Bocca Grande “Little Pianist”

Si potrebbero nominare innumerevoli produttori che non si sono limitati a seguire soltanto il trend musicale di un periodo definito, producendo musica che finirebbe di sicuro nei cassettoni delle uscite discografiche invendute. Per fare un riferimento concreto basti citare i protagonisti di oggi, i due giapponesi Kousuke Ishida e Yuka Kobayashi aka Bocca Grande, che presentano il loro album di debutto, “Little Pianist”, su Rebirth.

Il primo, Ishida, produttore musicale dalle sonorità deep-house incarna la metà elettronica del duo, il secondo, Kobayashi, insegnante di piano classico, completa con le conoscenze melodiche quest’accoppiata atipica che unisce il classico al contemporaneo, basi elettroniche ad arrangiamenti di pianoforte di altissimo livello che con tutte le probabilità favorevoli portano all’associazione con uno dei più grandi musicisti contemporanei, anch’egli protagonista di progetti avanguardieristici, Ryuichi Sakamoto. Lasciando da parte quel mostro sacro di Sakamoto, il riferimento fatto al duo giapponese non è casuale visto e considerato che l’album in questione meraviglia per concetti espressi, innovativi e nemmeno troppo ermetici da preludere il piacere ai fruitori, nonchè per qualità dei brani contenuti in esso. Vorrei appunto spendere qualche parola sulla tracklist dell’album senza dilungarmi troppo e snocciolare nei minimi dettagli tutte le undici tracce: come ho sottolineato in precedenza basti fissare il focus sulle armonie musicali intrise d’emozioni che rispecchiano il mezzo materiale e concreto, scelto dai due autori, per raggiungere il nobile scopo di riuscire a fondere musica elettronica e classica in un unico corpo.

Tornando nello specifico al discorso dei singoli brani non mi sento di stilare classifiche personali ma solo di dire che alcuni brani, centrando il mio mood, hanno attirato la mia attenzione maggiormente rispetto ad altri. Tra questi riporto la traccia numero due “Below My Hands Ok”, caratterizzata da uno struggente piano melanconico, un vocal in giapponese, strechato ad effetto, e un beat deciso, mai fiacco, che tiene sempre il ritmo sostenuto. “Blue Tang Surgeon Fish”, traccia numero sei, si differenzia dal mood pacato e malinconico di “Below My Hands Ok” presentando arrangiamenti di piano che risultano spensierati e perché no, allegri. Composta in un primo momento per essere utilizzata come colonna sonora è stata riadattata in modo molto funzionale aggiungendo un beat leggiadro e un basso vellutato che accompagna senza mai togliere spazio al pianoforte. Più complessa tecnicamente “Procedere 2011″ è tra le tracce elencate quella che emotivamente mi ha coinvolto di più: le due linee di piano si intessono in una melodia dotata di forte carica che aumenta, in crescendo, l’intensità fino a raggiungere picchi massimi in cui il coinvolgimento è pressochè totale, un turbine di emozioni.

Detto ciò ci tengo a sottolineare che queste sono solo le mie personali considerazioni e che le restanti tracce sono altrettanto valide, aggiungo poi che l’album merita più di un approfondito ascolto per carpirne appieno le sfaccettature e le sfumature delle tracce che lo compongono, consiglio quindi a tutti i lettori/ascoltatori di non tralasciare nulla e di ascoltare “Little Pianist” con orecchio critico e dovuta attenzione.

Invento etichette e creo personali categorie da attaccare sulla testa delle persone, una sorta di deformazione professionale scaturita dallo studio della Sociologia. Amo la musica elettronica, il funk, e l'hip hop. Sono inoltre parte attiva di Soundwall dove, da anni, faccio parte del team che scrive le review.

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