, “Beelzedub” strizza l’occhio alla dubstep senza però riprenderla calligraficamente, la title track è un interessante trattato sull’elettronica più urban e pop odierna vista con l’occhio di un suono che odierno non è, la finale “Where Is It Going?” è una chiusura perfetta. Tutto questo con un’altra lezione importante, che percorre tutto l’album: è possibile fare della musica elettronica bellissima nel 2012 usando i suoni del 1992, se debitamente “riempiti” di frequenze grazie al progresso tecnico. Non hanno snaturato il proprio marchio sonoro, i due Hartnoll, ma hanno avuto l’accortezza di tenere conto degli standard qualitativi attuali (cosa che invece i grandi di Detroit non fanno, sarebbe ora di dirlo), lavorandoci sopra. Suona da paura, “Wonky”. Avrebbe potuto essere inattuale, ed in effetti anche i meglio capolavori degli Orbital riascoltati oggi su certi suoni mostrano un po’ la corda, invece ci si è applicati seriamente. Insomma, l’avete capito: disco monumentale. Se non vi dice nulla, vuol dire che le vostre sinapsi del gusto sono state bruciate dall’ascolto di troppi album Cadenza o Cocoon. Nulla di male, fosse così, bensì semplicemente: peggio per voi.

Scrive di musica a trecentosessanta gradi (con predilezione per l’elettronica). Odia chi resta solo in camera ad ascoltare (perché suoni e sensazioni vanno vissuti sul campo). Storica firma del Mucchio. Responsabile di produzione per Dna Concerti. Autore di libri editi per Arcana. Collaboratore di vari festival. Occasionalmente copywriter. Inspiegabilmente tifoso dell’Hellas Verona.

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