Byetone: l’autodidatta della computer music.

Herr Olaf Bender – aka Byetone – classe 1968, è un musicista e un artista grafico. Ha percorso diverse strade prima di maturare la consapevolezza di essere portato, più di ogni altra cosa, per la composizione di geometrie sonore (nella fattispecie elettroniche) e visuali. Fondatore insieme a Frank Bretschneider dell’etichetta “Raster Music”, divenuta nel 1999 “Raster-Noton-Archiv für Ton und Nichtton” con l’apporto di Carsten Nicolai (Alva Noto), attraverso la ragione sociale “Byetone” ha dato alle stampe tre lavori importanti sulla lunga distanza (Feld, Death Of A Typographer ed il recente Symeta). Un’evoluzione sonora peculiare della quale abbiamo parlato, tra le altre cose, con Bender in persona.

Partiamo dalla tua musica, hai firmato un trittico di LP che presentano differenze sostanziali l’uno dagli altri, quasi si trattasse di un’evoluzione ragionata dove la geometria viene gradualmente sostituita dal ritmo/movimento. C’è del vero in tutto questo?

Mi piace darne una lettura differente e dire che il ritmo è la caratteristica più geometrica della musica, ed è anche il tema centrale della mia produzione discografica. Potrei aggiungere che i dischi che ho prodotto sono interconnessi fra loro perché riflettono certe parti della mia personalità, ma non si sono sviluppati seguendo un particolare preconcetto.

Parlaci dell’ultimo album “Symeta”, ci sembra un lavoro complesso e stratificato ma votato alla danza, la giusta quadratura del cerchio?

Come detto, l’argomento centrale della mia musica è il ritmo, ma spesso c’è un solo battito o una singola scansione ritmica per traccia, che può anche essere monotona e statica, oppure meditativa. D’altra parte, ci sono brani che ti costringono a muoverti, ma non è questo il mio scopo principale. Penso che ci siano più possibilità d’espressione all’interno del ritmo oltre alla musica dance.

Sei sostanzialmente un’autodidatta in musica. Com’è stato il tuo primo approccio musicale con le macchine? Dicci com’è andata!

Tutto è iniziato quando ho scoperto di poter utilizzare un computer, oltre ad altri scopi, per comporre o produrre musica. Il primo approccio è stato sostanzialmente giocoso; si preme un pulsante per vedere cosa succede. Ma col passare del tempo la cosa diventa sempre più complessa, soprattutto se l’intenzione è quella di esprimersi attraverso la musica che si sta producendo. Per fare ciò è necessario conoscere le possibilità che fornisce la macchina che si sta usando. Penso che sia un argomento piuttosto controverso, che influenza la nostra etichetta nel suo complesso. Una macchina offre centinaia di possibilità, ma ci sono anche dei limiti, riguardanti ad esempio la memoria o l’interfaccia che si utilizza. Quindi bisogna sempre trovare il modo di ottenere dalle macchine qualcosa che non appaia la più ovvia.

Eppure tutto è partito dal cinema… raccontaci la tua esperienza con l’arte visiva che si è poi tramutata in esplorazione delle possibilità di rappresentazione delle onde sonore in video-animazioni.

Sostanzialmente sono stato influenzato dai film d’avanguardia che cercano di scoprire nuove possibilità di ripresa pur attingendo ai linguaggi classici del mezzo cinematografico. Negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, c’è stato un movimento che non era molto interessato al racconto, quanto piuttosto nella produzione di composizioni astratte e in movimento tali da condizionare il senso stesso del tempo. Questo è quello che ho voluto tentare io stesso (un modo per farlo è quello di analizzare il suono visivamente ma non è questo che mi interessa. L’altro modo, assai più interessante, è quello di considerare il film come un mezzo di stimolazione della retina. In tal senso la visualizzazione significa per me avere a che fare a che fare con la luce e l’ombra per produrre finalmente una qualche forma di drammaturgia che non sia narrativa, ma fornisca talune sensazioni).

Immaginiamo che lo splendido lavoro per la copertina dell’album di Symeta (una sintesi geometrico-cromatica per un risultato assolutamente efficace) sia opera tua, come del resto la maggior parte dei lavori di casa Raster-Noton. E’ giusto?

E’ vero, ho realizzato la maggior parte delle opere grafiche dell’etichetta. Sono merito mio e/o di Carsten.

All’interno dell’etichetta sei anche il responsabile delle trasferte in musica, come scegli le location dove esibirti insieme al resto del roster?

Prima di tutto devo dire che non vi è nessuna divisione precisa dei compiti all’interno dell’etichetta. Si parla insieme di tutti gli aspetti possibili, dalle uscite discografiche alle location dei concerti e quant’altro. Ci piacciono l’imprevedibilità ed i percorsi non banali, o per lo meno questo è quello che abbiamo sempre cercato.

Come vivi il tuo rapporto artistico con Carsten Nicolai?

Cerchiamo di tenerci in contatto quotidianamente per assicurarci di essere sempre sulla stessa linea d’onda e di parlare la stessa lingua. Ma non parliamo soltanto delle questioni riguardanti l’etichetta, ci scambiamo opinioni su tutto quello che può arricchirci, perché apprezziamo l’uno il pensiero dell’altro.

Il vostro progetto a nome “Signal” (al quale partecipa anche Frank Bretschneider) è sostanzialmente musica d’avanguardia, ma rimane anche molto “accessibile”, come ci riuscite?

Il termine “avanguardia” è in realtà ambivalente. Oggi, tutto è considerato avant-garde, dal profumo alla musica. Direi che non è rimasto molto dell’avanguardia vera e propria, perché non c’è più niente che deve essere demolito o sovvertito in qualche modo. Quindi il progetto di Signal non rientra in questa categoria proprio perché non ha l’intento di andare in controtendenza. É vero che lasciamo i sentieri battuti per qualcosa di ancora sconosciuto ma non abbiamo pretese troppo intellettuale, ed è per questo che Signal può essere considerato ancora un progetto “accessibile”. L’unico elemento di differenza rispetto ai nostri progetti da solisti è che la presa di registrazione è diretta, ma al momento non abbiamo abbastanza tempo per lavorarci su.

Cosa significa per te “ricerca musicale”? Attraverso la Raster-Norton riuscite non solo a immaginare il futuro ma a renderlo “ascoltabile” agli altri.

Nonostante tutte le riflessioni filosofiche del caso, quello di cui ci siamo resi conto è che siamo tutti essere umani, condotti dalle emozioni, e che siamo alla ricerca di un certo tipo di sensazioni. Miriamo a mantenere la nostra musica su un livello alto, così come le sensazioni, le emozioni ed il grado di trasporto. Parlerei più propriamente di “cercare” anziché “ricercare”.

Progetti in divenire, salvo il prossimo tour?

C’è “Diamond Versions” un nuovo progetto audio-visivo portato avanti da Carsten e me. Inviteremo di tanto in tanto altri artisti a prenderne parte, e la presentazione si terrà al Sonar 2012.

Grazie per la disponibilità concessa e a presto!

English Version:

Herr Olaf Bender – aka Byetone – class 1968, is a musician and a grafic artist. He tried various path moving along different roads before growing an awareness of its preferences and brightful skills for music’s structure composition (basically electronic) and visual so on. With Frank Bretschneider has founded the label “Raster Music”, which from 1999 is known as “Raster-Noton-Archiv für Ton und Nichtton” with the active support of Carsten Nicolai (Alva Noto). As “Byetone” he published three important works (Feld, Death Of A Typographer and the recent Symeta). A peculiar sound evolution of which we already talk with Bender himself.

Let’s start from your music. You have signed a trio of LP that differ significantly from one to another, as if it were a rational evolution where the geometry is gradually replaced by the rhythm/movement. Is this a true way of interpretation?

I would interpret it differently. I’d rather say that the rhythm is the most geometrical feature of music, and it is also the central topic of the records I’ve done so far. And I’d also say that the records are connected to each other, simply because they reflect certain parts of my personality, but they didn’t grow out of an overall concept.

Talking about your last album “Symeta”, it’s a complex and stratified work but voted to dance. Is this the missing element to complete the puzzle?

As I’ve already said, the central topic of my music is the rhythm, but often there is only one rhythm or one groove per track, which sometimes appears to be a kind of monotone and static, even meditative. On the other hand, there are tracks that force you to move, but that was not my main intention. I think that there are more possibilities for rhythmic expressions besides dance music.

You are basically self-taught in music. How was your first approach with the machines? Tell us the story!

It all started when I discovered that I can use a computer, besides other purposes, to make or produce music. The first approach was basically very playful; you push a button and then see what happens. But as time goes by, it becomes more and more complex, especially if you want to express yourself with the music you are making, because therefore you have to know the structures of the machine you’re using. I think it is quite a controversial topic, and it influences the label as a whole. A machine offers you hundreds of possibilities, but there are also limits, concerning, for example, the memory or the interface. So you always have to find ways to get something out of the machines which is not the most obvious.

Everything has started from cinema… tell us about your practice with visual arts that blossomed into the idea to represent sound waves into video-animation experiences.

Basically I was influenced by avant-garde movies which tried to use the technical possibilities of movie making to find new structures (within the medium). In the 20s and 30s of the last century, there has been a movement that wasn’t that much interested in story telling, but in producing abstract and moving compositions and manipulating the sense of time. That’s what I wanted to try myself. (One way to do so is to visually analyze the sound, but that was not that interesting to me. The other, more interesting way is to regard the medium film as stimulation of the retina. So, visualization means to me to deal with light and shadow to finally produce some form of dramaturgy which is not narrative, but arises certain feelings).

Surely the impressive cover work for the album Symeta (a simply but effective geometrical-chromatic synthesis) has been realized by you, like most of the graphic works of Raster-Noton. Is it right?

That is true, I’ve done most of the graphic works. Most of the label’s graphic work is done by Carsten and/or me.

Inside the Label you’re also in charge of transfers in music, how do you choose the locations of the rooster?

At first I have to make clear that there is no definite division of tasks within the label. We talk about every aspect of the label, be it a release, a location, or whatever. But if we have the choice, we would definitely go for the unexpected, the risk, the not-so-obvious. At least, that’ what we always try, to think laterally.

How do you live your artistic relationship with Carsten Nicolai?

We try to communicate every day because we have to reassure that we are still “in tune”, that we are still talking the same language. But we do not only talk about label concerns, we exchange thoughts about everything that can be enriching, because we appreciate the opinion of the other.

Your other musical project named “Signal” (which involve Frank Bretschneider and Carsten Nicolai), is essentially avant-garde music, but it is also very “accessible”, how do you manage all this?

The term “Avant-garde” is really ambivalent. Today, everything is avant-garde, from perfume to music. I’d say that there is no avant-garde anymore, because there is nothing that has to be demolished, nothing that has to be subverted anymore. So, I wouldn’t say that Signal is an avant-garde project, because we don’t want to overturn anything. It is true that we leave worn paths, but we do not want to be over-intellectual, that’s why it is still “accessible”. In fact, the only thing that is different from our solo projects is that it is a session project, but at the moment we do not have time to work on it.

What’s your meaning for “research in music”? Through Raster-Norton you imagine the future and make it even “listenable” to others, it’s great!

What we realized, despite all the philosophical reflections, is that we are all emotion-driven humans, and that we are in search of certain feelings. What we try is to keep our music on a high level, and transport, or arise, feelings and emotions at the same time. I would just skip the re- in research.

Projects in progress, except the next tour?

Yes, there is a project which is called “Diamond Versions” and which will be a new audio-visual project by Carsten and me. From time to time we will invite other artists to join in, and the premiere will be at Sonar this year.

Thanks for the interview and see you soon!

Critico musicale, collabora con diverse riviste/webzine approfondendo le principali tematiche della musica contemporanea, fornendo spunti e impressioni, e intervistando i musicisti e le band più significative del panorama italiano ed internazionale.

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