Purpose Makers

James Lavelle: la ballata dell’ambizione

Se non c’eravate, oggi non potete capire.

Lo sappiamo: è una frase odiosa. E’ anche una frase presuntuosa, perché parte dal presupposto che noi, solo noi di una certa cerchia, di una certa età, di una certa nobiltà di nicchia e d’intelletto riusciamo a comprendere qualcosa, o qualcuno – e che sarà mai? E’ il classico errore di prospettiva che fanno in tanti, che in realtà facciamo tutti. Sì. Però davvero: guardando a quello che è successo un tempo e a quello che succede ora, davvero la tentazione è quella di dire “Se non c’eravate, non potete capire”.

Se non c’eravate, quando è uscito “Headz”, ‘sta raccolta su un’etichetta di nome Mo’ Wax, non potete capire. O magari c’eravate: ma eravate interessati ad altro. Eravate interessati al grunge, all’indie rock; eravate anche interessanti alla furia iconoclasta di techno ed acid house, che pochi anni prima stavano stravolgendo musicale. Eravate interessati all’hip hop. Ecco. Anche James Lavelle era interessato all’hip hop. Eccome. Ma lo era in un modo acutissimo, obliquo, visionario, anche presuntuoso – perché lui dell’hip hop ha sempre preso solo le parti che più gli convenivano, e che più soddisfacevano il suo narcisismo creativo.

Narciso, James. Eccome. Così narciso che ancora diciassettenne metteva piede nella redazione di Straight No Chaser – all’epoca la bibbia del movimento acid jazz – e dopo un’ora gridava in faccia ai redattori “Voi avete BISOGNO di me!”. Lui, un ragazzino del cazzo arrivato a Londra dalla provincia inglese (Oxford) e che nel frattempo sbarcava il lunario facendo il commesso in negozi di dischi (anche ad Honest Jon’s: hai detto nulla). Paul Bradshaw, il caporedattore, avrebbe potuto mandarlo al diavolo. Si scambiò invece un’occhiata con Swifty, l’art director del giornale (e il creatore di tutto l’immaginario Talkin’ Loud), il quale disse “Sì dai. Prendiamolo”.

E lo presero.

Ma questo è nulla. E’ solo l’inizio. Perché James è narciso. Ambizioso. Iperattivo. James è divorato dall’ansia di fare, brigare, vedere, conoscere. Ma soprattutto, James – ragazzino cresciuto incredibilmente in fretta – ha gusto meraviglioso. Un gusto completamente fuori dai canoni… Ma in quegli anni ’90 era un po’ più facile di oggi, forse, pensare fuori dai canoni e pensare a cose nuove: stare cioè non solo su eterni ricicli e citazioni come sta succedendo un po’ da troppo tempo, qua, in musica.

Certo, nell’aria c’era qualcosa. C’era stata la Summer Of Love e l’acid house in Inghilterra, rovesciando tutto quanto, ma c’era anche una nicchia di esteti che voleva andare oltre. E’ stato detto troppe poche volte, ma c’è un fil rouge molto forte tra il primissimo movimento acid jazz londinese (Gilles Peterson, i Galliano, gli Young Disciples, i fenomenali e colpevolmente dimenticati K-Creative, gli Izit dove militava Tony Colman poi bass drum’n’bass con la Hospital, anche i Jamiroquai prima che arrivasse la Sony a riempire di milioni Jason Kaye) e quello che accadeva a Bristol. Ovvero: Massive Attack, Smith&Mighty, poi a seguire Portishead, Tricky. Il trip hop. Entrambi movimenti che nascevano da un incrocio strano: da un lato le energie “liberate” grazie a techno e house, la fiducia che potesse esistere un suono del futuro e che questo suono potesse arrivare dalle macchine; dall’altro un’attenzione alle radici black molto più sfaccettata di quella pagata da techno e house (il funk, il soul, ok, ma anche reggae, dub, ska…). Entrambi movimenti in fondo snob, acid jazz e trip hop: non si trovavano a proprio agio nelle adunate massificate dei rave più o meno legali. Preferivano i club. Magari loschi. Fumosi. Comunque, centinaia di persone, non migliaia. Delle scene che non volevano cambiare il mondo, ma volevano soddisfare i gusti e i sogni dei propri appartenenti.

C’è stato un cortocircuito strano. E quel cortocircuito fu “Unfinished Sympathy” dei Massive Attack, pure per Lavelle una traccia che fu un’epifania. Così bella e così ariosa da poter diventare pop. Il problema è che nel trip hop e in 3D, Mushroom e Daddy G come persone non c’era un cazzo di arioso, così come nell’acid jazz si era troppo fricchettoni per poter pensare di ambire al pop (…non ci fosse stata la Sony, Jason e i Jamiroquai avrebbero suonato vita natural durante di fronte a 200/300 persone, statene certi).

Quel brano carezzò gli ascolti dei più distratti, ma aprì i pensieri dei più attenti. Quelli ad esempio di coloro che capivano che questi Massive Attack non erano dei tizi che avevano azzeccato una hit radiofonica, e non erano nemmeno degli allegroni alla Soul II Soul: ehi, improvvisamente si era formata una terza via. Troppo ambient e visionaria per essere house. Troppo complessa ed introspettiva per essere hip hop.

L’acid jazz fu una bella storia, e prima o poi la racconteremo. Il trip hop fu una bella storia e prima o poi racconteremo pure quella, un po’ incarogniti magari, perché oggi si parla di di trip hop come di una breve stagione poi morta e sepolta, senza capire che The XX e FKA Twifgs – tanto celebrati – fanno né più né meno che trip hop (ehi, voi che impazzite per FKA Twigs e pensate abbia uno stile inedito e bizzarro: ma li conoscete gli Attica Blues?). Ma James Lavelle. ‘Sto cazzo di ragazzino presuntuoso. Che meno di un anno e mezzo dopo aver “estorto” una presenza fissa come columnist dentro Straight No Chaser (titolo della rubrica: Mo’ Wax Please), aveva l’ardire di fondare un’etichetta (nome: Mo’ Wax) assieme a un amico, Tim Godlsworthy (che poi lo mollò, se ne andò in America a fondarne un’altra di etichetta, oh, una label da nulla: la DFA).

Ragazzino presuntuoso, ragazzino insaziabile negli ascolti. Le cose vanno a braccetto, ora fate attenzione. Perché il ventenne James un giorno ascolta un remix di “Doin’ Damage In My Native Language” degli Zimbabwe Legit (forse il primo gruppo rap africano a farsi conoscere internazionalmente) firmato “Shadow’s Legitimate Mix”. Una roba proprio da digger, da maniaco degli ascolti; ma Lavelle è talmente presuntuoso e convinto dei suoi gusti – a vent’anni! – da dire e dirsi “Questo remix è una bomba, ora prendo un aereo e vado in California a conoscere ‘sto tizio che l’ha fatto, ‘sto Shadow”. Parte, prende l’aereo, atterra. Il primo gruppo rap in cui si imbatte, quasi per caso, sono i The Pharcyde, geniali cannaioli californiani che stavano registrando il loro esordio Bizzarre Ride II The Pharcyde” (uno degli album più belli nella storia del rap e della musica tutta). Ma soprattutto, incontra veramente ‘sto Dj Shadow.

Il resto, immaginiamo, lo sapete – almeno per quanto riguarda Dj Shadow. “Endtroducing”. Oltre un milione di copie. Per un disco di hip hop strumentale. Astratto. Visionario. Assurdo. Qualcosa di veramente inimmaginabile.

Ma prima di “Endtroducing” c’era stato “Headz”.

Ed è qui che, se non c’eravate, non potete capire. “Endtroducing” è stato il seguito quasi inevitabile (ma non per questo meno geniale) del seme gettato da “Headz”, una monumentale raccolta in doppio cd – con grafiche di 3D dei Massive Attack lì dove per altre release venne assoldata invece una leggenda della street art, Futura, ché James non si faceva mancare nulla – raccolta di una musica aliena, lunare, tagliente, sospesa e senza gravità ma cattiva e tesa allo stesso tempo. Le ritmiche erano hip hop ma dell’hip hop c’era solo la corazza esterna… Tutto il resto era molto più filosofico, cupo. Il resto era Dj Krush (all’epoca sconosciuto o quasi in Europa, ma nella sua follia Lavelle aveva già scoperto indicibile bellezza nella scena beats/acid jazz giapponese con la raccolta “Jazz Hip Jap Vol. 1”, una delle primissime uscite Mo’ Wax); era Nightmares On Wax; era gli sconosciuti Attica Blues (che capolavoro pazzesco, “Contemplating Jazz”…); era Howie B, gli Autechre, La Funk Mob (la prima incarnazione di Cassius, vedi un po’). Era anche Dj Shadow, che faceva hip hop campionando una delle cose meno black del mondo, gli U2.

“Headz” era un “liberi tutti”.

Ma un “liberi tutti” con una coesione stilistica complessiva impressionante. Non era una raccolta eclettica, infatti. Per nulla. Ma i confini tra questa scena e quell’altra, tra questo genere e quell’altro, tra questo filone e quell’altro, cadevano: perché c’era un disegno estetico radicalmente nuovo e più grosso a rimescolare tutto, a ricombinare tutto.

E quel disegno estetico l’ha pensato e voluto il ragazzino ambizioso, ‘sto James Lavelle.

Se avevate orecchie collegate al cervello (e se eravate appassionati di musica che volesse essere “altra”), vi assicuriamo che “Headz” fu una botta mostruosa. Doppiata da “Endtroducing”. Riascoltateli oggi, questi due dischi. Riascoltateli.

Hanno vent’anni e passa. Ma sono ancora incastonati nel futuro.

Un futuro che non abbiamo ancora mai vissuto realmente.

Quello che è successo dopo? E’ successo che il successo di “Endtroducing” è scoppiato in mano a Lavelle e Shadow. E’ successo che la A&M / Universal è arrivata dal ragazzino improvvisamente famoso Lavelle e gli ha detto “Ti diamo tutto quello che vuoi, tu fai, metti in nota spese e noi ti rimborsiamo, fai tutto quello che vuoi davvero, esagera, strafà. Ah, il marchio della label ce lo prendiamo noi, ti diamo duecentomila sterline per il disturbo, ma tranquillo che il controllo artistico e produttivo è tutto in mano tua, figurati”.

James ne ha approfittato. Era ambizioso e sicuro di sé, è diventato ancora più ambizioso e sicuro di sé. Un po’ strafottente? Un po’ strafottente. Al momento di fare il “suo” disco – a nome U.N.K.L.E. – ha sì voluto Dj Shadow con sé perché aveva bisogno di uno bravo ai beat, ma soprattutto ha sparato altissimo con gli ospiti, chiamando quelle che erano erano superstelle dell’indie rock, non gente “della scena”: Thom Yorke dei Radiohead (che non aveva ancora fatto capire di essere uno flippato per l’elettronica) e Richard Ashcroft dei Verve. C’era pure Badly Drawn Boy, un altro reuccio indie. C’erano Kool G Rap e Mike D dei Beastie Boys, come a dire “Io col vero hip hip ci parlo da pari a pari, che cazzo volete”.

Poteva e doveva essere un capolavoro. Fu solo un buon disco.

Nel frattempo James si infighettiva a dismisura. Oh se si infighettiva. Cominciava a collezionare quadri d’arte (ma un Basquiat poi dovette venderlo, quando la A&M / Universal lo scaricò); iniziava ad occuparsi più dell’arte contemporanea e di Damien Hirst che di musica (incitato in questo dalla donna dell’epoca, Janet Fischgrund, la scopritrice di Alexander McQueen); iniziava a fare il don dell’abbigliamento street spingendo A Bathing Ape del giapponese Nigo, un brand dai prezzi oltraggiosamente alti per essere quello che era, una roba di moda urban (Nigo poi lo scaricò bellamente senza tante cerimonie, “innamorandosi” di un altro testimonial: Pharrell).

Un “Headz 3”, che scorrendo la lista dei potenziali ospiti poteva essere monumentale e perfino troppo mainstream (Prodigy, Underworld, Björk) non vedeva mai la luce, tra un litigio e l’altro di Lavelle con chiunque gli capitasse a tiro.

Scopriva allora la club culture vera e propria, quella più canonica.

Con i proventi da discografico che andavano in picchiata, per far quadrare i conti si (ri)scopriva cioè dj, non più dj da “meditazione” visionaria ma dj schiettamente da dancefloor (inizialmente molto creativo, vedi il meraviglioso “Fabriclive 01” a suo nome, poi via via sempre più deludente e piatto). Litigava con Shadow. Portava avanti l’avventura U.N.K.L.E. pigiando sempre più sul tasto rock (Josh Homme, Mark Lanegan fra i guest: James voleva sempre pavoneggiarsi col meglio) ma con successo commerciale sempre più ridotto, anche perché i dischi non erano manco male, tutt’altro, ma se un tempo Lavelle ti aveva fatto vedere un Eden di musica-radicalmente-diversa-e-aliena sentirlo così, molto più canonico, era una delusione per i vecchi aficionados e comunque qualcosa di ancora troppo atipico per il pubblico “normale”.

Oggi, Lavelle raccoglie i suoi cocci. Anche dignitosamente. Ha fatto pace col passato, sull’esperienza Mo’ Wax (chiusa con la fine dei ’90) ha fatto perfino un libro e una mostra – mostra finanziata anche grazie ad una campagna su Kickstarter, che ha raccolto 40.000 euro.

Un po’ si barcamena.

Un po’ ha ripreso a produrre.

Un po’ dice che tornerà con Dj Shadow, intanto ci si diverte con un repackaging deluxe di “Endtroducing”, dove inserire anche dei remix di Hudson Mohawke e Clams Casino (ma erano nati, quando era uscito il disco originario? Sì dai, avevano già rispettivamente dieci e nove anni).

…ma se non c’eravate, oggi non potete capire. Non potete capire fino in fondo.

Ma non per questo vi è precluso apprezzare.

Riccardo Moreschi si diverte ad illustrare la musica e gli artisti che ascolta quotidianamente per passione. Potete trovare i suoi lavori sul suo sito, “Dischi Disegnati“. Per noi ha anche curato una rubrica omonima. Oggi firma le illustrazioni di questa nuova puntata di Purpose Makers.

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